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SulmonaCinema 30
Scritto da Stefano Coccia   
Sunday 17 February 2013

I migliori film visti in occasione del 30° SulmonaCinema Film Festival: Pinuccio Lovero – Yes I can, Acciaio, Angels of Rock’n’Roll, Che cos'è un Manrico e tanti altri...

 

[Cover: Angels of Rock’n’Roll di Massimo Monacelli]

 

INTRODUZIONE

"Ntu culo ai Maya", direbbe Antonio Albanese. Nel dicembre 2012 il Sulmonacinema Film Festival ha tagliato un traguardo importante, quello della trentesima edizione. Ma come molti trentenni italiani, che arrancano sotto il giogo di una classe politica arrogante, avida, corrotta, ignorante, anche il festival abruzzese nel presentarsi all’appuntamento con le 30 fatidiche candeline si è ritrovato con l’acqua alla gola. Nel senso che i tagli alla cultura imposti sia sul piano nazionale che dalle amministrazioni locali lo costringono, ogni anno di più, a fare i salti mortali, pur di mandare in porto un’edizione dignitosa e soddisfacente.

Ebbene, per quanto il numero di eventi sia stato in qualche modo ridimensionato, quest’interminabile anno di fosche profezie e di reali salassi, con cui si è attentato alla sicurezza economica degli italiani, ha visto concretizzarsi ancora una volta il miracolo: la presidenza del volitivo Marco Maiorano e le scelte artistiche di Roberto Silvestri hanno fatto sì che tale manifestazione culturale non solo sopravvivesse, ma ci riuscisse attraverso un programma indubbiamente creativo e attento alle migliori proposte della produzione cinematografica più libera e indipendente. Fiore all’occhiello, come sempre, il concorso, che quest’anno vedeva ai blocchi di partenza otto titoli. Uno in particolare sembra aver catalizzato le preferenze della giuria, composta da giovani e presieduta da Luigi Lo Cascio e Renato de Maria: The shine of day di Tizza Covi e Rainer Frimmel, esempio perfetto di prodotto culturale fondamentalmente estraneo alle logiche narrative e ai percorsi distributivi del cinema mainstream, ma ad ogni modo capace di emozionare un pubblico desideroso di nuovi sguardi, tramite storie e personaggi di indubbio spessore umano.

Prima di analizzare dettagliatamente alcuni dei film visionati a Sulmona, due parole sul resto del programma, che pur con le limitazioni di cui sopra ha saputo regalare momenti di riflessione per niente trascurabili, soprattutto per quanto riguarda l’evoluzione del linguaggio cinematografico e le tensioni etiche che accompagnano tale processo. La presenza in giuria del bravo e cortese Lo Cascio è sembrata ad esempio catalizzare, complice la riproposizione in pellicola dell’indimenticabile I cento passi di Marco Tullio Giordana, un discorso sulla lotta alle mafie e ai poteri forti, che proprio dal sofferto ricordo di Peppino Impastato può prendere il via. E in tal senso la sezione “La règle du Jeu - Cinema contro la mafia” ha regalato validissimi spazi di riflessione, insieme alla scoperta di operazioni cinematografiche belle e coraggiose come Munnizza di Licio Esposito, Schiaffo alla mafia di Stefania Casini e Un mito antropologico televisivo, formidabile documentario realizzato dal collettivo Malastrada.

Sempre a proposito di documentari, forte impressione ha destato la proiezione de Il pranzo di Natale, sia per l’attualità del lavoro in sé (di cui discuteremo più avanti, nella recensione), sia per il workshop organizzato a Sulmona grazie alla presenza della regista Antonietta De Lillo. Con l’apporto della giornalista Anna Maria Pasetti, intervenuta a sostegno dell’iniziativa, la De Lillo ha spiegato la sua idea di “Film partecipato” che ha già portato alla realizzazione di tale documentario e che prosegue ora con nuovi progetti, sempre focalizzati sulla raccolta di materiali audiovisivi girati da autori diversi ma seguendo l’impronta di un progetto comune. Tutto ciò spiegato ora, da noi, in sintesi estrema e con una certa approssimazione, mentre chi ha seguito gli incontri con Antonietta De Lillo ha potuto familiarizzare ulteriormente con gli orizzonti aperti da queste differenti modalità produttive.

