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SulmonaCinema 2010
Scritto da Stefano Coccia   
Monday 13 December 2010

Tutti i film in concorso (e non solo) del 28° SulmonaCinema Film Festival, tra indipendenti e sperimentazioni: Le quattro volte, Tunnel Vision, Ad ogni costo, Divine e tanti altri

 

[Cover: Le quattro volte di Michelangelo Frammartino]

 

INTRODUZIONE

Anche SulmonaCinema, baluardo di un cinema indipendente e di ricerca dalle mille sfaccettature, non vuole cedere il passo, di fronte ai nuovi barbari. In un anno che ha visto boccheggiare molti piccoli festival e altre valide iniziative culturali, tutto ridotto al lumicino dai tagli assassini del governo, a vincere è la caparbietà degli abruzzesi, del direttore Roberto Silvestri e del presidente Patrizio Iavarone che col loro staff appassionato e competente hanno saputo mettere su un cartellone ricco di proposte interessanti, nonostante le ristrettezze. Ci rendiamo conto, d’altro canto, che in sostanza stiamo ripetendo gli stessi discorsi fatti poche settimane fa per il Science + Fiction. Purtroppo questo è quanto propone la realtà, al momento. Ma non è il caso di fermarsi all’ormai rituale lamento di Geremia. Molto meglio vedere cosa ci ha offerto di curioso Sulmona quest’anno!

Tanto per cominciare il Concorso. Un vero e proprio gioco di prestigio, capace di far ballare insieme autorialità di indubbio spessore, documentari animati da uno sguardo fresco e pungente, incursioni nel cinema fantastico e quant’altro. Continuando a scorrere il menu (non quello delle ottime trattorie abruzzesi, intendiamoci, ma quello del festival) ci si accorge che di suggestioni ne sono state offerte parecchie; persino sonore, considerando la presenza di un compositore eclettico come Fabio Frizzi, in onore del quale è stato proiettato L’aldilà di Lucio Fulci. Altri ospiti in grado di far discutere? Innanzitutto il presidente della giuria Pippo Delbono, perfettamente a suo agio nel portare lavori estremi sia al cinema che in teatro. Il suo film La paura, girato con un videofonino, riesce a coniugare l’impronta sperimentale con un ritratto assai livido e amaro dell’Italia di oggi, così becera e razzista. Apprezzatissimo anche l’omaggio a Gianfranco Rosi, uno dei migliori documentaristi che il paese possa oggi vantare: particolarmente emozionante e consigliabile il recupero del suo Below Sea Level, raccolta di esistenze marginali in un lembo sperduto della California. Per restare in tema di documentari, tra gli sguardi al femminile di “Sulmona, un Dicembre rosa Schocking” ci ha molto colpito il ritratto che Giulia Merenda fa della fumettista Cecilia Capuana, lasciata duettare in Come posso con uno scatenato Mario Monicelli, che ci ha così regalato una delle sue ultime apparizioni. Una miniera di storie fortissime (con la drammatica questione degli sgomberi in primo piano) è stata poi la sezione “Rom caput mundi”, incentrata su situazioni delicate riguardanti gli zingari in varie parti d’Europa, mentre “L’Aquila, questi fantasmi” ci ha lasciato in bocca un sapore agrodolce: se il differente lavoro di testimonianza portato avanti da giovani film-makers legati al territorio è risultato in tutto e per tutto lodevole, l’altro film di fiction abbinato, si presume, per onor di cronaca (ovvero La città invisibile di Giuseppe Tandoi), ci ha fatto addirittura accapponare la pelle, per la totale superficialità e i toni falsamente rassicuranti usati nell’imbastire una commedia giovanile a ridosso del terremoto, della vita nelle tendopoli. Diciamolo pure: una pellicola concepita per strappare qualche sorriso a Berlusconi e Bertolaso, più che al pubblico. Altro che Draquila

 


 

I FILM IN CONCORSO

 

Le quattro volte

Regia: Michelangelo Frammartino Paese: Italia/Germania/Svizzera, 2010 Durata: 88’

