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Top of the pop corn: Ladri di cadaveri + L'esplosivo piano di Bazil
Scritto da Redazione   
Monday 25 July 2011

Top of the pop corn: i film più attesi e discussi (della stagione 2010/2011) dalla redazione di BC. In questa quarta parte Ladri di cadaveri di John Landis e L'esplosivo piano di Bazil di Jean-Pierre Jeunet: ecco cosa ne pensano i nostri redattori.

 

Ladri di cadaveri - Burke & Hare

In sala dal 25/02/2011 Genere Commedia
Regia John Landis Con Andy Serkis, Simon Pegg, Isla Fisher, Jessica Hynes, Tom Wilkinson
Paese Gran Bretagna, 2010
Distribuzione Archibald Enterterprise Film

Sinossi: La storia, ambientata nella nebbiosa Edimburgo ottocentesca, ruota attorno a due amici sfigati che per evitare di soffrire la fame, aspettano pazientemente il colpo di fortuna per fare soldi. L'improvvisa morte dell'anziano affittuario gli procura un lavoro: rimediare cadaveri “freschi” per rivenderli al direttore di un prestigioso istituto di medicina. L'attività diviene redditizia nel momento stesso in cui le morti accidentali (?) di alcuni abitanti e turisti del luogo forniscono la materia prima (ben remunerata!) per il progresso della scienza. Con gli affari che vanno a gonfie vele e le tasche piene di grana, inizia una nuova vita per i protagonisti: William Burke (Andy Serkis) riaccende la passione in una moglie stanca e alcolizzata (Jessica Hynes) mentre l'insicuro William Hare (Simon Pegg) colpisce l'attenzione dell'ex prostituta e attrice Ginny (Isla Fisher) che trova, così, un finanziatore per il suo spettacolo teatrale “tutto al femminile”.

 

 

 

 

Le opinioni

 

Scoppiettante ma non da fuochi d’artificio, spassoso, pur senza lampi di genio, Landis e sceneggiatori assecondano i risvolti più macabri e grotteschi della vicenda, in uno spettacolo esilarante giocato sul british-humor più scorretto e irriverente, tra battute fulminanti, derive truculente e gag “fisiche”, spesso meccaniche ma comunque efficaci. Dal canto suo, la regia procede con mestiere ma senza particolari guizzi, trovando la sua forza nell’impeccabilità dei tempi comici e nel ritmo costantemente vivace e senza cedimenti, sostenuto con efficacia dal brio di un cast sempre convincente nel reggere la comicità quasi da “slapstick”. (Caterina Gangemi)

 

Commedia in costume in pieno stile Landis. Cinica, brillante ma anche incredibilmente cupa, la pellicola ispirata alle vicende dei criminali più insoliti della storia scozzese sembra voler fare l’occhiolino ai primi film della Hammer. Grazie a una fotografia fredda e cupa – dunque, fortemente evocativa – Landis riesce a far immergere lo spettatore nella dimensione del film, trasportandolo indietro nel tempo e rendendolo complice di uno dei crimini più efferati del secolo scorso, strappandogli, però, più di un sorriso. Girato interamente (o quasi) in live action – Landis non ha mai amato particolarmente gli effetti digitali – Burke and Hare è un film imperdibile, che cattura lo spettatore fino all’ultimo fotogramma. (Luna Saracino)

 

 

 

 

John Landis torna sul grande schermo dopo dodici anni d'assenza e qualche regia televisiva, come nelle serie Masters of Horror e Fear Itself. E magari non torna al graffio dei suoi grandi film anni '70/'80, ma risorge grazie a una commedia nera di stampo storico che soddisfa i fan: Landis mescola l'ambientazione della Londra dell'800, l'horror gotico del cinema degli anni '60 e la slapstick comedy moderna a lui cara. Ne esce un film divertente, piacevole, sicuro nel ritmo e a tratti sorprendente nelle trovate, con gag che si pongono all'estremo limite tra disgusto e genialità. E poi sfrutta due attori perfetti come Simon Pegg e Andy Serkis. Film curatissimo, anche in una messinscena a medio budget. (Emanuele Rauco)

 

Strano pensare di poter ridere della morte, del modo in cui viene causata e della possibilità di considerarla “una mano santa” per aiutare - giusto un po' - il destino. Solo un regista con la R maiuscola come John Landis poteva riuscire nell'impresa traendo da The Body Snatcher di Louis Stevenson, il materiale necessario per creare una pellicola che oltrepassa il confine della commedia per sfociare nel noir e nel thriller. L'uso limitato degli effetti speciali, l'eccellente fotografia dark realizzata da John Matheson, l'attenzione per i costumi curata da Deborah Nadoolman e le fredde (e spoglie) scenografie create da Simon Elliot portano alla mente la Londra burtoniana di Sweeney Todd, ma laddove il rosso (esasperato) del sangue richiamava alla mente la brutalità del delitto, qui il sangue color rosso tempera si limita a sgorgare a fontanella e a “innaffiare” i personaggi esponendoli al ridicolo. Il regista, allora, strizza l'occhio allo spettatore e lo invita a ridere dell'inevitabile ciclo della vita. (Martina Calcabrini)

