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SulmonaCinema 2011
Scritto da Stefano Coccia   
Tuesday 20 December 2011

I migliori film visti in occasione del 29° SulmonaCinema Film Festival, un evento in difesa del cinema italiano più invisibile e di qualità che mai come quest'anno ha rischiato di non esserci causa ostracismo...

 

[Cover: The Dark Side of the Sun di Carlo Shalom Hintermann]

 

INTRODUZIONE

Quando si va a un festival piccolo ma pieno di idee, di fermenti, come quello che si tiene da 29 anni a Sulmona, si vorrebbe partire in quarta cominciando a raccontare le impressioni sui film, sugli incontri, sugli eventi collaterali e su qualsiasi cosa contribuisca a descrivere l’atmosfera elettrica della manifestazione. A maggior ragione quando capita, ed è questo il caso, che ad essere protagonista sia il cinema italiano più invisibile e di qualità, quello troppe volte marginalizzato dai contorti e pacchiani meccanismi distributivi in auge dalle nostre parti. Ma se già con altri festival ci è toccato iniziare il reportage di turno con una geremiade per lo scarso sostegno economico offerto dalle autorità, per il venir meno dei fondi, per i tanti ostacoli che certe attività culturali incontrano oggigiorno in Italia, con il Sulmonacinema Film Festival la faccenda si fa ancora più paradossale, deprimente e scabrosa: non un semplice menefreghismo, ma addirittura un ostracismo di fatto spinto a livelli parossistici, da parte di un’amministrazione comunale “ben” rappresentata da quel sindaco che, a memoria di chi scrive, si fece notare a suo tempo giusto per certe dichiarazioni omofobe del tutto inaccettabili. Qualcosa sapevamo già, ma per spiegare meglio ai lettori le incresciose difficoltà incontrate quest’anno dal festival, anche a causa di simili personaggi, abbiamo pensato di contattare Marco Maiorano, Presidente dell’Associazione Culturale Sulmonacinema, così da potergli rivolgere alcune domande.

Da Presidente dell'Associazione Culturale Sulmonacinema, puoi riassumerci brevemente la questione spinosa che ha riguardato nell'ultimo anno la gestione del Nuovo Cinema Pacifico, con particolare riferimento agli atti di dichiarato ostracismo portati avanti dall'amministrazione comunale, nei confronti delle attività culturali che vi si svolgevano fino a poco tempo fa?

L’associazione Sulmonacinema in un anno e mezzo ha mostrato alla città e all’amministrazione comunale che è possibile gestire, con una programmazione cinematografica di qualità e con un ricco programma di eventi culturali, il cinema teatro Pacifico (da noi ribattezzato in questo spirito ‘Nuovo Cinema Pacifico’), che peraltro è l’unico presidio culturale polifunzionale del centro storico di Sulmona. È possibile farlo nonostante il periodo di forte difficoltà per le monosale e in generale per il cinema. Il gruppo di volontari del Sulmonacinema è stato in grado di assolvere ad una importante funzione socioculturale per la comunità: oltre alla programmazione di film, è stata attivata una proficua rete tra operatori culturali, associazioni e cittadini, sono stati organizzati dibattiti e assemblee pubbliche su temi anche spinosi come quello della chiusura dell’Eremo in cui visse Celestino V sul Monte Morrone, con la presenza di rappresentanti istituzionali regionali e comunali; si è agevolato insomma il dialogo tra cittadini, tecnici e politici creando i presupposti per addivenire alle soluzioni di tante questioni. Senza parlare dei concerti, dei laboratori, delle mostre, delle presentazioni di libri e di tanto altro, frutto della passione di quei giovani che avevano deciso di restare nella loro città per contribuire alla sua crescita. Sulmonacinema ha operato per rendere viva e pulsante una struttura che era destinata probabilmente alla trasformazione in sala bingo o in supermercato e ha contrapposto all’indifferenza di provincia l’attivismo culturale, alla sonnolenza il risveglio delle coscienze e la produzione di stimoli. Forse il movimento culturale e di opinione che si stava creando è risultato pericoloso per qualcuno, certo è che prendendo a pretesto la necessità di indire una gara pubblica per concedere a lungo termine l’affidamento della gestione della struttura (che a noi era stata affidata solo temporaneamente), l’amministrazione ci ha imposto di lasciare la sala a maggio 2011, senza pensare che nelle more dell’espletamento della gara (andata per giunta deserta!) il cinema sarebbe tornato alla situazione antecedente, cioè alle porte chiuse e alle ragnatele, vanificando l’investimento di energie e risorse di quanti avevano creduto nel progetto. La conclusione è che Sulmona non ha un cinema da sette mesi.

