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Venezia 69 - Tutto il cinema bizzarro (prima parte)
Scritto da Caterina Gangemi, Tommaso Tronconi   
Monday 10 September 2012

Tutto il cinema bizzarro del Festival di Venezia 2012. In questa prima parte le recensioni di Pieta, Paradies: Glaube, Outrage beyond, Tai Chi 0 e tanti altri...

 

[Cover: Pieta di Kim Ki-Duk]

 

INTRODUZIONE

 

La prima edizione dell’Alberto Barbera "bis” è senza dubbio stata di buona qualità. Il numero dei film totali si è abbassato rispetto agli anni scorsi (ben 20-25 in meno) ma non il livello complessivo, anche se vanno fatte delle dovute osservazioni che sottolineano come si sia seguito il “principio scientifico” del “fare poggio e buca”. Partiamo dal concorso dimostratosi più scarso rispetto alle altre sezioni collaterali, tanto che si è a lungo esitato per trovare un valido candidato al Leone d’Oro, andato senza troppe sorprese all’unico capace di mettere d’accordo (più o meno) tutti: il potente Pieta di Kim Ki-duk. D’altra parte, è spiccata positivamente un’Orizzonti meno sperimentale ma anche meno elitaria, nella quale è confluito, come in una sorta di concorso senza premi, il tanto biasimato Controcampo Italiano delle scorse edizioni, da molti considerato una riserva indiana per il nostro cinema, come a volerlo proteggere da una concorrenza che lo avrebbe fatto sfigurare.

Tra le immagini che più resteranno nei nostri occhi, citiamo solo la ricorrenza di corpi nudi in molteplici forme e posizioni: avvinghiati giù dal terrazzo in Izmena, nudi e coinvolti in valzer e canti tra il poetico e il goliardico in The Weight e The Master. Ma non possiamo tacere sulla masturbazione con crocifisso di Paradies: Glaube e il sorriso jokeriano de L’homme qui rit. Per la serie “lo zoo è qui” la simpatica foca di Queen of Montreuil, gli struzzi alieni di La cinquieme saison e la decapitazione taurina di The Womb. Ma sicuramente entrerà negli annali la sequenza kitsch e soft fetish di Spring Breakers sulla canzone Everytime di Britney Spears suonata ad un candido pianoforte in riva al mare con danza di mitraglie e passamontagna rosa shocking.

Da segnalare inoltre la presenza di un unico film d’animazione, ovvero lo splendido Pinocchio di Enzo d’Alò. (Tommaso Tronconi)

 

 


 

I FILM

 

Pieta

Regia Ki-duk Kim Paese Corea del Sud Genere Drammatico In concorso

Cos’è il denaro? – È amore, onore, rabbia, vendetta. È la fine delle cose: Kim Ki-duk lo mette in chiaro a metà percorso attraverso le parole dei due protagonisti a suggello di uno spietato apologo sull’avidità ferina indotta dal capitalismo. Per il resto, non è che si perda troppo in ciance nel raccontare la parabola di un sadico esattore al soldo di un usuraio alle prese con una donna piacente e servizievole che sostiene di essere sua madre. Al suo diciottesimo film (come viene esplicitamente ribadito nei titoli di testa) il regista coreano non si tradisce né smentisce, ma rivela un inedito senso della misura nell’evitare sensazionalismi pulp quanto gli eccessi del mélo: forte di un ritmo sostenuto e una regia minuziosamente cesellata, colpisce con la forza disturbante di torture, violenza e tabù sessuali violati, e accarezza con l’inaspettata tenerezza di un’infanzia ritrovata. Un esame di maturità passato a pieni voti, insomma, suggestività di una Seoul popolare e l’allure torbida della coppia di interpreti. (Caterina Gangemi)

Trailer

 


 