 


 

I PREMI

MIGLIOR FILM: The shine of day di Tizza Covi e Rainer Frimmel “per l’elegante contaminazione tra osservazione del reale e messa in scena finzionale. Un film che si distingue per l’armoniosa esplorazione di un delicato universo emotivo”.

MIGLIORE REGIA: Antonio Morabito per Che cos’è un Manrico “per la capacità di testimoniare l’intimità di una relazione attraverso uno sguardo complice, partecipe e mai invadente”.

MIGLIOR INTERPRETAZIONE FEMMINILE: Anna Bellezza e Matilde Giannini in Acciaio di Stefano Mordini “per la sorprendente spontaneità dimostrata davanti alla macchina da presa e la credibile interpretazione di una fase delicata dell’adolescenza”.

MIGLIOR INTERPRETAZIONE MASCHILE: Walter Saabel in The shine of day di Tizza Covi e Rainer Frimmel “per l’equilibrio dimostrato nell’interpretare un personaggio in bilico tra realtà e finzione”.

PREMIO SOUNDTRACK: a Zende Music per la colonna sonora di The golden temple di Enrico Masi film che nella veste di documentario affronta temi di ampio respiro e coinvolge emotivamente nella trama più di finzione. La colonna sonora fa parte di questo discorso plurilivellare, compiendo in pieno il suo ruolo funzionale, risultando per cui quasi “ideale” nel suo essere al contempo discreta e compatta.

 


 

I FILM

 

Pinuccio Lovero – Yes I can

Regia: Pippo Mezzapesa
Paese: Italia, 2012

Un fan di Star Wars quasi sicuramente direbbe: Pinuccio Lovero Strikes Back. Un fan del wrestling lo avrebbe già ribattezzato “The Undertaker”. Ma è il parallelismo con Guerre Stellari quello più appropriato, considerando come Pippo Mezzapesa abbia già reso protagonista questo irresistibile becchino (o anche operatore cimiteriale, per usare un termine a lui più gradito) di una piccola saga: dopo Pinuccio Lovero - Sogno di una morte di mezza estate ecco arrivare Pinuccio Lovero – Yes I can, il film della svolta. Una svolta a livello politico, per dirla tutta. Dopo essere sbarcato nel più importante festival italiano col precedente documentario, accompagnato dal geniale slogan “Riporterò la morte a Venezia”, il becchino più famoso di tutte le Puglie torna sul grande schermo con slogan di tutt’altra natura, tipo quel “Pensa al tuo domani” impresso sui volantini, alquanto pittoreschi, approntati con un linguaggio da pompe funebri per le locali elezioni. Già, perché nella Puglia governata dal teorico alquanto allegrotto del socialismo in una sola regione, mister Nichi Vendola, c’è spazio persino per chi sembra focalizzare l’intera campagna elettorale sul rinnovamento di loculi, ossari e fontanelle ove rinfrescare i fiori. Candidato nelle liste di SEL alle amministrative di Bitonto, provincia di Bari, questo novello eroe popolare si ritrova così a passare dal silenzio delle tombe alla questua dei voti e al trambusto dei comizi pubblici. Un passaggio a dir poco traumatico. L’autore, Pippo Mezzapesa, a volte gioca un po’ troppo col carattere istrionico e fondamentalmente ingenuo del suo protagonista, ma al contempo è abile nel non far pesare troppo sulle sue spalle la responsabilità del film: complice un approccio registico e fotografico estremamente curato, è il contesto a salire spesso in primo piano, con altri candidati non meno folkloristici, stralunati, che si presentano con una certa enfasi davanti alla macchina da presa. Pescando in mezzo alle varie figure incastonate tra una dimensione grottesca e certi malinconici quadretti di provincia, indimenticabile resta quella del falconiere impiegato presso l’aeroporto, col rapace che quasi gli si ribella durante quel piccolo e improvvisato spot elettorale.

