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Venezia 69 - Tutto il cinema bizzarro (seconda parte)
Scritto da Caterina Gangemi, Tommaso Tronconi   
Tuesday 11 September 2012

Tutto il cinema bizzarro del Festival di Venezia 2012. In questa seconda parte le recensioni di È stato il figlio, Passion, The Weight, La cinquième saison e tanti altri...

 

[Cover: È stato il figlio di Daniele Ciprì]

 

I FILM

 

È stato il figlio

Regia Daniele Ciprì Paese Italia Genere Grottesco In concorso

Un risarcimento per vittime di mafia confluito nell’acquisto di una Mercedes. A volerla con fare dispotico e infantile è Nicola Ciraulo, recuperatore di arrugginiti scarti navali. Ma un graffio sulla carrozzeria, causato dalla guida inesperta del figlio, condurrà questa famiglia siciliana verso il degenero totale, umano e morale. Grottesco e tragicomico, È stato il figlio, primo film italiano presentato in concorso a Venezia 69, è un’opera solida, compatta, che batte un colpo forte a favore del cinema made in Italy. Tramite una caratterizzazione meticolosa di ogni personaggio così come di ogni inquadratura, scortata dall’alternanza di musiche neomelodiche e da teatro d’opera, la pellicola di Ciprì fa riflettere sul potere del denaro nell’opposizione tra essere poveri disperati e apparire ricchi sfondati. Toni Servillo regala una prova teatrale e istrionica che getta nuova luce sul suo talento oramai riconosciuto ma inflazionato, impolveratosi nel tempo nella solita espressione bronzea e lessa. Spicca poi la prova del “narratore” Alfredo Castro, noto ai cinefili come il Tony Manero di Pablo Larraìn. Il cinema italiano c’è. È stato il figlio? No, è stato Ciprì. (Tommaso Tronconi)

Trailer

 


 

La cinquième saison

Regia Peter Brosens, Jessica Woodworth Paese Belgio Genere Grottesco In concorso

Non esistono più le stagioni. L’aggiornamento apocalittico dell’immarcescibile leit-motiv da autobus è il tema alla base dell’affascinante opera di Peter Brosens e Jessica Woodworth, di ritorno nel loro Belgio per chiudere la trilogia partita dalla Mongolia (Khadak) e proseguita in Perù (Altiplano). Elemento comune è una riflessione sensibile sull’ambiente che qui assume i toni cupi di una natura che, più che ribellarsi, si rifiuta di collaborare, produrre frutti, trasformarsi portando all’implosione di ogni ciclo vitale. Come nei lavori precedenti, l’elemento linguistico dominante è il piano sequenza, che racchiude l’arte fiamminga, la frugalità dell’Haneke de Il tempo dei lupi e il paganesimo rituale e superstizioso di The Wicker Man, in una serie di tableaux vivants dalla cornice surreale e grottesca nella quale c’è posto per galli, struzzi, giganti e vittime sacrificali. A modo suo spettacolare, come una galleria degli orrori di disperata bellezza. (Caterina Gangemi)

Trailer

 


 

Spring Breakers

Regia Harmony Korine Paese Usa Genere Thriller In concorso

Presentato dopo il giro di boa di una sezione “In concorso” per lo più noiosa e priva di veri picchi autoriali meritevoli del Leone d’Oro, Spring Breakers di Harmony Korine è uno tsunami che investe e diverte, un joke, un divertissement che, piacendo o meno, non lascia indifferenti. E proprio per questo suo arrivo “in ritardo”, è apparso più ribelle di quello che è. Il via con un aggressivo e spiazzante inizio videoclippettaro che mischia ed estremizza pubblicità estive da Mtv e video alla Beyoncé e Rihanna. Va quindi in scena, scortato da colori acidissimi e da una colonna sonora invasiva e invadente molto hip pop, il Jersey Shore di tre “brave ragazze”, parte di una gioventù bruciata da sex&drugs, alla scoperta del loro lato più oscuro grazie a un James Franco istrionico, godereccio, con i denti da capra ferrata. Ma nonostante l’abbondanza di tette e culi, smutandate e fiumi d’alcolici su corpi sudati, non si grida allo scandalo, ma solo al divertimento. Due cose sono certe: la “primavera”/innocenza delle protagoniste va in break, nel duplice significato di pausa e rottura; Vanessa Hudgens, Selena Gomez e Ashley Benson, teen idols under 25 di Disney Channel, difficilmente potranno rimettere piede sul noto canale per bambini. Indimenticabile la sequenza sulle note di Everytime di Britney Spears con le “tre Grazie” protagoniste danzanti in cerchio con indosso passamontagna pink da pin up criminali e mitraglia in braccio. (TT)

