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Venezia 67 (parte prima) - Tutto il cinema bizzarro
Scritto da Caterina Gangemi, Emanuele Rauco   
Monday 13 September 2010

Tutto il cinema bizzarro del Festival di Venezia 2010. In questa prima parte esploriamo il Concorso e la sezione Orizzonti: Balada triste de trompeta, Black Swan, 13 Assassins, Detective Dee and the Mistery of Phantom Flame e tanti altri...

[Cover: Balada triste de trompeta]

 

VENEZIA 67 - INTRODUZIONE

La 67^ edizione della Mostra d’arte cinematografica di Venezia conferma tutte quelle caratteristiche tipiche della direzione di Marco Muller: apertura al cinema di genere soprattutto nella selezione ufficiale (e non solo nella retrospettiva quest’anno dedicata al cinema comico italiano dagli anni ’20 a oggi), apertura alle latitudini (cinema orientale e africano) e alle longitudini più sconosciute della settima arte (giurati e presidenti inconsueti). Così, quella del 2010, è un’edizione piuttosto ricca e particolare dal punto di vista del cinema “altro” perché la selezione ufficiale, al pari delle sezioni più alternative, ha messo in scena variazioni sessuali ed emotive, visionarie e visivamente curiose. Belle addormentate in viaggio nel tempo (La belle endormie), ballerini para-televisivi con superpoteri (Showtime), orge nella farina (Happy Few), vagine in primissimo piano (Promises Written in the Water), cinema nel cinema nel cinema necrofilo (Road to Nowhere), macabre vendette dittatoriali (Post Mortem), attori che si fanno defecare addosso (I’m Still Here).
Alla fine però ha vinto la solitudine esistenziale di Sofia Coppola con Somewhere, premio eccessivo per un film che quantomeno ha diviso molto sia il pubblico che la critica. Ci si può consolare col premio della giuria ad Essential Killing di Jerzy Skolimovski (vincitore anche della Coppa Volpi per la recitazione di Vincent Gallo) e il doppio premio a regia e sceneggiatura per il film migliore della mostra, Balada triste de trompeta di Alex De La Iglesia. Tutto sommato, il carisma di Mr. Tarantino si è fatto sentire.
Prima di concentrarci sui film più eccentrici, vi segnaliamo Coming Attractions di Peter Tscherkassky, cineasta d’avanguardia che si cimenta con la tecnica a lui consueta del found footage, assemblando spezzoni d’archivio in un piacevole esperimento che fa del “riciclaggio” un interessante gioco di destrutturazione e risignificazione dell’immagine.

 


 

I FILM

 

Balada triste de trompeta

Regia Álex de la Iglesia Paese Spagna/Francia, 2010
Genere Commedia, Grottesco In concorso

Un insolito triangolo tra due pagliacci e una procace acrobata in un crescendo di orrore e follia sullo sfondo della Spagna franchista: questa, in sintesi, la plot line del nuovo lavoro di Alex De La Iglesia, Balada triste de trompeta. Come nelle precedenti opere, anche qui a farla da padrone è il tono grottesco di fondo, declinato tuttavia non più in chiave di commedia nera e irriverente, ma al servizio di una personale rilettura, tragica e dolorosa, del mèlo circense. Non che manchi lo humour, ma si tratta di risate a denti stretti, in una riflessione sull’abominio della guerra e della dittatura e sulle loro conseguenze, affrontata nei termini di un amore ossessivo e un disperato tentativo di riscatto. La regia dà il meglio di sé, muovendosi elegantemente tra horror e action-movie, in un crescendo di grand-guignolesca spettacolarità, supportata da un trio di interpreti eccezionali tra i quali spicca la luminosa bellezza di Carolina Bang. Un film di rara potenza visiva e narrativa, che sa essere violento fino al fastidio, e al tempo stesso poeticamente romantico: ad oggi, il punto più alto della filmografia di De La Iglesia. (Caterina Gangemi)

 


 

Black Swan

Regia Darren Aronofsky Paese Usa, 2010
Genere Thriller In concorso

Dopo il Leone d’oro a The Wrestler, Darren Aronofsky conquista l’onore di aprire il festival con un film in concorso metaforico e metafisico, nonché concreto e viscerale, che gioca (anche con lo spettatore) sul rapporto labile e scivoloso tra ferite fisiche e ferite mentali. In questo Black Swan, una ballerina ossessionata dal ruolo principale conquistato nel Lago dei Cigni scopre il suo lato oscuro: la sua psiche che vuole liberarsi? Gioca d’accumulo Aronofsky, mette in pentola lo specchio, la psiche, il sesso, il simbolismo, la vita e l’arte, affronta il ridicolo e l’eccesso, invade lo “spazio” dello spettatore. Ma in virtù di una messinscena ferrea, che usa lo stile dardenniano del film precedente assieme a stilizzazioni cromatiche e sonore, ne esce vincente. E incorona una grandiosa Natalie Portman. (Emanuele Rauco)