 


 

Acciaio

Regia: Stefano Mordini
Paese: Italia, 2012

In certi casi occorre sbilanciarsi: nel 2012 Acciaio è stato per noi, in assoluto, uno dei migliori film italiani dell’annata. Forse addirittura il migliore, se si considera l’intelligenza con cui il sostrato sociale dell’opera si fonde con molteplici piste narrative, non tutte interamente sviluppate ma di certo assai stimolanti, in particolare quelle focalizzate sui turbamenti adolescenziali delle due ragazzine protagoniste. E la sorpresa è ancora più grossa, se si considerata che il precedente lungometraggio di fiction diretto da Stefano Mordini, Provincia meccanica, ci era parso invero assai raffazzonato. Qui invece Mordini, film-maker dagli ottimi trascorsi come documentarista, si è saputo lasciar andare con una scioltezza di gran lunga maggiore, prodigandosi in validissime descrizioni d’ambiente che fanno da sfondo ai movimenti di personaggi quanto mai vivi, genuini, naturali, credibili nelle loro spesso sofferte interazioni personali. Da un lato Piombino con la vita di fabbrica, con le acciaierie in procinto di licenziare dove gli operai, specie le ultimissime generazioni, cadono in preda della disillusione e fanno fatica a sviluppare una rete solidale. Dall’altro lato il miraggio dell’Isola d’Elba, il mare, quel mondo incantato dove anche due adolescenti cresciute troppo presto come Anna e Francesca (straordinaria qui la prova delle giovanissime Matilde Giannini e Anna Bellezza) riescono, ogni tanto, ad affogare le ansie tipiche della loro età. Sul piano cinematografico tale polarità, affrescata in primis da Silvia Avallone nel suo fortunato romanzo, è stata risolta brillantemente da uno Stefano Mordini capace di far pulsare di vita autentica gli ambienti attraversati dai personaggi, ambienti in cui le geometrie degli sguardi e le prossemiche riguardanti i corpi tracciano traiettorie vertiginose. E la lunga sequenza della pista di pattinaggio, in tal senso, è un piccolo capolavoro d’intensità.

 


 

Padroni di casa

Regia: Edoardo Gabbriellini
Paese: Italia, 2012

La faccia pulita e magari un po’ “piaciona” di Gianni Morandi può nascondere ombre incredibilmente sinistre. Volendo è questa, in un film comunque riuscito come Padroni di casa, l’intuizione davvero geniale. Grazie anche all’estrema disponibilità del cantante, capace con lucida auto-ironia di sporcare il ricordo dei tanti “musicarelli” interpretati in gioventù, così da parafrasare il mito della propria popolarità attraverso una grottesca variazione sul tema, Edoardo Gabbriellini è riuscito a concepire uno dei più lividi e amari ritratti della provincia italiana visti recentemente al cinema. Livornese segnalatosi prima come attore e poi come regista, Gabbriellini aveva ben impressionato anche col suo eccentrico esordio alla regia, B.B. e il cormorano. Ma è con Padroni di casa che è avvenuto un indubbio salto di qualità. Lanciato come attore da Paolo Virzì, l’ancor giovane cineasta ha dimostrato un’analoga padronanza del set, esemplificata dal modo in cui è stato gestito un cast nel quale compaiono altri nomi eccellenti: oltre a Morandi, vi sono infatti Valerio Mastandrea, Elio Germano e Valeria Bruni Tedeschi. Quest’ultima è Moira, moglie del divo semi-paralizzata per colpa di una terribile patologia. Mentre invece gli ispiratissimi Germano e Mastandrea interpretano una coppia di operai, sopraggiunta nel paesino appenninico dove vive il cantante Fausto Mieli, alias Gianni Morandi, per compiere alcuni lavori sul terrazzo della sua villetta. A surriscaldare l’atmosfera saranno un po’ l’autocompiacimento e la sottile arroganza del popolare cantante, un po’ la reazione alle nuove presenze esibita dai locali, la cui ostilità possiede qualcosa di para-leghista mischiato con tensioni stile Un tranquillo weekend di paura. Scorie di far west italico preparano il terreno alla sorprendente escalation di questa tragicommedia, via via più disturbante. E il finale alla Cane di paglia può quindi lasciare di sasso.

 


 

