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Venezia 68 - Tutto il cinema bizzarro (prima parte)
Scritto da Caterina Gangemi   
Monday 12 September 2011

Tutto il cinema bizzarro del Festival di Venezia 2011. In questa prima parte le recensioni di Killer Joe, Faust, Kokoto, Dark Horse, Carnage e tanti altri...

 

[Cover: Killer Joe di William Friedkin]

 

INTRODUZIONE

 

Un trionfo annunciato fin dalla prima proiezione, quello di Alexander Sokurov, che con la sua straordinaria rilettura di Faust si è aggiudicato un meritatissimo Leone D’oro a suggello di un’edizione insolitamente caratterizzata da una sorta di livellamento verso la medietà. Tanti grandi autori e tanti ritorni molto attesi, solo uno realmente all’altezza delle aspettative: il maestro William Friedkin, il cui dirompente Killer Joe ha immediatamente conquistato pubblico e critica con un’incursione nel genere divertente e acuta. Deludenti all’opposto, sia David Cronenberg con il suo “metodo” che si è rivelato fallimentare anziché pericoloso e il Dark horse di un Todd Solondz ormai privo di mordente. In mezzo tante prove valide ma senza il guizzo del capolavoro: dall’acido Carnage di Polanski, all’impegno di Clooney, passando per Alfredson e il suo stile rigoroso e vintage e l’apprezzatissimo Shame di Steve McQueen con un notevole Michael Fassbender, e ancora la concitata narrazione di Johnnie To. Una certa discontinuità, quindi, che tuttavia non ha impedito al concorso di offrirci momenti memorabili, tra vomitate borghesi (Carnage), forche addobbate con lampadine (Himizu), alieni contadini (L’ultimo terrestre) e soprattutto una fellatio con coscia di pollo (Killer Joe), già entrata nel cult.

Passando dalla competizione alle altre sezioni, come prevedibile, anche Orizzonti non si è fatta mancare nulla confermandosi una fucina di bizzarrie, eccentricità e sperimentazione, come dimostrato in primis dal vincitore Kotoko di Shinya Tsukamoto e la sua agghiacciante esplorazione dei recessi più oscuri della maternità a suon di incubi e sadomasochismo. E forse non è un caso che arrivi sempre dal Giappone una delle visioni più interessanti del fuori concorso, grazie al coniglio di peluche e alla spettacolare raffinatezza in 3D offerta da Takashi Shimizu con Rabitto Horaa.

Quanto al resto: bambine robot, fiabe horror, cinefilia pugnace, virus letali, Lily Cole e macchine per scrivere cosmiche, donne serpente e extraterrestri che parlano cinese. Nel caso non ci si dovesse accontentare. (Caterina Gangemi)

 

 


 

I FILM

 

Killer Joe

Regia William Friedkin Paese Usa Genere Commedia, Thriller In concorso

Ci volevano 76 anni di età e oltre 40 di carriera per vedere per la prima volta in concorso un film di William Friedkin. Un ritardo colpevole, al quale il regista – tra i più grandi viventi – ha risposto con generosità regalando alla competizione una delle sue opere più potenti e riuscite. Frutto della seconda collaborazione – dopo Bug – con il drammaturgo Tracy Letts, Killer Joe è un noir autoironico e teso, immerso in un’atmosfera squisitamente livida e pulp all’insegna di un iperrealismo esasperato e allucinato. L’insolitamente bravo Matthew McConaughey è Killer Joe Cooper, lo spietato sceriffo/sicario texano ingaggiato da una famiglia di disperati balordi per un incarico molto particolare. Tra torbido erotismo, humor nerissimo, spettacolare violenza e personaggi memorabili, Friedkin padroneggia il testo teatrale declinandolo con maestria in cinema nel rispetto del genere duro e puro rivelando una freschezza che sembra non conoscere declino, recuperando la miglior verve per un assaggio dei suoi celebri inseguimenti e una coscia di pollo protagonista di una cultissima sequenza. (CG)

