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Top of the pop corn: Il cigno nero + My son, my son, what have ye done
Scritto da Redazione   
Monday 18 July 2011

Top of the pop corn: i film più attesi e discussi (della stagione 2010/2011) dalla redazione di BC. In questa terza parte Il cigno nero di Darren Aronofsky e My son, my son, what have ye done di Werner Herzog: ecco cosa ne pensano i nostri redattori.

 

Il cigno nero

Genere Thriller
Regia Darren Aronofsky. Con Natalie Portman, Vincent Cassel, Mila Kunis, Barbara Hershey, Winona Ryder
Paese Usa, 2010
Distribuzione 20th Century Fox

Sinossi: La storia di Nina (Portman), una ballerina in una compagnia di balletto a New York, la cui esistenza, come avviene per tutte le ragazze impegnate in questa professione, è completamente assorbita dal ballo. Lei vive assieme alla madre, la ballerina in pensione Erica (Barbara Hershey), che sostiene fortemente l'ambizione professionale della figlia. Quando il direttore artistico Thomas Leroy (Vincent Cassel) decide di rimpiazzare la prima ballerina Beth Macintyre (Winona Ryder) per la produzione che apre la nuova stagione, Il lago dei cigni, Nina è la sua prima scelta. Ma Nina ha una concorrente: la nuova ballerina Lily (Kunis), anche lei in grado di impressionare Leroy. Per Il lago dei cigni c'è bisogno di una ballerina che possa interpretare il Cigno bianco con grazia e innocenza, ma anche il Cigno nero, ingannevole e sensuale. Nina si cala perfettamente nei panni del Cigno bianco, ma Lily è la personificazione del Cigno nero. Mentre le due giovani ballerine trasformano la loro rivalità in un'amicizia contorta, Nina comincia a conoscere meglio il suo lato oscuro e lo fa in maniera tale da rischiare di essere distrutta.

 

 

 

 

Le opinioni

 

Il cigno nero ovvero l’altra metà del mondo secondo Aronofsky che, dopo The Wrestler, racconta una vicenda se vogliamo speculare e complementare al film con Mickey Rourke. Il dramma personale tutto sulle punte dell’esile e determinata ballerina Nina, interpretata magistralmente da Natalie Portman, è una discesa inesorabile ed elegante negli abissi della mente. Nel film molte sono le suggestioni che spingono lo spettatore in direzioni diverse (l’ambiguo e soffocante rapporto con la madre, la rivalità con la sensuale Lily, le provocazioni del maestro di ballo) disorientandolo come Nina, alla ricerca della perfezione e alla scoperta di sé e del suo lato meno “bianco”. Il film è infarcito di luoghi comuni sul mondo del balletto che contribuiscono a definirne la struttura classica in evidente contrapposizione con l’elemento torbido e ossessivo che è la parte migliore della pellicola, la stessa contrapposizione è evidente ancor più nella perfetta colonna sonora firmata dal sempre bravo Clint Mansell che introduce nel tema de Il lago dei cigni delle sonorità più fisiche e angoscianti. (Alessandro Cruciani)

 

Nessuna tematica è mai banale se finisce nelle mani giuste. La storia de Il lago dei cigni poi è stata particolarmente fortunata a cadere nelle grinfie di Darren Aronofsky, uno dei registi più talentuosi della sua generazione. Con estrema maestria ed accortezza il regista esplora il mondo interiore della giovane ballerina Nina, alle prese con il tanto difficile quanto ambito ruolo della protagonista del famoso balletto lacustre. Il tormentato percorso che la porta ad entrare in simbiosi col personaggio e a rivelare il suo lato perfido, ribelle, autolesionista, viene affrontato attraverso una totale immersione nel mondo femminile, con tutta la ricchezza di sfumature e situazioni interiori del caso. Un delicatissimo quanto violento percorso che esemplifica, a livello universale, la fragilità della mente umana, il costante bilico tra realtà e allucinazione che domina le nostre altalenanti vite: c’è un cigno nero in ognuno di noi, e qui non suona per niente scontato. Natalie Portman nei panni della protagonista interpreta in modo eccellente Nina e la sua nemesi, e il resto del cast non è da meno. Le compenetrazioni tra vita reale e mondo immaginario sono rese con passaggi molto intensi e ben calibrati. Da vedere e rivedere. (Claudia Petrazzi)

 