Angels of Rock’n’Roll

Regia: Massimo Monacelli
Paese: Italia, 2011

Un musical muto a colori. Con una definizione del genere, come fare a non innamorarsi in partenza del film di Massimo Monacelli? E dopo averlo visto e rivisto ce ne siamo innamorati sul serio. A Sulmona, tra le diverse proposte del concorso, Angels of Rock’n’Roll si è rivelata senz’altro quella più trasgressiva, forte di un’anarchia stilistica e concettuale talmente fuori dagli schemi da farci attribuire al film, senza ombra di dubbio, la palma del progetto più Bizzarro in assoluto. Psichedelia pura. Cromatismi esasperati. Attori spinti a fare i mimi. Segmenti di rudimentale animazione. Musiche travolgenti, selezionate pescando nel repertorio di alcune delle band “indie rock” più curiose e interessanti dell’underground italico. Humour surreale di ascendenza anglosassone. Voci distorte alla Antonio Rezza. Trama forsennata che ingloba divinità eccentriche e annoiate, trasmissioni televisive in diretta dall’Olimpo, contorti tunnel spazio-temporali ed eventi apocalittici all’orizzonte. Di carne al fuoco Massimo Monacelli ne ha messa davvero parecchia, ma la ricetta ultra-pop con cui ha scelto di servirla in tavola è di certo l’ideale, per un divertissement originale, coloratissimo, divertente, folle e simpaticamente sgangherato come questo. Alcuni frangenti potranno al limite risultare un po’ troppo insistiti, ripetitivi, ma ci si affeziona ugualmente alla missione dei tre angeli dalle grottesche e improbabili sembianze, spediti da Zeus sulla Terra per evitare la catastrofe. E in quale evento dal sapore catartico ci si imbatterà, giunti alla fine dell’avventura? Ma in una scanzonata performance musicale inneggiante al rock’n’roll, ovviamente!

 


 

Che cos'è un Manrico

Regia: Antonio Morabito
Paese: Italia, 2012

Antonio Morabito, cineasta toscano scrupoloso e diligente che fino ad ora si è rapportato con molto tatto sia alla finzione cinematografica che al documentario, ha ora in produzione un lungometraggio di fiction che pare assai promettente: il titolo provvisorio è Il venditore di medicine, mentre i ruoli principali saranno ricoperti da Isabella Ferrari, Claudio Santamaria e Ignazio Oliva. Ad ogni modo, al SulmonaCinema il simpatico regista era in concorso grazie all’altra sua passione, il documentario. E se avevamo già ricordi positivi di tale propensione, per via di un lavoro sulla galassia anarchica decisamente ben fatto e intitolato Non son l’uno per cento, proprio come l’indimenticabile brano musicale, tale ricordo è uscito rafforzato dalla visione di Che cos'è un Manrico. Il merito del documentario è innanzitutto quello di raccontare senza odiosi pietismi ma con sensibilità e spigliatezza le giornate tipo di un malato di distrofia muscolare, per l’appunto Manrico, immobilizzato per gran parte del corpo e comunque in grado di ragionare con estrema lucidità sulla propria condizione e sulla vita in genere. Religione, eutanasia, sesso, sport, rapporti famigliari difficili e parecchi altri argomenti vengono affrontati senza peli sulla lingua, complice anche il rapporto estremamente schietto tra il protagonista e un giovane operatore della cooperativa che, in determinati momenti della giornata, gli offre assistenza. E Antonio Morabito con la macchina da presa riesce anche a catturare con naturalezza e senza alcuna morbosità frangenti delicati, come il lavaggio in terrazza, effettuato alla presenza di una nonna asfissiante e di una perplessa tartaruga.

 


 

I don’t speak very good, I dance better

Regia: Maged el-Mahedy
Paese: Italia, Egitto 2012

L’interesse del SulmonaCinema per le piccole e grandi trasformazioni del quadro socio-politico, italiano e non, rappresenta ormai una costante. E questo guardare con occhio critico, lucido, attento, al mondo che ci circonda, si è anche manifestato nelle ultime due edizioni col particolare rilievo dato ai cambiamenti politici, bruschi e per molti versi sorprendenti, intervenuti in alcuni paesi nordafricani. Ovvero la cosiddetta “primavera araba”, innescata dai primi tentativi di rivolta nel Maghreb tra la fine del 2010 e l’inizio del 201. L’Egitto è stato e continua ad essere uno dei cuori nevralgici di un fenomeno come questo, che visti i più recenti sviluppi appare in continuo divenire. E se Sulmona aveva ospitato già nel 2011 un documentario dal forte impatto emotivo come Tahrir di Stefano Savona, testimonianza in presa diretta di quanto stava accadendo nel luogo simbolo della rivolta contro Mubarak, la stessa Piazza Tahrir (ormai nota come "Martyr Square") è tornata ad essere protagonista nell’edizione 2012 grazie a I don’t speak very good, I dance better: A documentare il terremoto politico e sociale all’ombra delle Piramidi è stavolta Maged el-Mahedy, regista egiziano che però lavora da tempo in Italia. E la peculiarità del suo sguardo consiste nel focalizzare l’attenzione non solo sugli accadimenti della piazza, ma su tutta una serie di altri fattori: le proprie vicissitudini familiari, la diffusone di patologie tenute nascoste per anni dal regime di Mubarak, i ricordi professionali e non di una popolare star egiziana. Il ritratto composito che ne viene fuori è senz’altro affascinante, ricco di spunti, anche se subentra a tratti il sospetto che possa risultare troppo caotico e dispersivo.

