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Venezia 70 - Tutto il cinema bizzarro (prima parte)
Scritto da Caterina Gangemi, Tommaso Tronconi   
Sunday 08 September 2013

Tutto il cinema bizzarro del Festival di Venezia 2013. In questa prima parte le recensioni di The Zero Theorem, Moebius, Why Don’t You Play in Hell, L’arbitro e tanti altri…

 

[Cover: The Zero Theorem]

 

INTRODUZIONE

 

Più che del proverbiale sipario, ha l’aspetto di un pietoso sudario, il velo calato al termine di questa 70esima Mostra. Nell’anno del controverso Leone d’Oro assegnato al documentario Sacro Gra di Gianfranco Rosi dalla giuria presieduta da Bernardo Bertolucci (che riporta il riconoscimento in patria, a quindici anni da Così ridevano di Gianni Amelio, peraltro presente con uno dei film più brutti visti in concorso, L’intrepido), è bastato infatti attendere i premi principali per avere il suggello di quell’atmosfera dimessa che ha avvolto fin dall’inizio la kermesse lidense. Eppure, nonostante la penuria di grandi divi (in realtà presenti, pochi ma buoni) lamentata dagli amanti del glamour, le discussioni sulle anteprime “anticipate” altrove (Telluride, per la precisione) e il più comprensibile rammarico per l’assenza di grandi opere, in una selezione tutt’altro che mediocre ma dalla portata non certo eclatante, possiamo dire che, per quanto riguarda noi bizzarromani, non è andata poi così male. Certo, brucia parecchio la delusione per la completa cecità verso l’enfant prodige Xavier Dolan (ignorato nel palmarès), che con Tom à la ferme ha offerto l’ennesima conferma di un talento eccentrico e maturo, mentre purtroppo preventivata è stata l’esclusione del nostro favorito Under The Skin, opera ostica, complessa e a tutti gli effetti impremiabile. Nel complesso, anche stavolta tra selezione ufficiale e sezioni collaterali, a prescindere dall’effettiva pertinenza nell’ambito bizzarro delle pellicole in questione, si è visto di tutto: ritratti lucidamente spietati (Miss Violence, Die Frau des Polizisten) o ai limiti del surreale (Moebius) di famiglie a dir poco disfunzionali; allucinazioni, incubi, visioni (The Zero Theorem, Under The Skin, Rigor Mortis, Ruin), carneficine umane (The Sacrament, Child of God, Wolf Creek 2) e animali (praticamente quasi tutti i film, dove la presenza di bestie morte sembrava quasi d’ordinanza). E ancora: pratiche sessuali e perversioni di ogni sorta – incesto, pedofilia, necrofilia e Gerontophilia – e divagazioni scatologiche, tra minzioni (l’immancabile Moebius, Jiaoyou) e defecazioni con tanto di bastoncino usato a mo’ di carta igienica (Child Of God); virtuosismi visivi (Gravity), narrativi (Locke), e di entrambi i tipi (Mahi va gorbeh). Questo è – quasi – tutto, il resto lo racconta come di consueto il nostro speciale. Buona lettura! (Caterina Gangemi)

 

 


 

I FILM

 

The Zero Theorem

Regia Terry Gilliam Paese Usa/Gran Bretagna Genere Fantascienza Concorso

Un film di Terry Gilliam. Non servirebbero altre parole per descrivere The Zero Theorem, nel bene e nel male. Già il progetto parla chiaro: una versione di Brazil, nella quale il tema orwelliano si aggiorna ai tempi dell’interconnessione e della multimedialità. Ciò che si vede è una conferma, nel suo mix lisergico-barocco di collage pop, scenari futuristici dalle atmosfere fiabesche e rètro e la consueta carrellata di personaggi assurdi. Nei ranghi anche la storia, ridondante ed esposta a facili vagheggiamenti filosofici, guidata da un Waltz un po’ a disagio negli eccentrici panni di un genio informatico fobico e sociopatico alle prese con un teorema finalizzato a determinare il senso della vita. I guizzi arrivano dall’ancora sorprendente estro visivo del regista, ma la fretta e il budget ristretto si fanno sentire. E le perplessità sulla tenuta complessiva risultano inevitabili. (CG)

Trailer

 


 

Why Don’t You Play in Hell

Regia Sion Sono Paese Giappone Genere Grottesco Orizzonti

“Un film capace di intrattenere i giapponesi che hanno vissuto la tragedia del terremoto del 2011”. Così Sion Sono ha descritto il suo ultimo lavoro, presentato al Lido a due anni dallo struggente Himizu. E in attesa di conoscere la reazione dei suoi compatrioti, si può dire che, almeno da un punto di vista occidentale, l'intento del regista nipponico sia pienamente riuscito. Colorato, concitato e violentissimo, Why Don't You Play in Hell è infatti un divertimento delirante, che dietro la comicità trash racchiude un appassionato tributo metadiscorsivo alla settima arte tra passato, presente e futuro. Nell’intreccio delle rocambolesche avventure di un gruppo di giovani e agguerriti cinefili decisi a girare a ogni costo il loro film con la faida tra due clan rivali, Sono – con una sceneggiatura scritta venti anni fa – mescola gli elementi topici della propria poetica con l’omaggio al cinema di Bruce Lee e al filone yakuza degli anni ’60 e uno sguardo sul passaggio dalla pellicola al digitale. In un parossismo di violenza iperbolica quasi da cartoon, tra teste che volano, colpi di katana e raffiche di mitra, sotto l’incessante refrain di un jingle demenziale, il messaggio arriva, e nel miglior modo possibile: tra molte risate. (CG)

