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Wonder Stories #12
Scritto da Alessandro Cruciani   
Tuesday 08 May 2012

Film di genere fantastico (quindi horror, fantascienza e dintorni) di produzione recente e ancora inediti in Italia. In questo numero le recensioni di Dreamhome, Splinter, Yellowbrickroad e Kalevet aka Rabies...

 

Cos'è Wonder Stories:

Wonder Stories è uno speciale a puntate dedicato a tutto quel cinema di genere fantastico (quindi horror e fantascienza con annessi e connessi) proveniente da ogni parte del mondo e di produzione recente ma che ancora non si è visto sugli schermi italiani. Un appuntamento necessario dato che, grazie alle community di fansubbing e alle meraviglie dell'import home video, molti dei film che tratteremo possono essere recuperati e goduti anche da chi parla a malapena l’italiano.

 


 

Dreamhome

Regia: Ho-Cheung Pang, Cina (2010)
Genere: horror

“In una città folle, se si vuole sopravvivere, si deve diventare ancor più folli”, questa è la premessa alla storia, ambientata ad Hong Kong, città in cui nel 2007 (poco prima dell’attuale crisi economica mondiale) i prezzi delle case sono alle stelle: la giovane impiegata di banca Cheng mette in atto un piano particolare e fuori controllo per ottenere la dimora che ha sempre sognato. I problemi dell’uomo medio in questi anni di recessione economica si sposano qui con il raffinato gusto del gore e dello splatter più curato, tipico di un certo cinema orientale moderno. Alla brutalità delle condizioni imposte dalle banche per concedere i mutui corrisponde quella degli efferati omicidi compiuti e non manca nelle scene più violente un certo humour, quasi a sdrammatizzare una situazione di per sé abbastanza difficile, anche senza tutte quelle secchiate di sangue. Oltre ad un’accuratezza formale (gli effetti speciali sono di vecchia scuola con poca computer grafica), la narrazione viene resa più interessante con lo sviluppo su più fasi temporali della vicenda. Ottima la protagonista, Cheng suscita tenerezza quando si barcamena tra i vari lavori e stupisce per il sadismo con cui cerca di raggiungere il proprio scopo: non c’è in fondo una presa di posizione o un giudizio nei confronti della giovane, ma quasi semplicemente uno sguardo – a tratti compiaciuto – di fronte all’estrema violenza ormai lasciata andare senza freni. Forse già un cult, di sicuro un piacere per gli occhi. Piacerà agli amanti dello splatter di qualità. (Alessandro Cruciani)

 


 

Splinter

Regia: Toby Wilkins (2008)
Genere: horror

Il weekend nei boschi per due fidanzatini (lei sexy e lui intellettualoide), non sembra procedere bene: verranno costretti da una coppia di criminali autostoppisti a scortarli in Messico. Come se non bastasse dopo aver investito una strana creatura dovranno cercare di sistemare l’auto in una stazione di servizio isolata, territorio di caccia di una letale e parassita creatura. Un b-movie con i fiocchi questo di Wilkins che, seppur nella povertà di mezzi, sembra fare il verso al cinema di Carpenter (luogo isolato, assedio, sopravvivenza e una creatura che alla lontana può far pensare a La cosa) e intrattiene lo spettatore in 80 minuti pieni e ritmati. Solo pochi momenti per presentare il parassita e i protagonisti (stereotipati quanto basta secondo le esigenze del genere) e si entra nel vivo dell’assedio, all’interno della stazione di servizio in cui i nostri dovranno vedersela con un nemico assurdo e tenace. Buoni gli effetti speciali e sonori: il rumore delle ossa frantumate si avverte fin troppo, trasmettendo quel senso di angoscia e impotenza che colpisce i protagonisti. L'originalità, chiaramente, sta di casa altrove, ma il film intrattiene bene, diverte e conferma che si possono ancora produrre valide opere di genere senza scadere nel ridicolo. (Alessandro Cruciani)