 


 

Evento Speciale

Il pranzo di Natale

Regia: Antonietta De Lillo, autori vari | Paese: Italia, 2011

La vulcanica Antonietta De Lillo, che nel corso degli anni ha realizzato pellicole di pregevolissima fattura (in particolare Non è giusto e Il resto di niente) senza mai ottenere tutto il successo che meritava, si è prodigata negli ultimi tempi in alcuni esperimenti creativi assolutamente degni di nota. Quello relativo al cosiddetto “film partecipato” sta avendo secondo noi esiti apprezzabilissimi. Si tratta di mettere insieme svariati lavori costruendo un legame anche ritmico, a partire da tematiche condivise, tra cortometraggi girati da film-makers con percorsi e modalità espressive che possono diversificarsi parecchio. L’esempio tangibile è rappresentato da Il pranzo di Natale, un documentario “partecipato” creato assemblando materiali eterogenei aventi come collante il clima natalizio, con particolare riferimento ai differenti modi di affrontare il classico pranzo in famiglia. In questo albo illustrato del Natale 2010 c’è spazio per interviste fatte alla stazione, per filmini famigliari girati accanto all’albero o al presepe, per vescovi che dicono messa, per gente che a Napoli protesta di fronte a cumuli di spazzatura, per le agitazioni promosse da studenti che si sentono defraudati del loro futuro, per festività affrontate preparando piccoli eventi teatrali come anche per una lunga ed emozionante intervista all’attrice Piera Degli Esposti, tesa a rievocare i giorni di festa della sua infanzia al pari di quelli trascorsi attualmente alle terme. Sfruttando al meglio momenti emblematici e felici intuizioni che altri hanno voluto condividere, Antonietta De Lillo è stata poi bravissima a frammentare i vari corti, studiando una partitura da cui emergono con naturalezza genuine emozioni e possibili leitmotiv: su tutti quello della “crisi”, il che rende tra l’altro il film un documento straordinario dei cambiamenti (spesso foschi e preoccupanti) cui sta andando incontro la nostra società.

 


 

Angels of Rock’n’Roll

Intervista al regista Massimo Monacelli

Avendo egli rappresentato la rivelazione di questa edizione del festival, col suo scatenatissimo Angels of Rock’n’Roll, ci è sembrato opportuno fare due chiacchiere con Massimo Monacelli, regista umbro di origine ma attualmente residente in Olanda. Un paese dove potrebbero arrivare ulteriori stimoli e opportunità per quello spirito incline alla sperimentazione cinematografica, che abbiamo ravvisato in lui. Si è parlato amenamente del suo lungometraggio, in concorso al SulmonaCinema, come anche dei precedenti e fantasiosi cortometraggi. Ecco quindi il risultato della nostra conversazione!

 

Il lungometraggio che abbiamo potuto ammirare al Sulmonacinema Film Festival, ANGELS OF ROCK 'N' ROLL, è stato da te definito un “musical muto a colori” e anche un Rock B-Movie. Te la senti di dire qualcosa in più su tali definizioni, accennando poi alla genesi del film?

Dipende dalla situazione in cui è nato Angels. In breve, volevo realizzare un lungometraggio anche senza un budget, una produzione alle spalle o una troupe sul set, non per scelta ma per mancanza di entrambi; l'unica cosa che pensavo di poter realizzare era un piccolo film folle, muto e pieno di musica. I quattro attori principali Mirko Revoyera, Caterina Fiocchetti, Giulia Zeetti e Claudio Massimo Paternò hanno accettato di far parte dell avventura, a loro si sono poi aggiunti molti altri sia nel cast che in ruoli artistici e tecnici. La definizione "Un musical muto a colori" mi è venuta quando cercavo di descrivere il film, credo ne rispecchi la natura. Essendo poi un film girato con pochi mezzi è come un B-Movie del passato, nel nostro caso rock... (per ulteriori informazioni sul film e sulla Genesi di Angels of Rock 'n' Roll visitate il sito www.massimomonacelli.it)

 

 

Uno degli aspetti che colpiscono maggiormente di questo tuo lungometraggio è ovviamente la freschezza dei contributi musicali. Chi sono e da dove provengono gli artisti che hai coinvolto nel progetto? Come sei entrato in contatto con questi gruppi musicali?

