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Wonder Stories #10
Scritto da Alessandro Cruciani, Caterina Gangemi   
Tuesday 17 January 2012

Film di genere fantastico (quindi horror, fantascienza e dintorni) di produzione recente e ancora inediti in Italia. In questo numero le recensioni di Apollo 18, Synecdoche New York e Body...

 

Cos'è Wonder Stories:

Wonder Stories è uno speciale a puntate dedicato a tutto quel cinema di genere fantastico (quindi horror e fantascienza con annessi e connessi) proveniente da ogni parte del mondo e di produzione recente ma che ancora non si è visto sugli schermi italiani. Un appuntamento necessario dato che, grazie alle community di fansubbing e alle meraviglie dell'import home video, molti dei film che tratteremo possono essere recuperati e goduti anche da chi parla a malapena l’italiano.

 


 

Apollo 18

Regia: Gonzalo Lopez-Gallego, Usa (2011)
Genere: Mockumentary, fantahorror

Ufficialmente l’Apollo 17 fu l’ultima missione Nasa sulla Luna, ma nel 1973 un’altra spedizione fu inviata sul satellite: l’Apollo 18 però non fece mai ritorno a casa e una serie di materiale video top-secret ci documenta gli ultimi avvenimenti degli sventurati astronauti. Giocando col falso documentario e sfruttando avvenimenti storici e fantapolitici che ben si prestano, il film di Lopez-Gallego (El rey de la montana) sfonda l’ormai spalancata porta del mockumentary e ci porta sulla Luna. Probabilmente è l’ambientazione il punto forte di una pellicola che, pur durando circa 80 minuti, soffre di qualche dilungamento e stimola la tensione dello spettatore sempre attraverso i soliti collaudati metodi alla Paranormal Activity (movimenti e rumori impercettibili): il contesto lunare nella sua desertica vastità rappresenta invece la summa delle paure dell’uomo, gli sconfinati spazi “inesplorati” sono da sempre fonte di fantasie e di domande che ancora non hanno avuto risposta. Nello stesso tempo la claustrofobia della piccola navicella si contrappone perfettamente all’esterno e contribuisce alle paranoie e al senso di straniamento dei due astronauti. Oltre alla lontananza da casa, l’ansia del ritorno e il senso di abbandono si aggiunge la paura di un elemento sconosciuto e pericoloso e la sensazione che il motivo della spedizione fosse in fondo proprio quello di entrare in contatto con forme di vita aliene. Un horror onesto quindi che non sarà sicuramente originale, ma che gioca bene con le paure ancestrali dell’uomo oltre i confini della scienza e sfrutta al meglio e secondo la moda del momento un contesto originale e sempre spaventosamente interessante. (Alessandro Cruciani)

 


 

Body

Regia: Paween Purijitpanya, Thai (2007)
Genere: drammatico surreale

Diretto da Paween Purijitpanya, classe 1978 e una lunga gavetta tra videoclip e spot pubblicitari, al suo esordio nel lungometraggio dopo i fortunati episodi di 4bia e Phobia 2, Body trae spunto da un fatto di cronaca realmente accaduto per mettere in scena la terrificante esperienza di un uomo qualunque intrappolato nella materializzazione di un incubo, che gli si presenta attraverso mostruose visioni ricorrenti. Due ore di pellicola divise tra un'introduzione dilatata e introspettiva, nel suo predisporre quell'atmosfera di tensione che da impalpabile diviene tangibile nella seconda parte, in un crescendo ben calibrato di ritmo culminante nel godibile twist finale. Nucleo tematico della pellicola, il corpo si fa così strumento metalinguistico speculare e inverso di una narrazione che si ricompone alimentandosi delle proprie carni sezionate o solo apparentemente integre. Certo, non tutto fila alla perfezione, ma si tratta più che altro di peccatucci veniali da opera prima, non sufficienti a inficiare la riuscita dell'insieme. Così, se le ingenuità della sceneggiatura hanno la loro controparte nell'efficacia delle numerose trovate sorprendenti, allo stesso modo la potenza visiva dei momenti più truculenti viene solo in minima parte sminuita dalla grossolanità degli effetti speciali. (Caterina Gangemi)

 


 

Synecdoche, New York

Regia: Charlie Kaufman, Usa (2008)
Genere: drammatico surreale

Il regista teatrale Caden Cotard è in crisi: ogni giorno che passa si accorge di avere strani sintomi e sua moglie lo lascia portandosi via la figlioletta, in tutto ciò non riesce nemmeno a dare un senso alla relazione extraconiugale con Hazel. Col passare degli anni decide quindi di mettere su uno spettacolo teatrale che rappresenti la sua vita e i personaggi che ne fanno parte fino all’estrema creazione di una realtà dentro la realtà. Charlie Kaufman, sceneggiatore atipico e geniale (suoi sono The eternal sunshine of the spotless mind e Being John Malkovitch) si cimenta con la macchina da presa per un film che considerare ambizioso è riduttivo: già con il titolo, giocando con la figura retorica della sineddoche (indicare la parte per il tutto) e la cittadina di Schenectady dove la vicenda ha inizio, il regista dimostra di voler far entrare lo spettatore all’interno di una mente creativa – come la sua – e fargli perdere l’orientamento in un labirinto quasi pirandelliano. Nella prima parte la storia si segue abbastanza facilmente mentre è nella seconda che tutto si complica, quando subentra un gioco di specchi e di doppi disorientante. Vediamo infatti moltiplicarsi le prospettive e le sfumature di una storia che è poi semplicemente quella di un uomo solo in cerca di risposte e che utilizza i suoi mezzi espressivi per farlo. A tratti intellettualoide, a tratti confuso, il lavoro di Kaufman è una riflessione sui meccanismi della mente e su come molto spesso ci si dimentichi che la vita stessa è uno spettacolo e non va semplicemente osservato da spettatore (come troppo spesso fa Caden) ma soprattutto va interpretato nonostante non vi siano ruoli prestabiliti. C’è molta umanità nel tentativo di Caden di rivivere la sua vita in uno spettacolo e ce n’è molta anche negli attori che lavoreranno per anni in questa sua monumentale opera (da assaporare il monologo del prete nel “finto” funerale): nel finale sembrerà di assistere ad uno scenario post-apocalittico, ma in fin dei conti come immaginare la morte se non come la fine di tutto? (Alessandro Cruciani)

 


 

 

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