Trailer

 


 

13 Assassins

Regia Takashi Miike Paese Usa, 2010
Genere Azione In concorso

In perfetto contrappunto con l’esilarante stravaganza del supereroe Zebraman, protagonista di due titoli fuori concorso, la Mostra offre al maestro Takashi Miike la possibilità di dimostrare tutta la sua versatilità attraverso la prova drammatica del film in competizione: 13 Assassins (Jûsan-nin no shikaku). Ambientazione e trama sono quelli tipici del film storico, per questo remake dell’omonima pellicola di Eichi Kudo del 1963, che nel Giappone feudale vede contrapposto il potente e sanguinario Naritsugu, fratello dello shogun, all’onorevole Shinzaemon. Quest’ultimo, per riportare ordine, chiama a raccolta un esercito di 12 samurai più un giovane e agguerrito montanaro: i 13 assassini del titolo. L’avvio forse può risultare un po’ fiacco, ma basta poco al film per rivelarsi in tutta la sua potenza: sontuoso, impeccabile, avvincente e solido nella narrazione, senza lesinare, come nel miglior stile di Miike, violenza ed efferatezze, in un’ottica meno negativa del consueto. Deliziando con una mezz’ora finale di altissima regia e la figura di un cattivo memorabile. (Caterina Gangemi)

Trailer

 


 

Venus Noire

Regia Abdellatif Kechiche Paese Francia, 2010
Genere Drammatico, Storico In concorso

Tre anni dopo l’acclamato Cous Cous, Abdellatif Kechiche torna al Lido con Venus Noire, coraggiosa pellicola sulla vera storia di Saartjie Baartman, nota come la venere ottentotta: una giovane domestica sudafricana (di etnia Khoikhoi) portata in Europa dal suo padrone, agli inizi dell’800, e costretta a esibirsi come fenomeno da baraccone per via della sua peculiare fisicità. Muovendosi tra dramma storico in costume, impreziosito da un’accurata ricostruzione degli ambienti ma anche dello spirito dell’epoca, e film-denuncia, che ripercorre le vicende della breve vita della Baartman, tra umiliazioni, violenza, schiavitù (culminate nella precoce morte a soli 28 anni), l’opera porta avanti una riflessione sul razzismo, ottusità scientifica e stereotipo coloniale. Discorso che passa attraverso il corpo, fiero e opulento, della straordinaria protagonista (l’esordiente Yahima Torres) e si riallaccia alla situazione contemporanea. Un film di impianto classico, che per certi aspetti richiama il Lynch di Elephant man e La donna scimmia di Ferreri, che riesce a stupire e ad appassionare lo spettatore. (Caterina Gangemi)

 


 

Detective Dee and the Mistery of Phantom Flame

Regia Tsui Hark Paese Cina/Hong Kong, 2010
Genere Azione In concorso

Dopo gli abissi (anche cinematografici) di Missing e la curiosa commedia All About Women, il grande Tsui Hark torna in concorso alla Mostra con un classico wuxiapian – il genere che lo ha reso il padre spirituale di un’intera generazione cinefila – intinto nel giallo classico e (forse) con un occhio al Guy Ritchie di Sherlock Holmes. Nel film, un detective in esilio viene richiamato dall’imperatrice quando attorno alla costruzione di un monumento a Buddha le persone cominciano a prendere fuoco spontaneamente: l’avventura classica cinese, fatta di corti, intrighi e morti avvelenate diventa il pretesto per la costruzione di un detective scienziato che affronta il limite tra ragione e soprannaturale, con tronchi volanti, maghi riccamente agghindati (e armati) e statue in caduta libera. Ci si diverte, si ammira la grande regia di Tsui Hark e un bel finale di quelli ampiamente soddisfacenti (e la trasformazione di Dee in simil-vampiro affascina), anche se prima di accelerare il passo ci mette due terzi di film. (Emanuele Rauco)

Trailer

 


 