Paradies: Glaube

Regia Ulrich Seidl Paese Francia/Austria/Germania Genere Drammatico In concorso

Anna Maria, cristiana devota e a dir poco fondamentalista, si aggira per Vienna portando in braccio (quasi in grembo) una statuetta della Madonna come fosse un neonato in fasce. La missione è convertire e redimere dal peccato la deviata nazione austriaca. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo un manesco e voglioso ex marito musulmano che, dalla sua sedia a rotelle, stacca crocifissi dalle pareti con forsennata dedizione. In arrivo per lei anche offese e schiaffoni da sconosciuti. Secondo capitolo, dopo Paradies: Liebe, della sua “trilogia della felicità”, Ulrich Seidl ci conduce di fronte al dissacrato tema/altare della Fede, gettandoci in un iper-realismo che sa di disumano. Il regista tedesco va oltre ogni attesa attendibile, oltre l’immaginazione... oltre. Ci frusta e schiaffeggia nella sensibilità dal primo all’ultimo minuto. Non fa sconti, non addolcisce la pillola (forse sarebbe meglio dire l’ostia!), ma ci fa ingoiare a forza la medicina cattiva (più che la buona novella). Tramite lunghi piani sequenza e un predominio di macchina fissa, costringe il nostro occhio a guardare con avidità e pudore, imbarazzo e sdegno, una schiera di uomini e donne che rimangono fuori dalla Grazia di Dio. Come il suo film. Che per questo sconvolge e convince. Lourdes di Jessica Hausner in confronto è acquetta di rose, scarto di magazzino. (Tommaso Tronconi)

Trailer

 


 

Shark 3D

Regia Kimble Rendall Paese Australia Genere Thriller Fuori concorso

Una cittadina della costa australiana viene colpita da uno tsunami devastante che in poco tempo semina morte e distruzione. Al centro del cataclisma c'è un supermercato, dove proprio nel momento cruciale si sta svolgendo una rapina: investiti e sommersi dalle acque, alcuni clienti, membri del personale e gli stessi ladri uniscono le forze per salvare la pelle. Ma a rendere l’impresa ancora più ardua, ci si mette un branco di squali voraci e affamati. (Tanta) acqua e (tanto) sangue sono gli elementi essenziali di questo thriller australiano in 3D, più vicino allo spirito ludico e cialtronesco dei Piranha di Aja che al sensazionalismo spielberghiano. Con tocco a metà tra l’iperrealismo e il pop, enfatizzato dall’insolita location, Kimble Rendall (Cut - Il tagliagole) lavora su una base slasher di rozza truculenza mescolando con disinvoltura elementi di disaster e teen movie, mélo sentimentale e horror, con tutti i crismi e i cliché del caso. Valida la regia, nel creare la suspense e offrire momenti di impatto, non altrettanto sceneggiatura e interpretazioni, mentre unica costante è la vis comica, che passa dallo humour consapevole e autoironico al totale sprezzo del ridicolo quando il gioco si fa serio, facendo di Shark un film divertente, anche oltre le intenzioni. (CG)

Trailer

 


 

Outrage beyond

Regia Takeshi Kitano Paese Giappone Genere Azione In concorso

Stessa storia, stesso posto, stesso clan. Più o meno. Infatti Takeshi Kitano, nel primo sequel della sua carriera da regista, orchestra un film che germina dal precedente Outrage con l’innesto di alcune variazioni su un tema di base esattamente identico. Se nel precedente i pesci più piccoli aspiravano a diventare pescecani, in questo vanno on screen, quantomeno in principio, le contrapposizioni tra vecchi e giovani, leve antiquate pronte a difendere la poltrona e nuove leve disposte a tutto. Pur essendo meno spettacolare del primo episodio, e molto più cerebrale, intricato (aver visto il primo aiuta!), strategico e verboso, Outrage beyond risulta però più riuscito. Meno sono le morti rocamboliche, e meno è anche il sangue versato e schizzato, come se Kitano fosse nostalgico dei tempi in cui era un paladino del fuoricampo (vedi Brother). Non mancano poi alcuni must inalienabili come il mignolo mozzato, stavolta con un bel morso deciso, e qualche reloaded interessante (vedi il trapano foratore di teste insacchettate). Da segnalare, come scelta azzeccata, un’accentuata vena comica e ironica di alcuni comportamenti dei sempre più rileccati yakuza. Suscitano non poche risate i reiterati schiaffetti e posacenerate agli scagnozzi/scugnizzi da quattro soldi. Insomma, Kitano non va oltre quell’al di là che il titolo annuncia. Ma nonostante questo, piace. (TT)