 


 

Yellowbrickroad

Regia: Jesse Holland, Andy Mitton, Usa (2010)
Genere: horror

La leggenda vuole che nel 1940 gli abitanti della cittadina di Friar, New Hampshire, siano scomparsi dopo aver imboccato un sentiero sconosciuto nei boschi: nel 2008 un gruppo di giovani studiosi con l’aiuto di una ragazza del posto arrivano in città con l’intenzione di trovare quel sentiero, lo yellowbrickroad appunto, e seguirne le tracce. Il tutto verrà documentato scientificamente e con l’uso di telecamere. Sfruttando l’onda dei mockumentary ma giocando con suggestioni di ben altro tipo di cinema (non si potranno non notare affinità con Picnick ad Hanging Rock e il carpenteriano Il seme della follia) l’opera prima low budget di Hollan e Mitton, nel suo piccolo non si dimentica. La storia non è molto originale, ma il viaggio all’interno dei boschi viene sapientemente raccontato e lo straniamento dei protagonisti, vittime della loro ricerca di verità e persi in ampi spazi, raggiunge direttamente l’immaginario dello spettatore. Il sonoro è l’elemento fondamentale su cui viene puntata la ricerca di tensione e paura: se nella prima parte è il silenzio a dominare, al massimo intervallato dalle chiacchiere dei protagonisti (agghiaccianti le interviste con la telecamera utilizzate dallo psicologo del gruppo per testare la loro sanità mentale), nella seconda parte la musica è padrona, un terrore acustico che nel suo essere lontano e al tempo stesso fastidiosamente presente, contribuisce allo sfacelo del gruppo e alla discesa nell’incubo. Non manca in tutto ciò l’elemento più horror con improvvisi sprazzi gore che sorprendono e mantengono forte un ritmo quanto mai angosciante. Seppur con qualche pecca nel finale, la pellicola rimane un esordio davvero coraggioso che non soffre il confronto con produzioni di altro livello. (Alessandro Cruciani)

 


 

Rabies [Kalevet]

Regia: Navot Papushado &Aharon Keshales, Israele (2010)
Genere: horror

In un bosco due fratelli sono vittime di un serial killer: la ragazza è in pericolo in una buca sottoterra e il fratello visibilmente ferito. Questa vicenda si intreccerà con quelle di un ranger, il suo cane, quattro ragazzi che devono andare a giocare a tennis e una coppia di poliziotti. Dall’Israele arriva questo slasher horror con sprazzi di grottesco che gioca a spiazzare lo spettatore rigirando i clichè e non lesinando in scene gore. Nella prima parte vengono presentati i protagonisti senza apparente collegamento, ma grazie ad una serie di equivoci la rabbia (kalevet appunto) e la violenza prendono il sopravvento facendoci dimenticare chi è il cattivo e per cosa tutti si stanno ammazzando. Come in una commedia l’equivoco crea situazioni e momenti di grandi risate, così nell’horror riesce a scatenare morti assurde e apparentemente senza senso. Complice un’ambientazione interessante, il bosco alla luce del sole in cui si svolge la storia è disseminato di mine inesplose, il film diverte infarcendo la vicenda di dialoghi ridicoli (quelli tra i giovani in auto), inseguimenti stancanti, corpi che esplodono, dita mozzate, pericolosi messaggi lasciati in segreteria (la storia tra il poliziotto buono e la sua ex è uno dei momenti più interessanti) e il rapporto semi-incestuoso tra i due fratelli. Una visione che diverte e lascia il segno, con un film che mette da parte analisi più profonde ma fa intuire la realtà e la storia di un paese in cui le violenze sono arrivate ad un punto in cui quasi non ci si ricorda cosa le ha scatenate. Memorabile in questo caso la battuta finale del film detta da uno dei superstiti “Che paese di merda…”. (Alessandro Cruciani)

 

 

 

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