Quante difficoltà ha portato, nell'organizzare tempestivamente questo 29° appuntamento con un festival andato poi in porto con ottimi riscontri di pubblico, stampa ed addetti ai lavori, l'atteggiamento poco collaborativo del Sindaco di Sulmona e del suo staff?

È vero, anche noi abbiamo constatato che nonostante tutto la 29esima edizione del SCFF ha avuto un grande successo di pubblico e che vi è stato un buon riscontro tra gli operatori del settore. Tali risultati sono da ascriversi ad una serie di fattori: un progetto valido, portato avanti negli anni dal gruppo dei soci di cui mi onoro di far parte e che fino a pochi mesi fa è stato guidato da Patrizio Iavarone; una direzione artistica di altissimo livello, con Roberto Silvestri e tutto il suo staff che non ringrazieremo mai abbastanza; infine, un vero e proprio processo di ampliamento degli orizzonti da parte dell’associazione Sulmonacinema, che ha visto ad esempio il coinvolgimento di tante realtà culturali del territorio e non. Due esempi sono rispettivamente le trenta associazioni cittadine che hanno preso a cuore la questione del cinema Pacifico e degli altri spazi culturali comunali sottratti alla fruizione pubblica e la nascita della collaborazione con i comunardi del Teatro Valle di Roma, che ci hanno supportato con contributi artistici e di pensiero. Purtroppo l’atteggiamento della giunta comunale di Sulmona e i ritardi nella concessione dell’utilizzo del cinema ci hanno costretto letteralmente a fare i salti mortali, con la necessità inevitabile di comprimere all’essenziale il programma del festival e con ripercussioni negative dal punto di vista della promozione e quindi dei rapporti con i numerosi sponsor.

 

 


 

I FILM

 

Cacao

Regia Luca Rea
Paese Italia 2010

Vi sono eccessi di passione che non sempre, non necessariamente vanno a buon fine. La passione di Luca Rea per i B-movies, per il cinema di genere, per le declinazioni più popolari della scena comica italiana, è un qualcosa che abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare nel tempo: hanno senz’altro contribuito a farci familiarizzare con simili propensioni i tanti contributi su riviste specializzate, i programmi televisivi, la consolidata collaborazione con Marco Giusti e altre imprese divulgative, di approfondimento e di recupero; ma a parte qualche cortometraggio o sketch concepito per la TV, tale orientamento non aveva avuto altri riflessi pratici, per quanto ne sappiamo. Quantomeno fino alla realizzazione di Cacao. Il lungometraggio d’esordio di Rea sembra riflettere le precedenti esperienze, senza riuscire però a rimetterle in gioco in maniera totalmente organica, vibrante, matura. La stravagante commedia che vede protagonisti Stefano e Gippo, attivi rispettivamente in un negozio di pompe funebri per animali domestici e come cavia umana, fatica ad elevarsi oltre una certa dimensione barzellettistica, oltre il puro assemblaggio di sketch, di vignette cinematografiche inclini al demenziale ma di valore assai diseguale tra loro. Ed è un peccato, perché oltre alla verve dei due co-protagonisti (con Paolo Ruffini che conferma una buona presenza di spirito sia in televisione che al cinema, mentre Nicola Nocella è ottimo “caratterista con l’anima” votato qui a ironizzare con un certo aplomb sul proprio fisico massiccio), è anche la scelta dei volti a farsi apprezzare: spicca tra le presenze di maggior rilievo quella Chiara Francini in cui il talento umoristico, sul piccolo come sul grande schermo, si sposa con l’esplosiva avvenenza. Anche la figura del losco artista concettuale che si ispira a un sussidiario scolastico per le proprie performance strappa simpatia. Ma le singole intuizioni non riescono a tappare le falle di una scrittura filmica troppo scombinata, nonché quelle derivanti da una comicità a tratti infantile, su cui si sarebbe potuto lavorare di più in fase di sceneggiatura.