Lontano dai clamori metropolitani, lo sgarrupato borgo rurale di Michelangelo Frammartino parla attraverso le immagini. E quel mucchio di case perso tra le montagne calabre racconta di una singolarità per nulla trascurabile, alzando il sipario sulla sopravvivenza di stili di vita e ambienti che resistono ostinati alla modernità, nel lento scorrere delle stagioni. Complementare, forse, ma non necessariamente, alle incursioni bucoliche dell’habitué Franco Piavoli (Il pianeta azzurro, Voci nel tempo, tanto per elencarne qualche memorabile sortita) o del più eccentrico, inclassificabile György Pálfi (Hukkle), il quasi ipnotico Le quattro volte contrabbanda con la sua impronta semi-documentaristica un personalissimo studio antropologico e sui flussi temporali, qui circoscritti da una macchina da presa piazzata con cura certosina nei diversi scenari del villaggio. Tutto sommato insolito, il modo di riprendere un tradizionale albero della cuccagna. Tutto sommato insolito, quel rapportarsi alle diverse fasi di preparazione del carbone, destinato poi alle case. Tutto sommato insolito, persino il seguire con l’obiettivo gli spostamenti delle pecore. Ed è così che ogni operazione quotidiana, colta nella sua ritualità come anche nella sua unicità, si tinge di straordinario.

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Folder

Regia: Cosimo Terlizzi Paese: Italia/Belgio 2010 Durata: 74’

Folder, che piaccia o meno, è cinema di confine. Lo è, letteralmente, nella misura in cui segue i protagonisti in una serie di viaggi, viaggi fisici, viaggi mentali. Questi ultimi riconfigurati nella dimensione del ricordo. Ma lo è anche perché spinge lo spettatore oltre una soglia, proprio quella che attraverso una rievocazione di fatti, talvolta dolorosi, talvolta più incidentali ed innocui, ma sempre molto personali, porta a dubitare di ciò che sia lecito portare sullo schermo, di così privato. Che si preferisca chiamarla tensione etica o semplice ginnastica mentale, tale esperienza non lascia certo indifferenti. Conseguenza piuttosto ovvia, questa, del modo che Cosimo Terlizzi ha scelto di esporsi in prima persona. Folder è il suo “caro diario”. Ma è un diario già proiettato oltre, con quelle pagine che a volte coincidono coi file prelevati dall’autore sul proprio computer. Filmati erotici piuttosto espliciti, performance artistiche, il messaggio di una persona in procinto di andarsene per sempre. Ecco, nel suo andamento rapsodico, il video-diario di Cosimo Terlizzi ha la sfrontatezza di proporre tra cazzeggi in chat e trasferte ai festival le memorie di un suicidio, il suicidio di una persona cara. Comunque si valuti tale scelta, un brivido permane. Ma non c’è quasi il tempo di metabolizzare questa parentesi, indubbiamente intima e coraggiosa, che subito il block notes cinematografico del regista si riempie di altro, catalogando nuovi incontri, frammenti di realtà eterogenee. Nel continuo intrecciarsi di digressioni private e apparizioni pubbliche trova spazio, addirittura, l’epifania di un noto personaggio televisivo: l’ispettore Coliandro, ripreso sul set dell’omonima fiction, come a sancire l’ennesimo cortocircuito dell’immaginario.

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La pecora nera

Regia: Ascanio Celestini Paese: Italia 2010 Durata: 93’