 

Trailer

 


 

Die Frau des Polizisten

Regia Philip Groning Paese Germania Genere Drammatico Orizzonti

Film tedesco di 3 ore, articolato in 58 capitoli (alcuni dei quali durano brevi manciate di secondi) che sarebbero potuti stare tranquillamente in un sano Bignami da libreria dell’usato. Con un continuo alternarsi di “anfang” ed “ende”, e un incedere da “e fu sera e fu mattina”, on screen stralci della (serena) quotidianità di un giovane poliziotto e l’amata mogliettina, presentati in apertura come la coppia più bella del mondo. A lungo andare, però, l'uomo mostra il suo lato oscuro, manesco, isterico, e il corpo della moglie si riempie di lividi da percosse. Nel mezzo una tenera figlioletta che adora vestirsi con la tuta anti-sommossa del papà e cercare coniglietti nel bosco. In totale assenza di colonna sonora, lo spettatore assiste sonnacchioso al triste tema della violenza domestica. Con inutile prolissità trainata da un’ostentata vena autoriale e da qualche balzo sulla poltroncina, il tedesco in concorso convince su temi, ma non su modi e tempi. (TT)

 


 

L’arbitro

Regia Paolo Zucca Paese Italia/Argentina Genere Commedia Giornate degli autori

Cosa può portare un affermato allenatore di calcio internazionale a sbarcare dal continente per dirigere la partita di uno scalcinatissimo campionato interregionale in un paesino dell’entroterra sardo? Lo racconta Paolo Zucca che, con L’arbitro, allunga il suo omonimo e pluripremiato corto del 2009 in una farsa in bianco e nero sulla scia del grottesco-regionale di Ciprì e Maresco e con innesti di nonsense beckettiano à la Manuli. Non mancano le trovate e i momenti curiosi, con Accorsi che si fustiga nudo e la tziedda vestita in nero esperta di strategie calcistiche, il gioco con gli stilemi del western e del musical, e intuizioni di ottima regia – l'allenamento girato come una coreografia di Busby Berkeley – e il brio delle riprese sul campo di pallone ma la ricerca di una dimensione eccentrica si scontra con la scarsa originalità dell’approccio e i limiti di un racconto episodico e ripetitivo. Ondivago anche l’apporto del cast, dove spicca soltanto la prova di Benito Urgu, popolarissimo nell’isola, finalmente in un ruolo fuor di macchietta. (CG)

 

Trailer

 


 

Moebius

Regia Kim Ki-Duk Paese Corea del Sud Genere Drammatico Fuori concorso

Se nel 2012 aveva sorpreso con la discrezione al silenziatore (premiata con il Leone d'Oro), di Pietà, quello di Moebius si presenta a tutti gli effetti come un Kim Ki-Duk caricato a pallettoni. L'impatto è detonante: mutilazioni, pratiche sadomaso autoinflitte, sessualità morbosa e una generosa manciata di incesto si susseguono tra le spire di un divertissement privo di dialoghi, sconvolgente ma anche intriso di umorismo nero. La storia è quella di un adolescente che per errore viene evirato dalla madre, ansiosa di punire l’infedele marito. Per alleviare la condizione del ragazzo, il padre tenta ogni strada, comprese quelle più estreme. In preda a una folle ossessione genitale, gli orrori della famiglia disfunzionale si dispiegano con passo svelto e per niente appesantito dall’assenza di parole, riconfermando – per fortuna – uno dei migliori tratti del regista. Benché coinvolgente, il crescendo che parte dall’istinto passionale per arrivare alla completa turpitudine risente di una mano troppo pesante nella ricerca della sgradevolezza a ogni costo. Bluff o gioco perverso? Forse entrambi. Ma senza dubbio sconvolgente.(CG)

 

Trailer

 


 

Rigor mortis

Regia Juno Mak Paese Cina Genere Horror Giornate degli autori

Chin Siu-ho, attore sulla via del tramonto, celebre per il ruolo di cacciatore di vampiri, si impicca. In quel momento gli passa davanti tutta la vita. E che vita! Con la corda al collo, piomba in un trip di allucinazioni sovrannaturali, un calderone di elementi dove c'è posto per tutto e tutti: spettri galoppanti, gemelline alla The Ring, famelici zombi, sangue a secchiate. C'è anche posto per un’incantata camera 2442 (di vaga ispirazione kubrickiana). Ma questi elementi non s’amalgamano a dovere e il risultato è un horror privo di terrore e, pur ricco di azione ed effetti visivi, noioso. Debutto alla regia del produttore e sceneggiatore Juno Mark e co-prodotto dal padre di The Grudge, Takashi Shimizu, Rigor mortis è un’accozzaglia di indisciplinati contenuti a cui manca il rigore del titolo, stipati in una fatiscente palazzina di Hong Kong in preda a forze oscure. Tra morti e risorti, taoisti ed esorcisti, un esordio che antepone l’esercizio di stile al racconto. A mortis. (TT)

 

Trailer

 


 

Vai alla seconda parte

Speciale a cura di Caterina Gangemi

in collaborazione con Tommaso Tronconi

 

 

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