 

 

L'esplosivo piano di Bazil

In sala dal 17/12/2010 Genere Commedia
Regia Jean-Pierre Jeunet Con Dany Boon, André Dussollier, Nicolas Marié, Jean-Pierre Marielle, Yolande Moreau
Paese Francia, 2009 Durata 105’
Distribuzione Eagle Pictures

Sinossi: Orfano di padre, vittima di una mina antiuomo, Bazil, commesso in una videoteca, si ritrova accidentalmente coinvolto in una sparatoria dalla quale esce vivo per miracolo, ma con una pallottola ancora conficcata in testa. L’incidente gli costa, però, casa e lavoro, e per Bazil non c’è altra scelta che arrangiarsi alla giornata con vari espedienti. Fino all’incontro con uno stravagante gruppo di rigattieri con i quali concepisce un ingegnosa macchinazione contro i responsabili della sua condizione.

 

 

 

 

Le opinioni

Il ritorno di Jean Pierre Jeunet sul grande schermo è un gioiellino delicato e prezioso: contiene infatti tutto il cinema dell’autore, le sue piccole follie, lo stile allucinato e fantasioso, l’originario amore per i dettagli, i colori e i marchingegni, la passione per il cinema ed un certo linguaggio che guarda ai classici del muto. La storia perfettamente orchestrata si regge sugli attori (Dany Boon e il suo volto espressivo come un mimo, ma anche Yolande Moreau sempre massiccia) e su una sceneggiatura dagli ingranaggi ben collaudati come lo sono le macchine e le trappole assurde ordite dai simpatici reietti della società protagonisti del film. Come nei precedenti lavori del regista, anche stavolta si tratta di una favola, che però strizza l’occhio al mondo contemporaneo in cui i potenti sono i signori della guerra e la magia e la bellezza del mondo possono essere inseguite solamente dai sognatori. Come i suoi protagonisti, anche Jeunet sa ancora trovare qualcosa per cui valga la pena di sognare. (Alessandro Cruciani)

 

Una dichiarazione di guerra alle industrie di armi fatta dagli emarginati e dagli ultimi della società ribaltando la prospettiva contemporanea del capitalismo, in cui la guerra tra poveri diventa la guerra tra ricchi. Jean Pierre Jeunet la butta in politica, sceglie come filo conduttore il mistery e l’investigazione e descrive con ricchezza di dettagli la comunità sotterranea, ma il ritmo difetta parecchio e l’uso di ingranaggi e invenzioni rende il film un mero motore, cinema meccanico che si finge umano. Un’occasione sprecata, che non va più in là di un’insistita piacevolezza e che si riscatta in parte grazie a un simpaticissimo Dany Boon, che recita come fosse un comico del muto. (Emanuele Rauco)

 

 

 

 

Una commedia eccentrica, dalle atmosfere tra il surreale e il grottesco, nella prospettiva più ampia di un immaginario citazionista che attraversa cartoni animati, cinema muto e perfino il Sergio Leone di C’era una volta il west... Il riferimento più evidente è quel Delicatessen degli esordi: dalle implicazioni anarco-sovversive, al coté sociale del microcosmo di reietti, solidali nel dar vita alle proprie pulsioni di riscatto, fino agli ambienti e all’attenzione verso i congegni meccanici e gli oggetti, riciclati e risignificati, testimoni, ancora una volta, di un approccio alla messinscena di tipo “artigianale”. Ma non è tutto. Con L’esplosivo piano di Bazil, Jeunet racconta l’orrore della quotidianità, e la quotidianità dell’orrore con uno sguardo stralunato, nel quale la poeticità chapliniana si unisce alla comicità eccessiva e ai limiti del demenziale delle innumerevoli e spassose gag di ispirazione cartoonesca, cialtrone quel che basta per sottrarsi alla stucchevolezza o al manierismo. (Caterina Gangemi)

 

Tutto in questo Bazil ha il sapore del ritorno alle origini per il suo regista: dalla scelta di ritentare le vie della satira come già fatto in Delicatessen, alla volontà di tenere in secondo piano le sdolcinatezze (ingrediente predominante nelle ultime opere jeunettiane), fino al gusto per l’autocitazione che suona un po’ come un ripasso/esame del proprio cinema. Tra personaggi strampalati e grotteschi, sequenze caricate a molla, trovate esplosive e idee che colgono di sorpresa c’è tanto di che gioire, almeno fino a un certo punto. Poi ci si rende conto che in realtà, il film, più che un ritorno al passato, è un tentativo da parte di Jeunet di riciclare se stesso e il suo cinema, in un accumulo di siparietti e situazioni che si disperdono nell’amalgama e, d’un tratto, iniziano a puzzare di già visto. Ma forse, quello che manca davvero, è un po’ di sana cattiveria vecchio stile. In definitiva un film divertente che però si lascia dimenticare in un lampo. (Daniele ‘Danno’ Silipo)

 

 
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