Promises written in water

Regia Vincent Gallo Paese Usa, 2010
Genere Drammatico In concorso

Va oltre le peggiori aspettative la terza prova nel lungometraggio di Vincent Gallo, che in Promises written in water gioca a fare l’auteur d’altri tempi all’insegna di un’idea di cinema che non riesce ad andare oltre uno sconfinato narcisismo. Attribuitosi il ruolo di assistente di una necrofora, il regista-attore di Buffalo, si riprende compiaciuto in close-up annoiati, piani sequenza di estenuante chiacchiericcio e dettagli ginecologici della bellissima partner Delfine Bafort, che fanno il paio con l’esibizione dei propri attributi in Brown Bunny. L’impianto è quello del cinema indipendente anni ’70, tra ruvido bianco e nero e antinarrazione, più molte “godardeggiate” nell’insistenza sui corpi, e una strizzata d’occhio a Cassavetes nei dialoghi inconcludenti e improvvisati: insomma, niente di nuovo. Consigliato solo ai fan più sfegatati di Gallo, che qui dirige, recita, sceneggia, produce e compone le musiche. Un pretenzioso esercizio di stile. (Caterina Gangemi)

 


 

Anti gas skin

Regia Gok Kim, Kim Sun Paese Sud Corea, 2010 Genere Grottesco Orizzonti

Seoul. Mentre si avvicina l’elezione del nuovo sindaco, uno spietato serial killer col volto coperto da una maschera antigas semina il terrore in città. Intorno a lui si intrecciano le esistenze di un’adolescente dal volto irsuto, un vigile cultore delle arti marziali col mito di Superman, un militare americano e un candidato per il partito Liberale. Dopo l’esordio col mediometraggio Anti-Dialectic del 2001, tornano a Venezia i fratelli coreani Kim Gok e Kim Sun, capaci ancora una volta di sconvolgere con un ritratto dolente e caustico del loro paese. Metafora della società e caustica satira politica, Bangdokpi (Anti gas skin) si dipana attraverso atmosfere tesissime e opprimenti, ai confini con l’horror, catturando lo spettatore in un’angosciante morsa di tensione nella quale si riflette il clima di paranoia e allucinazione che devasta i personaggi. Un film potente all’insegna di una necessaria e inevitabile sgradevolezza, sul quale tuttavia grava l’unico neo di un’aderenza troppo stretta all’attualità e alla recente storia coreana, che può renderne criptica la lettura allo spettatore occidentale, impedendogli di coglierne appieno le implicazioni più sottili e i sottotesti. (Caterina Gangemi)

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News from nowhere

Regia Paul Morrissey Paese Usa, 2010
Genere Drammatico Orizzonti

Dopo un’assenza di ben 22 anni dal cinema di finzione, Paul Morrissey, da sempre outsider del cinema americano, torna con un film che ne conferma lo spirito indipendente e il consueto, caustico sguardo sulla società statunitense. In News from nowhere sono le peripezie e gli incontri di un giovane immigrato (Demian Gabriel), giunto dall’Argentina in un luogo sperduto sulla costa Atlantica, a rivelare uno spaccato di umanità sordida e spietata, dominata da un individualismo sfrenato in cui le relazioni affettive e le persone stesse non sono concepite se non come merce di scambio. Lo sguardo disincantato dello straniero, o meglio dell’estraneo, scandaglia questo microcosmo di abiezione facendosi tramite tra uno stile che, sobrio, asciutto e privo di ogni pathos, evidenzia impietosamente il vuoto morale ed esistenziale; e la percezione impotente dello spettatore. Con un protagonista dalla dirompente presenza scenica, che Morrissey ama e tallona con la macchina da presa, affiancandogli, tra gli altri, la warholiana Viva. (Caterina Gangemi)

 


 

Cold Fish

Regia Sion Sono Paese Giappone, 2010
Genere Thriller Orizzonti

Può una commedia avere tra i suoi protagonisti un serial killer? Con Cold Fish, il giapponese Sion Sono risponde affermativamente a questo interrogativo, portando sullo schermo una vicenda talmente assurda e agghiacciante che sembra concepita in perfetta sintonia con i tratti più estremi della sua filmografia. Eppure, alla base della pellicola vi è la vera storia di uno dei crimini più terrificanti commessi in Giappone, che vede al centro l’incontro tra due proprietari di negozi di pesci tropicali: il mite Shamoto, dalla tormentata vita familiare, e Murata, cialtrone dai modi esuberanti. Quando questi gli propone di entrare in affari con lui, Shamoto, ingannato dalla cordialità e dall’apparente successo dell’uomo, accetta, ignorando che dietro quell’aspetto affabile si nasconde un imbroglione psicopatico e violento. La materia è da horror, ma è raccontata e messa in scena nell’insolita chiave di black comedy dalle forti pulsioni grottesche che racchiude una spietata metafora della competitività e la corsa al successo del Giappone contemporaneo. (Caterina Gangemi)

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