A parte Stefano Bechini che ha registrato l’audio del mio corto La donna sul tetto del mondo e che è un valido musicista, non conoscevo nessuno dei 16 gruppi e musicisti che hanno collaborato al film. Ho iniziato la ricerca della musica prima delle riprese, avevo in mente un mix di punk, rockabilly, rock beatlesiano etc., ho trovato i gruppi passando due notti intere cercando in internet, due notti molto belle ed intense. Prevalentemente sono gruppi della scena underground italiana, dal nord al sud, band che fanno un'ottima musica, ulteriore dimostrazione del talento che scorre nel nostro paese, gruppi e musicisti che andrebbero valorizzati. Li ho contattati personalmente spiegando loro la natura del film, hanno aderito tutti con entusiasmo, sono molto felice di averli avuti tutti nel film. (Per la lista completa dei gruppi visitate la pagina Angels of Rock 'n' Roll del mio sito riportato sopra e cliccando sui nomi dei gruppi nei titoli sarete trasferiti ai loro relativi siti)

 

L’umorismo dai tratti demenziali, surreali, naif di ANGELS OF ROCK 'N' ROLL sembra avere, insieme al tocco psichedelico e visivamente spregiudicato, un appeal internazionale. Ci sono forse realtà come i Monty Python o altri autori del mondo anglosassone tra i tuoi punti di riferimento?

Decisamente Woody Allen degli anni ’70, un genio assoluto. Rispetto molto i Monty Python ma probabilmente sento più come sorgente i film dei Beatles di cui sono un grandissimo fan da sempre. Hard days’ night, Help, Yellow Submarine e Magical Mistery Tour sono intrisi di comicità demenziale e cool. Poi i fratelli Marx, Buster Keaton e Charlie Chaplin, talmente moderni... non vorrei dimenticare poi Hollywood Party! Inoltre, all'origine di Angels of Rock’n’Roll... c'era il desiderio di fare un Helzapoppin in salsa rock.

 

 

Sempre riguardo alla comicità di ANGELS OF ROCK 'N' ROLL, tra pubblico e addetti ai lavori c’è chi ha ipotizzato nell’uso di voci deformate un legame con Rezza e nel modo di inquadrare determinati personaggi, decisamente grotteschi, un richiamo a Ciprì e Maresco. C’è qualcosa di cosciente da parte tua, in tutto ciò?

Mi piacciono entrambi e trovo che esprimano il giusto disgusto verso la follia e l'assurdità di una parte della società contemporanea italiana. Comprendo chi ci vede un legame con le mie cose ma devo dire che sento più come sorgente i capolavori di Fellini La dolce vita e 8 e 1/2 e i capolavori di Mario Monicelli, I soliti ignoti e L'Armata Brancaleone. In fondo i personaggi stralunati e assurdi di Ciprì e Maresco li vedo come la versione moderna dei personaggi delle terme all'inizio di 8 e 1/2, quelle signore aliene e grottesche, quasi mostruose... Riguardo alle voci deformate, mi hanno sempre divertito le scene accelerate in cui il suono della voce diventa simile ad un cartone animato, forse sono stato influenzato anche da Tom Waits, che io adoro per la sua teatralità folle.

 

Sia nel film in questione che nei cortometraggi da noi visionati gli interpreti si distinguono per una mimica facciale molto vivace, così come per la loro fisicità, da te sfruttata in modo diverso a seconda dei casi. Come hai scelto gli attori che lavorano con te? E che genere di impegno richiedi loro?