Trailer

 


 

Forgotten [Du Hast Es Versprochen]

Regia Alex Schmidt Paese Germania Genere Horror Fuori concorso

Tra i piaceri offerti dal mystery c’è indubbiamente il farsi avvincere fino in fondo, trovarsi coinvolti all’interno della storia, provare sorpresa, stupore o shock. Quando ciò non avviene, quando ci si pongono le domande giuste nei momenti sbagliati (perché tizio si è comportato così quando avrebbe dovuto fare cosà), quando è possibile anticipare ogni snodo, compreso quello che dovrebbe fornire il colpo di scena o chiave di volta della trama, è segno che qualcosa non va. È il caso dell’opera prima della tedesca Alex Schmidt, in cui il legame con il genere si accontenta di un saccheggio degli stilemi più iconici e del ricorso al cliché, dimenticandone completamente la funzione precipua: spaventare. C’è di tutto, infatti, dai fantasmi bambini della tradizione orientale, ai temi della colpa e del rimosso ripresi dal thriller psicologico, a un po’ di efferatezze horror, nella storia di due amiche che si rincontrano dopo tanti anni e decidono di passare un week-end nell’isola in cui hanno trascorso l’infanzia. Peccato che l’atmosfera non decolli, soffocata in un facile ricorso all’enfasi e al fragore, e certo non aiuta la pessima prova delle due attrici, truccate e pettinatissime anche nelle situazioni più estreme. Ma a scantonare dall’aderenza ai canoni risollevando in extremis il livello provvede un finale tutt’altro che accomodante o buonista e coerentemente sintonizzato con la crudeltà della storia. (CG)

 


 

The millennial rapture [Sennen No Yuraku]

Regia Koji Wakamatsu Paese Giappone Genere Drammatico Orizzonti

Se avete bisogno di una trasfusione di sangue, non rivolgetevi alla stirpe dei Nakamoto. I loro globuli rossi sono infetti da un destino funesto che conduce ad una morte giovane e dolorosa. E voi, donne, state lontane da questi maschietti orientali: sono degli irresistibili sciupafemmine. Tra paesaggi eremitici dall’indubbio fascino e bellissimi cuculi volanti come piccioni viaggiatori tra il mondo dei viventi e l’oltretomba, Sennen No Yuraku (The Millennial rapture) è un film bizzarro nella sua totale vacuità e inconsistenza. Tutta la vita passa davanti agli occhi di una storica levatrice del villaggio, che ci conduce così in un amarcord delle (dis)avventure sessuali dei piccoli che ha aiutato a nascere, piccoli diventati fascinosi latin lover. Una vita piena, che però appare al pubblico assolutamente piatta perché imprigionata in una regia anonima, statica, fatta quasi con mezzi di fortuna, e schiava di una sceneggiatura ingessata, che (s)cade più volte nel ridicolo e nel doppio senso (sineddoche di tutto questo la frase, volgarotta e incomprensibile a noi occidentali, “Prima o poi anche tu griglierai il mio fungo”). Tradotto in italiano come “Mille anni di estasi”, Sennen No Yuraku è due ore di pura noia. Ma lunghe, a pelle, mille anni. Una grande delusione per chi ha amato Caterpillar. (TT)

 


 

Kiss of the Damned

Regia Xan Cassavetes Paese Usa Genere Horror Settimana Internazionale della Critica