 


 

Corpo celeste

Regia Alice Rohrwacher
Paese Svizzera, Francia, Italia 2011

Durante la premiazione del festival è stata riproposta sullo schermo del Nuovo Cinema Pacifico la scena dello schiaffo, quello schiaffo offensivo, castrante, ipocrita e prevaricatore che l’ottusa catechista ammolla alla giovanissima Marta, come a riappropriarsi di quel ruolo formativo, performativo e deformativo (delle coscienze) che una semplice risata aveva rimesso in discussione. Ebbene sì, in tale schiaffo c’è il succo di quello che è a nostro avviso uno dei film italiani più significativi degli ultimi anni, una meteora che forza certi confini morali e ideologici come soltanto un altro cinema, forse, aveva saputo fare: quello di Marco Bellocchio. Per dirla tutta, in quello schiaffo è racchiuso il senso, la “mistica” di un’oppressione plurisecolare avente il Vaticano ex Stato Pontificio quale indiscusso epicentro, un’oppressione simbolicamente avviata col tradimento di Costantino e durata, purtroppo, fino ai giorni nostri. Rivedere quello schiaffo ci ha fatto piacere e ci ha fatto male al tempo stesso. Ma la scena in questione, più prosaicamente, è anche omaggio a Pasqualina Scuncia, comprimaria di lusso che la giuria del concorso ha scelto di premiare quale migliore attrice; e non sarebbe stato male, a questo punto, premiare anche Yle Vianello e cioè la ragazzina che prende lo schiaffo, come a ribadire la bravura di entrambe e, volendo, gli antagonismi in atto. Ci si può comunque accontentare del verdetto. Così come il lettore dovrà accontentarsi di questo punto di vista periferico, volutamente eccentrico, su Corpo celeste di Alice Rohrwacher, film su cui troppo altro ci sarebbe da scrivere: l’esordio al lungometraggio della giovane Rohrwacher, già autrice di documentari e sorella dell’altrettanto talentuosa Alba, lanciatissima attrice, è infatti oggetto filmico complesso, stratificato, in cui la grana dura e ruvida di un reale ripreso con certosina attenzione alle location si fonde alla perfezione col piano simbolico, con le psicologie contorte e insicure, con il peso ormai troppo grande da portare di un crocifisso.

 


 

Io sono li

Regia Andrea Segre
Paese Italia, Francia 2010

Chioggia e la circostante area lagunare sono il palcoscenico di un altro dei film più belli visti a Sulmona; in questo caso “rivisti”, sarebbe il caso di precisare, perché chi scrive un simile gioiello, con alle spalle la presentazione veneziana e un troppo sbrigativo passaggio in sala, non se l’era certo lasciato scappare. Io sono Li è il riflesso di un magico e in parte tragico incontro, sospeso sulle acque stagnanti della Laguna Veneta. E’ già raro che il cinema italiano, per una sua debolezza costitutiva, faccia incontrare sullo schermo la realtà autoctona del nostro paese col volto più autentico e veritiero dell’emigrazione da paesi lontani, ancor più raro è che ci riesca con tanta finezza, con tanta semplicità, con quel sincero spirito di condivisione che trapela qui da ogni inquadratura: nel film di Segre la Cina e l’Italia hanno i volti magnetici della star orientale Zhao Tao e di Rade Serbedzija, guarda caso un altro “immigrato”, sia nel cast che per il background del personaggio in questione. Attorno a loro altri volti ugualmente intensi, quelli di Marco Paolini, Roberto Citran e Giuseppe Battiston, per un’opera che ha nell’umanità dei personaggi uno dei propri punti di forza. Ma alla delicatissima e spesso complicata interazione tra i due protagonisti, o tra loro e un contesto sociale troppo diffidente, se ne sovrappone un’altra che riguarda la genesi stessa del lungometraggio: quella tra Andrea Segre, cineasta con gloriosi trascorsi da documentarista attento al sociale, e lo sceneggiatore Marco Pettenello, capace di tratteggiare in modo sanguigno le storie e gli ambienti attraversati dai personaggi. Un modo sanguigno, ed anche fluido. Fluido come l’elemento che fa da contrappunto alla narrazione, ovvero l’acqua, “acqua alta” all’occorrenza, destinata a sommergere non solo le stradine di Chioggia e il pavimento del bar dove lavora Li, ulteriore terreno di incontri, ma le stesse reticenze del cinema italiano a rappresentare realtà ritenute scomode o poco appetibili.