Concordo pienamente con chi dice che se hai il cast giusto sei all’ 80% del lavoro, è esattamente così. Tutti gli sforzi dietro ad un film, dalla storia alla sceneggiatura, dal progetto visivo alle tematiche di cui vuoi parlare, tutto ciò viene vanificato in un attimo se portato in scena dall’attore sbagliato per quel personaggio. Da questo punto di vista finora sono stato fortunato e sono pienamente soddisfatto delle performances degli attori con cui ho avuto il piacere di lavorare. Il mio stile è molto visivo e l'attore (corredato del giusto contorno visivo, del costume e del trucco) deve trasmettere chiaramente già alla sua entrata in scena il carattere del personaggio. In questo caso il volto e la mimica facciale sono fondamentali. Premesso che l’attore o attrice deve essere adatto al personaggio e avere dei margini interpretativi per arricchirlo, la mia scelta è poi molto istintiva e veloce, credo di vedere le potenzialità nelle persone e so immediatamente se la cosa funzionerà o meno. E’ probabilmente un sesto senso... A parte La donna sul tetto del mondo, in tutti gli altri miei lavori sono presenti anche amici nel cast, persone che non hanno mai recitato in vita loro ma avevano il volto giusto per il ruolo. Gli attori con cui ho collaborato finora provengono tutti dal teatro e anche se il cinema è un mondo diverso e con altre leggi, la gavetta teatrale dà un'ottima tecnica e capacità improvvisative. Riguardo all’impegno finora non abbiamo avuto il lusso di poter provare veramente prima delle riprese (a parte un caso), perciò una volta chiarite le linee guida del personaggio ci si butta nelle riprese, aggiustando il tiro se necessario.

 

 

ANGELS OF ROCK 'N' ROLL è stato presentato in Prima Mondiale al Road to Ruins Film Festival di Roma ed è poi finito in concorso a Sulmona. Cosa ci puoi raccontare di queste due esperienze festivaliere?

Entrambe ottime esperienze! Il Road to Ruins è stato fondamentale per risvegliare Angels da un torpore in cui era caduto dopo due anni di rifiuti da tutte le produzioni, grandi festivals e via dicendo. Ricordo ancora la telefonata di Anthony Ettorre (uno dei Direttori Artistici del Road to Ruins) in cui mi chiedeva notizie di Angels perché ne aveva avuto voce da Alessandra Sciamanna, alla quale avevo precedentemente inviato il film (non l’ho mai incontrata e spero un giorno di poterla ringraziare di persona). Il Road to Ruins è stata la prima uscita pubblica di Angels, è un po’ come la prima uscita con una ragazza da adolescenti, una bella esperienza. Inoltre il Road to Ruins ha portato anche la proiezione in contemporanea su Mymovies, ulteriore soddisfazione. La gentilezza dei direttori del festival Pierpaolo De Lulis, Anthony Ettorre e Alessandro Zoppo è stata impeccabile. Finalmente qualcuno credeva nel film! Poi è arrivato SulmonaCinema ed è stato un ulteriore passo avanti, la giornalista musicale Gabrielle Lucantonio ha scritto un pezzo su Angels che ha attirato l'attenzione di Roberto Silvestri (Direttore artistico di SulmonaCinema) e lui ha voluto il film in concorso a Sulmona. Mi sono trovato benissimo al SulmonaCinema, tutti dal Presidente Marco Maiorano fino all' ultimo collaboratore sono impeccabili e simpatici, un'ottima equipe, poi il festival ha una bella programmazione. Sono molto grato a Roberto Silvestri per aver dato questa possibilità ad Angels, una soddisfazione che tutte le persone che hanno collaborato al film si meritavano.

 

Facendo un piccolo passo indietro, dei tuoi cortometraggi LOST FACES è forse quello che colpisce di più per l’approccio non convenzionale, onirico, a situazioni i cui protagonisti sembrano usciti fuori da qualche paradosso temporale. Così come colpiscono in positivo la pulizia dell’immagine, la cura dei costumi, l’impronta quasi ipnotica della colonna sonora e la diversità degli ambienti scelti per le riprese. Potresti dirci qualcosa in breve di tutti questi aspetti?

Lost faces è più di tutti il lavoro che mi rappresenta, girerei sempre così, con questa cura riposta in ogni dettaglio. Inoltre Lost faces presenta il mio stile visivo, se in tutti gli altri lavori in un certo senso ho detto quello che vorrei fare, in Lost faces l’ho fatto. Il corto è stato girato in una settimana, tempo abbastanza lungo per potermi permettere di scegliere locations adatte in Umbria e Toscana, e anche se come sempre si è corso parecchio per realizzarlo e alcune belle locations sono saltate per meri problemi burocratici, sono abbastanza soddisfatto del risultato finale.

 


 

Special a cura di Stefano Coccia

 

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