L’idillio di coppia dei succhiasangue Djuna e Paolo si interrompe con l’improvvisa ricomparsa dell’irrequieta sorella minore di lei. Già è difficile immaginare di questi tempi qualcosa di meno originale di una storia d’amore tra vampiri, se poi quel che si vede è uno spot televisivo patinato e rutilante che cerca di darsi un tono da b-movie, è evidente che forse è giunta l’ora di volgere lo sguardo altrove. Più che un plot banale e un racconto piatto, inconsistente perfino per un porno, qui a tediare è soprattutto la banalità di una messa in scena priva di idee e improntata all’evocazione posticcia di un’atmosfera rétro. La debuttante figlia d’arte Cassavetes - mossa più da ambizione che da talento - cita nomi come quelli di Roeg, Kubrick, De Palma, Bertolucci e Cavani quali suoi ispiratori, ma il risultato è più vicino al glamour titillante della serie tv True Blood, a giudicare dal campionario dark-goticheggiante e i bellocci d’ordinanza. Un vuoto riempito con efferatezze (peraltro blande) e sesso (perlopiù “vestito”), talmente noioso da non risultare neppure ridicolo, nel quale si salva soltanto il fascino suadente di una sprecatissima Anna Mouglalis. (CG)

 


 

The Cutoff Man [Menatek Ha-Maim]

Regia Idan Hubel Paese Israele Genere Drammatico Orizzonti

Dietro ogni tubo dell’acqua c’è una persona, una famiglia, una vita. L’acqua come bene primario senza la quale non si può (soprav)vivere. Da questa importante questione morale, e dalla contrapposizione tra ciò che è giusto e ciò che è solo l’esecuzione di un ordine dall’alto, prende le mosse Menatek Ha-Maim (The Cutoff Man) dell’israeliano Idan Hubel, presentato nella sezione “Orizzonti”. Un film dolente e intenso, coinvolgente ed empatico, che pone al centro un uomo-caso umano che per guadagnare qualche spicciolo accetta di fare lo “staccatore” dell’acqua. Le conseguenze di questo lavoro infame si fanno sentire presto: violenze, offese, rimorsi, angoscia. Un film d’esordio dall’estetica asciutta, spoglia, che procede per sottrazione: lunghi piani sequenza lasciano spazio d’azione e movimento a un attore protagonista, Moshe Ivgy che, volto scavato e vissuto, ammalia sin dal primo fotogramma. Uno stile registico perfettamente in linea con l’essiccazione conseguente al taglio della bolletta, ma non arido (tutt’altro!) nelle emozioni e suggestioni trasmesse. Fino ad ora autore di cortometraggi, Idan Hubel si dimostra regista già maturo, padrone dei propri mezzi e delle proprie idee. The Cutoff Man meritava il concorso, dove sarebbe stato una bella gatta da pelare. (TT)

 


 

Tai Chi 0

Regia Stephen Fung Paese Cina Genere Azione Fuori Concorso

Wuxia e steampunk, Snyder e Rodriguez, cartoon e manga come tessere di una sorta di caleidoscopio osservato sotto effetto di qualche sostanza euforizzante. Forse solo in questi termini è possibile rendere l’idea di un film in cui l’immaginario delle arti marziali si stempera nei più disparati linguaggi e generi in uno scanzonato pastiche. La storia – ambientata nella Cina ottocentesca – è quella di Yang, ragazzo trattato come un freak per via di una strana escrescenza sulla fronte, nella quale si cela in realtà la linfa di un talento prodigioso nell’arte del tai chi. Deciso ad assecondare il proprio destino, Yang si reca nel villaggio di Chen per apprendere i segreti della disciplina. Si parte col botto in una pirotecnica battaglia che non risparmia ralenti e acrobazie, si prosegue tra cinema muto e animazione per poi cedere al videogame con un racconto strutturato in tappe quanti sono i livelli in vista del compimento della missione. Sfizioso di primo impatto, il gioco di commistioni finisce presto per risultare ripetitivo e troppo costruito, ma il livello di spettacolarità della messa in scena e la padronanza registica dei materiali a disposizione riescono comunque a garantire una piena godibilità. Primo capitolo di una trilogia, Tai Chi 0 vanta le coreografie del veterano Sammo Hung e la partecipazione della star Tony Leung Ka Fai. (CG)

Trailer

 


 

Speciale a cura di Caterina Gangemi e Tommaso Tronconi

Domani la seconda parte...

 

 

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