 


 

L’estate di Giacomo

Regia Alessandro Comodin
Paese Italia, Belgio, Francia 2011

Nella realizzazione del lungometraggio di Alessandro Comodin, un altro dei nostri talenti emigrati all’estero per fare cinema, rientrano tensioni dell’infanzia e sinergie trovate, per l’appunto, lungo la strada. Una piccola e coraggiosa distribuzione le cui attività gravitano intorno al Friuli, la Tucker Film, risulta infatti associata ad alcuni co-produttori francesi e belgi nel sostegno offerto a questo giovane e promettente autore, che proprio nei paesaggi campestri attraversati dal Tagliamento ha voluto ambientare il suo esordio; una specie di Anabasi fresca e luminosa in territori così prossimi ai suoi ricordi, facenti parte di quel nord-est italiano qui rivisitato in una chiave eterea, quasi sognante. La macchina da presa sembra quasi danzare giocando a rimpiattino coi personaggi; ovvero pedinando Giacomo, il ragazzo sordo con la sua amica d’infanzia Stefania, sostituita poi nelle scene finali da un’altra presenza femminile. Tre adolescenti selvaggiamente a caccia di emozioni tra sentieri di campagna, acque di un fiume che per i loro sensi sovreccitati può trasformarsi nelle Maldive, rullate e colpi di batteria in un casolare semi-abbandonato, mirabolanti fuochi d’artificio al termine di qualche festicciola di paese. Una moderna fiaba bucolica tutto sommato semplice, ma raffigurata con grande attenzione per le immagini, così come per i corpi e gli elementi naturali, resi quasi tattili dall’obiettivo; perciò non c’è da stupirsi che al Sulmonacinema Film Festival proprio L’estate di Giacomo sia stato reputato il Miglior Film dalla qualificata e particolare giuria che ha seguito tutto il concorso: una giuria formata da giovani, tutti ragazzi selezionati presso università e scuole di cinema, presieduta poi da un vero e proprio adolescente, Enrico Ghezzi. Potrà apparire esteriormente un po’ invecchiato, questo eterno “enfant terrible” della critica cinematografica, almeno rispetto alle immagini del suo Gelosi e tranquilli, eccezionalmente riproposto a Sulmona così da celebrare la vena sperimentale, (auto)ironica e ludica dell’artefice di Blob e Fuori Orario. Ma sulla fresca e giovanile morbosità di quegli occhi costantemente puntati sul cinema, c’è sempre da scommettere.