Clip

 


 

Faust

Regia Aleksandr Sokurov Paese Russia Genere Drammatico In concorso

Hitler, Lenin, Hirohito. E infine Faust - unico personaggio di fantasia - al quale spetta il compito di chiudere in magnificenza la tetralogia sulla natura del potere esplicata da Sokurov nei suoi ultimi lavori. Con licenza dall’originale goethiano, il regista riconduce vicenda e personaggi ad una dimensione terrena e carnale, che vede nel protagonista l’uomo comune dilaniato dal conflitto tra pragmatismo e aspirazione al sublime, e fa di Mefistofele una sorta di satiro istrionico, a volte patetico, e logorroico. Ed è appunto nella più materiale origine ontologica dell’essere che la materia filmica si rivela, tra l’incedere incalzante e incessante della parola, e l’espressionismo di una messinscena insieme virtuosistica e rigorosa nel suo restituire, comunque, l’essenza del materiale letterario. (CG)

Trailer

 


 

Himizu

Regia Sion Sono Paese Giappone Genere Grottesco In concorso

Nel Giappone post terremoto del 2011, il disagio di un adolescente incontra quello di una sua eccentrica compagna di classe in un turbinio di solitudine e disperazione. Dopo l’exploit dello scorso anno con la dirompente dark comedy Cold fish, Sono Sion approda finalmente al Concorso misurandosi con l’adattamento dell’omonimo manga di Minoru Furuya in un dramma dai toni durissimi e insieme poetici. Portando la vicenda dopo i tragici fatti di Marzo, Himizu mette in scena il delirio concitato di un mondo surreale e aggressivo, popolato da personaggi totalmente sciroccati, nel quale i genitori anelano alla morte dei figli, tutti pronunciano frasi sconnesse e si picchiano in continuazione per futili motivi, ma anche aperto a sprazzi dolenti di solitudine e identità sradicate e alienate. Sono ne asseconda il caos, cedendo senza troppi danni ad una narrazione frammentaria ed episodica e rinunciando totalmente ad ogni senso della misura a favore di una combinazione di immagini estreme e potenti, spiattellando il lato più demenziale della violenza per culminare in un’esplosione di follia. Disturbante ma necessario. (CG)

 


 

A Dangerous Method

Regia David Cronenberg Paese Fra/UK/Can/Ger/Svi Genere Drammatico In concorso

Colpisce con la brutalità del tradimento di un amico fraterno o dell’abbandono del mentore sul quale si è sempre fatto affidamento, il ritorno di David Cronenberg. Perché, è il caso di dirlo senza mezzi termini, A dangerous method è un film imperdonabilmente brutto. Tratto dall’omonima piéce di Christopher Hampton ispirata alla vera storia del tormentato rapporto umano e professionale tra lo psicoanalista Jung, la paziente Sabina Spielrein e Sigmund Freud, il film delude non tanto per l’impersonalità del lavoro su commissione, quanto per la grossolanità dell’impianto totalmente nuova ad un autore lucido e sottile, che non ha mai avuto bisogno di trucchetti da patinato romanzo d’appendice, didascalismi e pleonastiche verbosità per indagare le sfaccettate deviazioni dell’umano. Così come dissonante appare la scelta di lasciare a briglia sciolta una Keira Knightley dall’insopportabile istrionismo tutto smorfie e mossette, in stridente contrasto con la classe del fido Mortensen e di un Michael Fassbender perfetto nell’incarnare con il suo algido fascino, il tipo maschile cronenberghiano. In extremis, si apprezzano almeno alcuni guizzi di tagliente humor: troppo poco, tuttavia, per attutire il tonfo della caduta. (CG)

Trailer

 


 