Clip

 


 

Leones

Regia Jazmín López Paese Argentina/Francia/Paesi Bassi Genere Drammatico Orizzonti

Cinque ragazzi vagano in un bosco lussureggiante. La macchina da presa li segue, quasi sempre alle spalle, nel loro peregrinare fatto di chiacchiere, giochi e sesso. Realtà, sogno, o qualcos’altro? Pretenzioso oltremisura, l’esordio nel lungometraggio della videoartista argentina Jazmín López è un saggio sulla morte nelle intenzioni, e una sterile elucubrazione intellettuale nei risultati. Da un lato la volontà di mostrare in una sorta di limbo quell’istintualità animale evocata nel titolo, dall’altro un estenuante susseguirsi di azioni sconnesse, parole banali e usurati simboli. Così, lo sperimentalismo non risulta altro che la chiusura ermetica su una dimensione di suo già criptica, la cui chiave d’accesso è fornita con pessimo tempismo, rivelando un approccio non privo di originalità solo dopo che il tedio ha già avuto il sopravvento. E non basta neppure l’affascinante ritratto bucolico creato da Matias Mesa (operatore steadycam per Van Sant) a stemperare una concezione di cinema d’autore elitaria ed ermetica, da tempo stantia ma, a quanto pare, dura a morire. (CG)

 


 

The Weight

Regia Jeon Kyu-hwan Paese Corea del Sud Genere Drammatico Giornate degli autori

Gobbo, malato d’artrite, affetto da tubercolosi, impiegato all’obitorio come ri-pulitore di cadaveri. Il suo nome è Jung ed è il disperato e poetico protagonista di The Weight di Jeon Kyu-hwan, vincitore con merito e a mani basse del Queer Lion Award 2012, ovvero il premio per miglior film a tematica omosessuale e queer culture. Al suo fianco un fratellastro transgender che vorrebbe diventare in tutto e per tutto donna. Intorno a loro una varietas umana degenere e degenerata, guidata dall’istinto primario del sesso da consumare con avidità, fretta e malcostume agli angoli delle strade, nello squallore di un bagno pubblico e, perché no, anche su un gelido lettino d’acciaio dell’obitorio (come fa l’uomo deforme celato dal casco con un’avvenente cadavere femminile). Un film forte, morboso, perverso, che non esita a mostrare organi genitali di ambo i sessi, in un’ambientazione torbida, fetish, immonda. Ma il regista Jeon Kyu-hwan non ci confina nello squallore fisico delle cose. Con maestria e poesia porta alla luce l’anima e il dolore dei nuovi mostri, di chi viene evitato dalla società, del “diverso” che non trova e non può trovare integrazione su questa terra, di larve capaci di trasformarsi in farfalle nell’affetto, nell’amore, dopo la vita. Senza dubbio il più bel film del festival. Memorabile il valzer con i corpi nudi dei cadaveri. (TT)

 


 

Passion

Regia Brian De Palma Paese Germania/Spagna/Francia/Gran Bretagna Genere Thriller In concorso

A cinque anni dal Leone d’Argento per la miglior regia ottenuto con Redacted, Brian De Palma torna al Lido con il remake del thriller-noir Crime d’amour di Alain Corneau, uscito postumo dopo la morte del regista nel 2010. Fatte salve ambientazione europea (Berlino) e linea essenziale della trama (la degenerazione criminale del rapporto, tra competizione e pulsione sessuale, di due donne in carriera), dell’asciuttezza acida dell’originale rimane poco. All’opposto, il regista di Omicidio a luci rosse cerca di riportare il tutto nelle pertinenze del proprio cinema e dei suoi tratti distintivi con un compendio ammiccante di specularità e raddoppiamenti, ribaltamenti e inganno, arricchito soltanto da un discorso sulla riproducibilità dell’immagine troppo artificioso per risultare convincente. Le immagini d’impatto non mancano, ma il simbolismo è grossolano, le autocitazioni pretestuose e di maniera, mentre l’innesto della dimensione onirica ha tutto l’aspetto di un goffo escamotage con cui tappare i buchi di una sceneggiatura inutilmente arzigogolata. E a pagare il conto di tutta la pacchianata lesbo-chic sono le due attrici Rachel McAdams e Noomi Rapace, fuori parte e alle prese con svogliati baci saffici. (CG)

Trailer

 


 

The Paternal House [Khaneh Pedari]