 


 

I primi della lista

Regia Roan Johnson
Paese Italia 2011

Commedia intelligente e a sfondo socio-politico, quella diretta dal regista anglo-italiano Roan Johnson. L’episodio che ha ispirato I primi della lista si inserisce, come traspare anche dall’incipit semi-documentaristico costruito intorno a materiali di repertorio, in quel clima di contestazione politica e conseguente repressione da parte delle forze più conservatrici che, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, avviluppava l’Europa come anche altre parti del mondo; quello stesso clima di tensione che aveva prodotto la spietata dittatura dei militari in Grecia e che avrebbe incoraggiato, in seguito, l’analogo ma più dilettantesco tentativo operato nella penisola italiana dal “Principe nero” Valerio Borghese coi suoi tetri accoliti. L’aneddoto in questione riguarda nientepopodimenoché il grande Pino Masi, cantautore vicino a Lotta Continua attivo politicamente in quel di Pisa, che il 2 giugno 1970 si rese protagonista insieme ai compagni Lulli e Gismondi del clamoroso tentativo di espatriare in Austria, dopo averci già provato con la Jugoslavia titina, un tentativo dettato dal falso allarme relativo all’imminenza di un colpo di stato. Ma non sempre i carri armati che si mettono in strada il 2 giugno hanno come obiettivo un golpe, calendario alla mano… il film di Roan Johnson, alla cui sceneggiatura ha collaborato anche quel Renzo Lulli che partecipò in prima persona alla curiosa vicenda, almeno nella primissima parte ha il merito di mettere in scena con vivacità le ombre di quel periodo, coniugando i fervori rivoluzionari, le istanze della canzone di protesta, i fantasmi di un’italietta mediocre e reazionaria con uno humour insolito. Più si va avanti, però, più si ha l’impressione che il registro farsesco prenda troppo il sopravvento, schiacciando sullo sfondo certe implicazioni politiche. La giuria di Sulmona ha voluto comunque assegnare a questa commedia originale ma imperfetta ben due premi, di cui ci sembra senz’altro più azzeccato quello per i giovani interpreti Francesco Turbanti e Paolo Cioni, spigliati, simpatici, ironici ed ottimamente spalleggiati nella circostanza dal veterano Santamaria, alias Pino Masi. Più discutibile è parso il premio alla regia, tutto sommato abbastanza scolastica se si esclude la buona direzione degli attori, mentre è in certe pieghe dello script che vanno forse cercati i meriti maggiori de I primi della lista.

 


 

Pugni chiusi

Regia Fiorella Infascelli
Paese Italia 2011

Per piuttosto prevedibili ragioni di sintesi, lo spazio di analisi e di discussione riservato nel nostro speciale ai singoli film ha finito per evidenziare soprattutto il Concorso, ma due parole su Metamorfosi del Mediterraneo le vorremmo ugualmente spendere: uno sguardo composito e tumultuoso sulle tante realtà in movimento attorno a noi, ove si ode in lontananza quello che spiriti rivoluzionari del passato avrebbero chiamato “il calpestio della rivolta”, reso magari meno assordante da qualche riflessione più raccolta, introspettiva. Pescando tra queste sei proposte cinematografiche di frontiera, oltre a menzionare il lavoro collettivo Milano 55,1 che delle recentissime e cruciali elezioni nel capoluogo lombardo ha offerto un colpo d’occhio rivelatore, per quanto obliquo, ci fa piacere porre in primo piano il bel documentario di Fiorella Infascelli, Pugni chiusi. L’esperta cineasta di Roma, capace di muoversi con una certa disinvoltura tra fiction e ricerca documentaria, ha scelto in questo caso di rinchiudersi nel carcere ormai abbandonato dell’Asinara insieme ai più determinati tra gli operai sardi della Vynils (gruppo industriale specializzato nella produzione di PVC) finiti in cassa integrazione. Li ha conosciuti, li ha filmati, li ha sentiti omaggiare le grandi figure comuniste di un tempo, ed ha permesso loro di raccontarsi nel mentre di una lotta importante e vissuta con enorme coerenza, ai fini di quella resistenza apparentemente disperata ma quanto mai vitale della classe salariata nei confronti di un capitale che si fa sempre più aggressivo, così come i suoi vili mandanti. Nel documentario della Infascelli sono precipitati a cascata i libri letti sull’isola, la sostanziale indifferenza della politica ufficiale, i gruppi di sostegno nati sui social network, i momenti di sconforto e le folate di speranza. Tutti riflessi di un orgoglio operaio che non può lasciare indifferenti, ben incastonato per giunta nei contorni dell’Asinara coi suoi scorci un po’ selvaggi, cinematograficamente potenti, sorvegliati peraltro dalla sagoma inusuale e un po’ inquietante di quella capretta con un corno solo in testa.