Dark Horse

Regia Todd Solondz Paese Usa Genere Grottesco In concorso

A due anni di distanza dall’Osella per la miglior sceneggiatura con Life During Wartime, Todd Solondz ritorna in concorso con un nuovo episodio di quella sit-com in divenire che è la sua filmografia. Fin dalla sequenza iniziale – la coppia seduta a un tavolo, tipica dei suoi incipit – è infatti evidente, ancora una volta, quel gioco di decostruzione del linguaggio televisivo e del ribaltamento caustico e perturbante dei suoi codici, qui corroborato da un protagonista che per fisicità e caratterizzazione sembra l’erede del personaggio di George Costanza della celebre serie Seinfeld. Una formula consolidata che cerca di vivacizzarsi accantonando l’iperrealismo a favore di concessioni oniriche ma che finisce comunque col rivelarsi in tutta la ripetitività ormai stantia di un’osservazione satirica della media borghesia ebraica ormai svuotata e ridotta a pretesto per uno humor fin troppo facile e meccanico. “Volevo solo vedere se ero capace di fare un film che non parlasse di stupri, pedofilia o masturbazione” – ha dichiarato il regista. Evidentemente non lo è. (CG)

 


 

Carnage

Regia Roman Polanski Paese Fra/Ger/Pol/Spa Genere Drammatico In concorso

Dopo una banale lite tra i loro bambini, due coppie di coniugi della medio-alta borghesia newyorchese decidono di incontrarsi per trovare una soluzione pacifica alla bega infantile. Ma quello che doveva essere un confronto chiarificatore, si rivelerà per i quattro l’occasione per sfogare le proprie frustrazioni e nevrosi, in match senza esclusione di colpi. É un salto indietro nel tempo di almeno 30 anni quello offerto da Polanski che, nel misurarsi con la piéce di Yasmina Reza, recupera il piglio di un certo cinema d’autore statunitense: quello introspettivo e tendenzialmente logorroico; del set come surrogato del gabinetto di uno psicoanalista; ma anche quello delle prove attoriali più cerebrali e dirompenti e di un’osservazione sociale caustica e acuta. Quello anche dello stesso regista, che nell’irrisione del perbenismo e del politicamente corretto ritrova la propria verve grottesca pur all’interno di una trasposizione fedele e rigorosa nel suo impianto di dramma da camera. Un’operazione, tuttavia, ai limiti del manierismo di recupero, impeccabile nei tempi e nel ritmo in crescendo acidissimo di battute al vetriolo e situazioni spesso esilaranti nonostante la grevità dell’atmosfera, al servizio di uno strepitoso poker di interpreti. Vintage per i benevoli, datata per gli altri. (CG)

Trailer

 


 

Kotoko

Regia Shinya Tsukamoto Paese Giappone Genere Grottesco Orizzonti

Un incontro dirompente, in occasione della realizzazione di un corto promozionale per l’album Emerald, e un’affinità elettiva – quella tra Shinya Tsukamoto e la popstar nipponica Cocco – che riprende vita in questa audace pellicola che affida proprio alla cantante il ruolo di protagonista e musa ispiratrice. Kotoko è una giovane madre single che, colpita da un forte esaurimento nervoso causa di allucinazioni e autolesionismo, si vede togliere la custodia del figlio. Uno scrittore famoso (lo stesso regista) si innamora di lei e prova a farla uscire dall’abisso, restando però invischiato in un autodistruttivo gioco al massacro. Tsukamoto si misura con uno dei temi più intimi e delicati, quello della maternità, in uno scioccante dramma psicologico venato di mélo che, come di consueto, non risparmia niente né allo spettatore né tantomeno ai suoi personaggi conducendoli attraverso un’iperbole estrema di solitudine e follia, montaggio sincopato e macabro umorismo. Decisiva nel reggere la sfida di un’interpretazione sopra le righe struggente e mai patetica, la performance della protagonista - star popolarissima in patria – che sfatta, piangente e sanguinante, si concede con generosità trovando pure l’occasione per piazzare alcuni dei suoi tediosetti brani. (CG)