Regia Kianoosh Ayyari Paese Iran Genere Drammatico Orizzonti

Una casa. Un padre che uccide la figlia per una questione d’onore (ma non è un caso di mafia!). Il piccolo figlio che lo aiuta a seppellire il cadavere in cantina, sotto al pavimento. E una maledizione destinata a durare nel tempo, generazione dopo generazione. Non è un racconto di Edgar Allan Poe, né il più trito e ritrito horror di produzione americana. È Khaneh Pedari (The Paternal House) di Kianoosh Ayyari, sorprendente opera iraniana dai contorni crudeli e dannati, patriarcali e grotteschi. Un’unica location per una regia partecipe e atletica, come un ospite invisibile ma onnipresente tra le mura di casa. Pur mostrandoci un microcosmo orientale fatto di chador e tappeti da rammendare, preghiere in perenne genuflessione e uomini che picchiano le donne, il film ha il merito d’inquadrare l’Islam in un’ottica anomala, mai vista, dove una porta da non aprire racchiude più segreti e timori del Corano. A rendere più bizzarra la situazione ci sono mobili ammassati alle porte come solo in Post Mortem di Pablo Larraìn abbiamo visto fare e un anziano padre che parla con una voce metallica che mixa (e ricorda) Darth Vader ed ET. Il cinema iraniano è in costante ascesa. E non c’è solo Asghar Farhadi ad incantare ai festival internazionali. Kianoosh Ayyari ci sta dentro e porta un vento orientale nuovo, che sa giocare coi generi e reinventarsi. (TT)

 


 

Shokuzai (Penance)

Regia Kiyoshi Kurosawa Paese Giappone Genere Drammatico Fuori concorso

Un brutale omicidio; un assassino a piede libero; una punizione incombente. La giustizia si abbatte sulle persone coinvolte nelle vesti di un tragico destino “guidato” da un’implacabile dark lady, in un crescendo di incubo e follia. Non è un romanzo di Cornell Woolrich ma una miniserie televisiva in cinque episodi tratta dal best seller di Kanae Minato e diretto dal maestro dell’horror nipponico, che nasconde sotto i meccanismi del mystery un dramma introspettivo al femminile. Protagoniste sono quattro donne, testimoni da bambine dell’assassinio di una loro amichetta e colpevolizzate dalla madre della vittima per non aver permesso di individuare il responsabile. In una traiettoria di tormento, vendetta, espiazione si avvicendano con audacia rapporti morbosi, perversioni, conflitti irrisolti, rivelati da Kurosawa con stile elegante e composto in cui l’atmosfera patinata diviene perturbante, salvo poi dissolversi nelle tinte forti di un epilogo quasi da soap opera. Accorciato di trenta minuti per la sala, resta comunque un’opera fin troppo densa e impegnativa per la quale è consigliabile una fruizione episodica. (CG)

Trailer

 


 

Ja Tozhe Hochu (Me Too)

Regia Alexey Balabanov Paese Russia Genere Drammatico Orizzonti

La ricerca della felicità. Tutti la vogliono, tutti vi possono accedere. La strada giusta conduce ad un Campanile che (tele)trasporta non si sa dove. La sua sede è in un’area desertica e ghiacciata, dove domina l’inverno. Protagonista una combriccola riunitasi di fortuna sull’onda di una parola d’ordine e desiderio: me too, “vengo anch’io”. Si ritrovano sulla stessa automobile un bandito, suo fratello, loro padre, un musicista e una giovane prostituta, oltre ad un ragazzo profeta che si muove in solitaria. L’abitacolo della vettura diventa così un crocevia di storie(lle) di vita vissuta tra il serio e il faceto, il vero e l’assurdo. Personaggi degni di una barzelletta per un film che diverte e fa riflettere (tramite frasi sentenza che strappano applausi a scena aperta). A caricare la dose di grottesco, una colonna sonora rauca e schitarrata che graffia e strombazza quasi ininterrottamente. Senza mai perdere la vena caricaturale e ironica, Me Too, pur palesando un chiaro richiamo biblico (alla felicità, come al Regno dei Cieli, accedono un bambino, la prostituta e il musicista devoto), non scivola nel filosofico esistenziale (la prostituta è laureata in filosofia e ne conosce bene l’inutilità!). Alexej Balabanov tiene in pugno la sua opera, scansando ogni segno di cedimento “ex cathedra”. La frase da scrivere su muri e diari? “La vita è più bella quando stai bene, poi male, poi bene”. (TT)

Trailer

 


 

Speciale a cura di Caterina Gangemi, Tommaso Tronconi

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