 


 

OMAGGIO

Tram-Mob - 8 marzo 2011
A cura del coordinamento di Maude – lavoratrici dello spettacolo

Quando a Sulmona è stato presentato questo speciale omaggio, ovvero la seconda proiezione pubblica a livello festivaliero (se il dato è arrivato correttamente alle nostre orecchie) di Tram-Mob - 8 marzo 2011, una regista come Wilma Labate ci ha tenuto a smentire subito il catalogo, dove lei figurerebbe insieme a Flaminia Graziadei quale curatrice dell’opera. Si da infatti il caso che questo appassionante filmato, messo in scena nel tessuto cittadino sulla falsariga dei cosiddetti flash mob ma con il piglio di una sperimentazione audiovisiva calibrata e consapevole, sia rivendicato da un intero collettivo di donne, il coordinamento Maude . lavoratrici dello spettacolo: cineaste, attrici, sceneggiatrici, costumiste e altre donne impegnate nel cinema e nel teatro, desiderose come la Labate non di porre la propria firma su un progetto, ma di condividerne il processo creativo ai fini di una interazione sociale più intensa. Mai come in questo caso tale precisazione può rivelarsi utile a comprendere gli orizzonti e le finalità di un piccolo film, nato in fin dei conti per recare testimonianza, un’importantissima testimonianza: vediamo infatti queste donne dello spettacolo salire e scendere dal centralissimo tram 8 a Roma (scelta indubbiamente pratica, ma non immune da altre suggestioni, trattandosi di un testo pensato per l’otto marzo), pronte così a trasformarlo in un teatro itinerante che mandi in “loop” brevi monologhi riferiti, attraverso i resoconti delle sopravvissute, a quelle donne che nel 1911 persero orrendamente la vita nell’incendio dell’industria Triangle a New York. Dal tragico avvenimento si prese poi ispirazione per quella festa dell’8 marzo, nata con un’ottica ben più battagliera e trasformatasi gradualmente, almeno per alcuni, in un insipido commercio di mimose. Ecco, l’operazione da “guerrilla filmakers” sostenuta nelle strade di Roma dal collettivo Maude, oltre a sorprendere per l’eccellente forma data in breve tempo al prodotto, ha rappresentato un doveroso richiamo alle origini dolorose e socialmente potenti di una ricorrenza, il cui centenario a livello ufficiale è stato sostanzialmente e colpevolmente ignorato da molte voci pubbliche. Ma non dalle donne che hanno invece messo l’anima in questa iniziativa, tappezzando di storie dolorose il gettonatissimo tram romano.

 


 

The Dark Side of the Sun

Intervista a Mario Salvucci (autore della colonna sonora)

Tra i progetti cinematografici più innovativi e sentiti in concorso a Sulmona, si può annoverare di certo The Dark Side of the Sun, coraggioso mix di documentario e animazione concepito per raccontare una vicenda umana molto coinvolgente, quello dei ragazzi malati di XP coi loro sogni, i loro timori, le loro difficoltà quotidiane che nell’atmosfera davvero speciale di Camp Sundown hanno trovato un possibile riscatto. Alla fine il film di Carlo Shalom Hintermann ha raccolto un riconoscimento importante, quello per le musiche, persino più appropriato se si pensa che il regista ha regalato durante il festival un’intensa performance degli Errichetta Underground, band legata alla musica Klezmer e balcanica in cui lui si esibisce, tra gli altri, proprio con l’autore della colonna sonora Mario Salvucci. Tanto per sintetizzare meglio la questione, una giuria composta da Enrico Ghezzi, Massimo Privitera e Gabrielle Lucantonio, curatrice della sezione Soundtrack negli anni scorsi, ha assegnato il Premio Soundtrack – Miglior colonna sonora ex-aequo a Bebo Ferra per Tutto bene di Daniele Maggioni perché “Le stupende musiche soft jazz del chitarrista e compositore Bebo Ferra si inseriscono senza mai invadere e sovrastare il film Tutto bene, come per sottolineare con pudore la delicatezza dei sentimenti ”, e a Mario Salvucci per The Dark Side of the Sun di Carlo Shalom Hintermann: “La musica originale di Mario Salvucci è un contributo attento, partecipe, mai invasivo, ma sottilmente e emozionalmente utile nel sottolineare The Dark Side of the Sun. Una musica che si insinua alla perfezione nelle immagini, aggiungendo e sottraendo al contempo laddove è necessario”. Condivise queste motivazioni, abbiamo contattato Mario Salvucci per saperne di più su questo lavoro e anche sul resto della sua attività musicale.