 


 

Cut

Regia Amir Naderi Paese Giappone Genere Drammatico Orizzonti

Regista e cinefilo intransigente, Shuji cade sotto le minacce della yakuza a causa di un consistente debito contratto dal fratello appena morto. Per recuperare i soldi necessari ricorre ad una soluzione estrema quanto originale: offrirsi come punching bag per i membri del clan. A tre anni di distanza dall’affascinante Vegas, l’iraniano Amir Naderi si sposta in Giappone per un atto d’amore racchiuso in un’opera appassionata e spiazzante che fa del metalinguaggio il proprio messo. Strutturato come un gioco di cerchi concentrici, Cut parte dalla cinematografia nipponica, i suoi Maestri e suoi grandi interpreti, per inglobarvi una riflessione sulla settima arte e la sua decadenza e, in ultima analisi, il proprio lavoro. Fondamentale e indimenticabile la potentissima performance di Hidetoshi Nishijima che si concede - anima e soprattutto corpo – come vittima sacrificale degli ideali e del passato, contro la volgarità e il potere fagocitante dell’industria in un crescendo di autodistruzione. “Oggi il cinema è solo intrattenimento. Un tempo era intrattenimento ma anche arte” è uno dei proclami più nichilisti e disillusi di Shuji, per fortuna c’è chi, come Naderi, dimostra che non sempre è così. (CG)

Clip

 


 

Shock Head Soul

Regia Simon Pummell Paese Paesi Bassi/UK Genere Docu-fiction Orizzonti

Fu verso la fine dell’Ottocento che il celebre giurista tedesco Daniel Paul Schreber, affetto da una particolare forma di schizofrenia, si convinse di poter comunicare con Dio attraverso una macchina da scrivere cosmica e di far parte di una sorta di ordine universale che avrebbe raggiunto il culmine con la sua trasformazione in donna. Internato in manicomio, affidò le sue esperienze e riflessioni a un’autobiografia divenuta celebre (ad essa si ispirarono Nietsche e Freud) che il videoartista Simon Pummell mette in immagini in un docu-fiction ambizioso quanto arzigogolato. Se la commistione tra ricostruzione d’epoca, testimonianze di medici e studiosi, e animazione in computer grafica ha, infatti, la sua efficacia in un gioco di contaminazioni linguistiche non privo di suggestività, dall’altro la carne al fuoco è tanta e tale da richiedere una cottura superiore a 95’ per essere gustata. Il risultato è un esperimento sì eccentrico, ma fin troppo cervellotico e speculativo per riuscire a coinvolgere lo spettatore nel fascino folle e assurdo della vicenda. (CG)

 


 

Le Petit Poucet

Regia Marina De Van Paese Francia Genere Fantastico, Horror Orizzonti

La favola di Pollicino come non ci è stata mai raccontata. Con un’operazione affine a quella che è valsa la fortuna di autori come Tim Burton, la regista, attrice e sceneggiatrice francese Marina De Van prende un classico del repertorio di Perrault, ne coglie il lato più oscuro e perturbante enfatizzando i risvolti sociali e psicoanalitici con un approccio asciutto e crudo che ribalta i canoni dell’apologo morale in una dimensione razionale e positivista. A differenza di quello proposto dall’autore di Beetlejuice, quello presentato da De Van è un immaginario scabro e bruto, nel quale la componente immaginifica e fantastica cede il posto agli stenti e al lerciume della miseria, alla ferinità della lotta per la sopravvivenza e a una dimensione onirica tutt’altro che catartica o liberatoria. Giocano a favore l’essenzialità della messa in scena, l’intensità degli interpreti e lo humor swiftiano a base di succulenti banchetti di carni infantili, un po’ meno certe licenze dello script che stridono col rigore dell’approccio. (CG)

 


 

Speciale a cura di Caterina Gangemi

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