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Wonder Stories #2
Scritto da J. Coccia, R. Fontana, Dr. Satana, D. Silipo   
Thursday 18 November 2010

Film di genere fantastico (quindi horror, fantascienza e dintorni) di produzione recente e ancora inediti in Italia. In questo secondo appuntamento: Mega Shark vs Giant Octopus, Tekken, The human centipede, Micmacs à tire-larigot

 

Cos'è Wonder Stories:

Wonder Stories è uno speciale a puntate dedicato a tutto quel cinema di genere fantastico (quindi horror e fantascienza con annessi e connessi) proveniente da ogni parte del mondo e di produzione recente ma che ancora non si è visto sugli schermi italiani. Un appuntamento necessario dato che, grazie alle community di fansubbing e alle meraviglie del home video import, molti dei film che tratteremo possono essere recuperati e goduti anche da chi parla a malapena l’italiano.

 


 

Mega Shark Vs. Giant Octopus

Regia: Jack Perez (Usa, 2009)
Genere: Catastrofico Durata: 90 minuti


Due animali preistorici (un mastodontico squalo e una gigantesca piovra), conservati per millenni in stato di ibernazione, si disgelano e iniziano a vagare per gli oceani in cerca di cibo seminando terrore e distruzione. Il nuovo delirante lavoro di Jack Perez (Monster Island, 666: The Child) conferma le aspettative dei milioni di fedelissimi fan conquistati attraverso un eccellente esempio di marketing virale, che ha generato in breve tempo un passaparola senza precedenti. Massacrato dalla critica ufficiale e adorato dai nostalgici dei b-movie anni ’50 (c’è persino chi ha parlato di un nuovo Ed Wood), Mega Shark Vs. Giant Octopus è a ben vedere un astuto giocattolo cinematografico, dall’apparenza ingenua e superficiale, che rispecchia tutti i difetti comuni di molte produzioni low budget: fotografia approssimativa, abuso di location in interni, dialoghi ridicoli ed effetti digitali/ottici miserabili. Ma la beffa è dietro l’angolo, perché il budget non è risicato come sembra (produce la Asylum, che non è la Universal ma nemmeno la Troma) e soprattutto perché Perez sa il fatto suo; ben conosce la cinematografia cui fa riferimento e sa benissimo che, dopo lo sdoganamento critico operato da Quentin Tarantino, tematiche smaccatamente trash/camp/kitsch fanno tendenza e vantano invidiabili fette di pubblico. Siamo insomma di fronte a un’ottima pellicola emulativa: imperfetta, anacronistica e scoordinata proprio come gli assurdi modelli di riferimento. Un meticoloso divertissement. (Jacopo Coccia)

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Tekken

Regia: Dwight H. Little (Giappone/Usa, 2010)
Genere: Azione, Avventura Durata: 92 minuti

Tekken è l’attesissimo film tratto da una delle saghe videoludiche più famose dei nostri tempi, ovvero l’omonimo picchiaduro che ha trasferito realismo e profondità nelle console targate Sony. È perciò un diritto nonché un handicap per tutti gli appassionati, presentarsi con certe aspettative al tanto agognato appuntamento: purtroppo, nessuna delle ottime premesse di cui avrebbe potuto godere questo film, ha prodotto risultati apprezzabili, anzi si assiste spesso a moleste revisioni che hanno l’effetto di confondere lo spettatore informato. Tekken è ambientato nel 2039, quando ciò che rimane del mondo è controllato da onnivore corporazioni e regolato da un torneo di arti marziali (l’Iron Fist), cuore pulsante della saga a cui la pellicola non riserva la giusta attenzione. Lo spettatore viene trascinato attraverso fatiscenti sobborghi in compagnia del protagonista Jin Kazama e, quando finalmente si giunge alla resa dei conti su di un’arena allestita alla buona, tutto si esaurisce in una manciata di minuti. Niente di talmente grave da non consentire, tuttavia, almeno una visione spassionata: a momenti il film sembra ricordarsi di avere già del valido materiale da cui attingere e a sprazzi regala scossette di adrenalina suscitate dai combattimenti nell’arena (che però soffrono dell’eccessiva permanenza in un immeritato secondo piano). Tiepidino, quasi freddo. (Roberto Fontana)

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The human centipede (First Sequence)