Come hai lavorato alla colonna sonora di The Dark Side of the Sun?

L'idea che avevo fin dall'inizio era quella di descrivere musicalmente i due mondi raccontati, quello del mondo reale legato alla parte documentaristica e quello più onirico ed interiore legato all'animazione. Questo si è tradotto in una scelta di sonorità inizialmente distanti fra loro che poi nel corso della narrazione si vanno a fondere sempre di più. Il percorso è partito dal lavoro su alcuni draft dell'animazione (in sostanza delle vignette con tempistiche molto approssimative), scrivendo i temi ed orchestrandoli con synth e campionatori, in seguito sono passato alla ripresa di alcuni strumentisti in improvvisazioni guidate, rielaborando il materiale ed adattandolo a strutture ritmiche e armoniche che avevo in mente e così sono nati i temi più 'concreti' legati alle immagini documentaristiche. La scelta di fondo è stata comunque quella di non esagerare nella stesura del materiale armonico e melodico, da un lato per dare un senso di continuità e dall'altro per non essere eccessivamente invasivo (operazione mediata anche grazie ai feedback continui che Carlo mi mandava quando riceveva i brani, dinamica ormai rodata negli anni).

Avevi già collaborato precedentemente con i ragazzi della Citrullo International?

La collaborazione con i Citrulli è nata praticamente da subito, siamo amici ormai da oltre vent'anni, soprattuto con Carlo ci conosciamo dai tempi del liceo ed abbiamo iniziato a suonare insieme molti anni fa. Per la Citrullo ho lavorato sulle colonne sonore di Rosy Fingered Dawn e di Chatzer, due documentari veramente eccezionali.

Puoi descriverci in breve il tuo background musicale?

Ho seguito studi di chitarra classica e jazz (ormai molti anni fa) e composizione classica e sperimentale (con il m° Santoboni). Nel corso degli anni ho realizzato e collaborato a molte produzioni musicali e scritto per spettacoli e produzioni di vario genere (ultimamente ho avuto modo di lavorare spesso nel cinema horror). Ho poi conseguito un master in ingegneria del suono e di recente ho insegnato tecnologie multimediali nei conservatori di Roma e Bari.

Come descriveresti l'esperienza del premio che ti è stato attribuito a Sulmona, per il lavoro svolto con The Dark Side of the Sun?

E' stata una bellissima sorpresa, mi trovavo già a Sulmona con gli Errichetta Underground, il gruppo in cui Carlo suona le percussioni e a cui mi sono unito da pochissimo come chitarrista, per un concerto nel teatro in cui si svolgeva il festival. Mentre gironzolavo per i negozi di confetti sono stato contattato telefonicamente dagli organizzatori che mi hanno avvisato del premio. È stata una grande soddisfazione, soprattutto per le motivazioni che hanno centrato in pieno lo spirito con cui ho lavorato al film, questo ha significato molto in quanto evidentemente stavolta più che in altre occasioni sono riuscito a far passare l'idea che avevo. Spero che il premio porti fortuna al film e soprattutto alla causa di Camp Sundown, dove delle persone veramente eccezionali lottano giorno dopo giorno per aiutare i bambini affetti da XP a vivere al meglio.

 


 

Special a cura di Stefano Coccia

 

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