Dopo The Wrestler, Darren Aronofsky realizza un film metaforico e metafisico, concreto e viscerale, che gioca (anche con lo spettatore) sul rapporto labile e scivoloso tra ferite fisiche e ferite mentali. Gioca d’accumulo, mette in pentola lo specchio, la psiche, il sesso, il simbolismo, la vita e l’arte, affronta il ridicolo e l’eccesso, invade lo “spazio” dello spettatore. Ma in virtù di una messinscena ferrea, che usa lo stile dardenniano del film precedente assieme a stilizzazioni cromatiche e sonore, ne esce vincente. E incorona una grandiosa Natalie Portman. (Emanuele Rauco)

 

 

My son, my son, what have ye done

Genere Grottesco
Regia Werner Herzog. Con Willem Dafoe, Michael Shannon, Chloë Sevigny, Brad Dourif, Loretta Devine
Paese Usa/Germania, 2009 Durata 91′
Distribuzione One Movie

Sinossi: Tratto da una storia vera, il film racconta di Brad McCullum, un giovane attore che, dopo aver ucciso la madre con una spada, si è chiuso in casa con due ostaggi. Mentre il detective Havenhurst indaga sulle ragioni di questo gesto di follia, ci si rende conto che non esiste separazione tra la realtà e il suo opposto.

 

 

 

 

Le opinioni

 

Herzog, Lynch, fenicotteri rosa, struzzi impertinenti, spade, Orestea, la calma dei quartieri bene di San Francisco e deliri pseudomistici. Particolari al servizio di un racconto inquietante, ricco di flashback - più che ricordi sembrano rievocazioni di sogni - che vuole mostrare la follia di un uomo esplosa tra le villette del quartiere e trincerata in un rapporto con la madre oppressiva. L’assedio della polizia per catturare l’assassino non è la storia che si vuole raccontare, ma il fulcro è la discesa agli inferi della follia vista attraverso i racconti dei testimoni e degli amici del giovane apparentemente impazzito: l’orrore di questo atto inspiegabile viene man mano sviscerato grazie alle parole, alle suggestioni che da esse vengono evocate senza mai mostrare esplicitamente questa violenza e senza mai giungere ad una vera spiegazione dell’accaduto. È quindi possibile che la realtà sia anche questo? Herzog dice la sua e lo fa con questo lavoro che probabilmente non passerà alla storia come un capolavoro ma certo non lascia indifferenti e colpisce per un taglio quasi sognante ed etereo grazie anche alla colonna sonora firmata Ernst Reijseger che accompagna da lontano ma in modo continuo tutta la pellicola. (Alessandro Cruciani)

 

A brevissima distanza dal maldestro “remake” del Cattivo Tenente, Werner Herzog presenta un film un po' sfortunato e un po' incompreso (anch'esso, come il precedente, in concorso a Venezia), sicuramente influenzato dal produttore esecutivo David Lynch, che evidentemente ha messo del suo nella scelta delle location (Miami, il Messico, i fiumi) e in bizzarrie come l'apparizione dei nani o le sequenze in teatro; ma il regista tedesco ne fa un film personale su un uomo perso nello spazio e nel tempo che cerca dio e se ne immedesima. Il magma ricercato da Herzog non sempre è perfetto, i temi come la famiglia oppressiva e l'arte totalizzante non sono nuovi, ma il lavoro sulle atmosfere (fondamentali le musiche), sui tableaux vivants e sulle sensazioni colpiscono. (Emanuele Rauco)

 

Quanto c’è di Herzog e quanto di Lynch in questo film? A toglierci il cruccio è lo stesso regista tedesco, quando dichiara che il suo stimato collega statunitense non è direttamente intervenuto sul lavoro, eppure tanti elementi del cinema lynchano sono comunque convogliati indirettamente all’interno dell’opera. Quello che ne vien fuori infatti è il primo step verso una perfetta fusione di stili, simili nei presupposti ma diametralmente opposti nel metodo. Mentre Herzog, soprattutto nei suoi documentari, filma il “quotidiano” fino a trascenderlo e renderlo “alieno”, Lynch porta “l’alieno” all’interno del quotidiano, fino a confonderlo con quanto lo circonda. Dalla fusione di due approcci simili ne risulta un film assolutamente “altrove”, dove nulla è al posto giusto ma tutto sembra in ordine (appunto il quotidiano è alieno e l’alieno è quotidiano). Una sorta di bolla spazio-temporale vissuta come un sogno da tutti i protagonisti, che sembrano aver sbagliato strada entrando in un nuovo piano di realtà (un po’ quel che succede nella testa del protagonista Brad McCullum). Uno stralcio d’esperienza mistica, un esercizio di totale sospensione dell’apparenza. Aspettiamo nuove incredibili collaborazioni tra i due grandi maestri, per poterne constatare le “estreme conseguenze”. (Daniele ‘Danno’ Silipo)

 

 

 

 

 
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