Regia: Tom Six (Regno Unito/Paesi Bassi, 2010)
Genere: Horror Durata: 90 minuti


Prendendo a prestito il tema del "mad doctor", l'eccentrico regista olandese Tom Six confeziona una strana creatura cinematografica apparentemente immersa dall'inizio alla fine nel weirdo più estremo ma che, alla resa dei conti, trova la sua unica fonte di originalità nell'idea di base, sviluppando il film nel più classico dei copioni da cinema horror moderno. L'inizio infatti ricorda molto da vicino film anti-turistici come Hostel o Turistas con due stupidelle americane un pò disinibite che si perdono nei boschi germanici, vengono abbordate da un laido vecchietto ed infine raggiungono una villa isolata dove un chirurgo in pensione (Dieter Laser) sta progettando una folle operazione chirurgica: unire tre persone in una, cucendo bocca e ano fino a formare un millepiedi umano. Ci aveva già provato con i suoi tre Rottweiler ma gli era andata male, così stordisce le due ragazze, aggiunge un giapponese in testa ed ecco fatta una nuova, oscena creatura in cui le due parti retrostanti sono obbligate a nutrirsi delle feci del compagno avanti, una mostruosità che di fatto costituisce da sola l'intero apparato bizzarro di un prodotto che, per il resto non presenta altre vette di originalità. Per inciso non è un brutto film, c'è tensione, un'ottima sceneggiatura, un carismatico attore come Laser che, con il suo granitico volto buca da solo l'intero schermo, ma tutto sembra attaccato ad un filo troppo sottile per offrire qualcosa di veramente sorprendente e, in questo specifico caso, la sorpresa è la prima caratteristica che ci si aspetta di trovare. Insomma una prova altalenante che principalmente delude per non aver saputo mantenere alte le aspettative ma che in definitiva risulta interessante sotto certi aspetti. Si sconsiglia la visione all'ora di pranzo. (Dr. Satana)

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Micmacs à tire-larigot

Regia: Jean-Pierre Jeunet (Francia, 2009)
Genere: Commedia Durata: 105 minuti

Torna Jean-Pierre Jeunet dopo cinque anni di silenzio, e torna per guardare indietro, alle sue prime opere in coppia con Marc Caro. Protagonista del film è Bazil, un uomo che ha perso il padre in tenera età a causa dello scoppio di una mina antiuomo. Assieme ai suoi amici (un gruppo di folli riciclatori-inventori) organizzerà un piano piuttosto complesso e fantasioso per distruggere due grandi fabbriche d'armi. Tutto in questo Micmacs ha il sapore del ritorno alle origini per il suo regista: dalla scelta di ritentare le vie della satira come già fatto in Delicatessen, alla volontà di tenere in secondo piano le sdolcinatezze (ingrediente predominante nelle ultime opere jeunettiane), fino al gusto per l’autocitazione che suona un po’ come un ripasso/esame del proprio cinema. Tra personaggi strampalati e grotteschi, sequenze caricate a molla, trovate esplosive e idee che colgono di sorpresa c’è tanto di che gioire, almeno fino a un certo punto. Poi ci si rende conto che in realtà, Micmacs, più che un ritorno al passato, è un tentativo da parte di Jeunet di riciclare se stesso e il suo cinema, in un accumulo di siparietti e situazioni che si disperdono nell’amalgama e, d’un tratto, iniziano a puzzare di già visto. Ma forse, quello che manca davvero, è un po’ di sana cattiveria vecchio stile. In definitiva un film divertente che però si lascia dimenticare in un lampo. (Daniele ‘Danno’ Silipo)

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MUTOID WASTE COMPANY

In Micmacs di Jean Pierre Jeunet, possiamo assistere alle peripezie di una comune di riciclatori folli che riescono a trasformare la “spazzatura” in strani marchingegni, robot e oggetti d’arte. Nella realtà esiste qualcosa di molto simile, la Mutoid Waste Company, comunità nomade di artisti riciclatori fondata da Joe Rush e attiva fin dal 1986. I Mutoids, pur essendo “nati” nel Regno Unito, non hanno fissa dimora e sono in continuo pellegrinaggio anche se una loro “congregazione”, nei primissimi anni 90, si è addirittura stabilita in Italia nei pressi di Santarcangelo di Romagna, fondando un "villaggio degli scarti" chiamato Mutonia. Tale villaggio esiste ancora oggi, e gli artisti vi svolgono le loro attività performative nel rispetto dell’uomo e della natura. Ma cosa fanno esattamente? Prima si procurano rifiuti inorganici come ferro o altri metalli, plastica, gomma e rottami assortiti, poi li trasformano - o meglio li fanno “mutare” – in statue antropomorfe, enormi robot moventi, marchingegni da “mad doctor” e altre follie. Vivono di riciclo, dalla spazzatura ricavano tutto ciò di cui hanno bisogno (anche i soldi rivendendo le loro opere) e fanno musica utilizzando strumenti realizzati da loro stessi. Sito di Mutonia: www.mutonia.de

Il “Robot Dog” della Mutoid Waste Company

 

 

 

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