Molto si è detto, a partire dalla presentazione veneziana, del bel film di Ascanio Celestini, il quale a Sulmona è stato anche premiato, come attore, “per aver offerto un'intensa intimistica interpretazione in prima persona di un personaggio in armonia con l'idea del film. Mantenendo intatta la propria maschera, Celestini svela con lucidità il volto autentico della follia”. Cos’altro possiamo aggiungere a riguardo? La digressione potrà apparire insolita e magari inutile, ma dopo aver visto per la prima volta La pecora nera ci capitò, a distanza di pochi giorni, di buttare l’occhio su una cosa che Cioran ha scritto nei Sillogismi dell’amarezza: “Presso nessun fondatore di religioni si troverà una compassione paragonabile a quella di una malata di Pierre Janet. Ella aveva, tra le altre, delle crisi riguardo a «quello sfortunato dipartimento della Seine-et-Oise che racchiude e contiene il dipartimento della Seine senza mai poter disfarsene». In fatto di compassione, come in ogni cosa, il manicomio ha l’ultima parola.” La donna in cura da Pierre Janet, il personaggio interpretato da Ascanio, la compassione, il manicomio, l’ironia. Non è poi così importante unire i puntini, esplicitando il rapporto tra i termini che abbiamo appena introdotto. È sufficiente sentire che tale rapporto esiste.

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Scuola media

Regia: Marco Santarelli Paese: Italia 2010 Durata: 77’

Taranto, ultima frontiera. Proprio a Taranto il talentuoso cineasta salentino Edoardo Winspeare aveva compiuto Il miracolo, che forse è la meno risolta tra le sue opere di fiction, per quanto non priva di un legame forte e suggestivo coi luoghi. Nel documentario di Marco Santarelli, invece, la città dei due mari compare poco. Ed è un limite, indubbiamente, destinato a produrre qualche squilibrio nella ricerca avviata dal giovane autore. A tale limite si contrappone però la spigliatezza con cui l’obiettivo del regista si muove nell’edificio scolastico scelto per le riprese, alla ricerca di personaggi, storie, contraddizioni. Soprattutto contraddizioni, perché qualcosa di singolare si affaccia tra i crateri delle riforme pianificate dalla Gelmini e dai suoi predecessori, interessati chi più e chi meno a portare avanti quella demolizione della scuola pubblica, quanto mai cara ai governi borghesi. Rullo di tamburi. In questo istituto di periferia, dove non mancano certo le tensioni sociali, c’è una preside che si prodiga con la parte migliore del corpo insegnante per proporre agli studenti stimoli insoliti: si studiano le canzoni di Guccini, si fa visita alle suore di clausura, si discutono nelle aule temi difficili. Quasi a dimostrare le potenzialità di una istituzione che, altrimenti, apparirebbe totalmente abbandonata a se stessa. Accade così che nei momenti più vivaci del confronto tra alunni, insegnanti, genitori, bidelli, sia la dialettica sanguigna e sincera del capolavoro di Cantet, La classe, a fare capolino tra i banchi delle disastrate medie italiane.

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Ad ogni costo

Regia: Davide Alfonsi, Denis Malagnino Paese: Italia, 2010 Durata: 85’

Flusso di disperazioni metropolitane, incarnate perlopiù da attori non professionisti, Ad ogni costo è una scheggia di cinema grezzo e scabroso, il cui budget ridottissimo si riflette nella produzione spartana, essenziale: registrare il suono in presa diretta, girare ogni scena con luci naturali, inseguire le traversie dei personaggi con una videocamera digitale dalla resa approssimativa. Le immagini sporche e tutt’altro che seducenti del film riescono così ad introdurre il mondo di Davide Alfonsi e Denis Malagnino, alfieri di quel collettivo “Amanda Flor” che si era già messo in evidenza con il precedente lungometraggio, La rieducazione. L’universo da loro esplorato è quello delle periferie romane. Nella fattispecie una desolata Guidonia, con palazzoni e spazi aperti che s’incastrano dando asilo a tossici, spacciatori, poliziotti corrotti; sì, a loro, come ad altre anime in pena di un limbo che Ad ogni costo sa ricondurre al volto turbato di Gennarino, scapestrato padre di famiglia al quale gli assistenti sociali hanno sottratto il figlio. In realtà non siamo ai livelli di osmosi con l’ambiente circostante raggiunto solo, a nostro avviso, dallo straordinario Amore tossico di Claudio Caligari. Ma l’esito della ricognizione è comunque urticante.

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The Wrong Hands

Regia: Amedeo D’Adamo Paese: Usa/Italia 2010 Durata: 97’

Il Campus di Berkeley, effervescente realtà che per svariate decadi è stata nel mirino di un cinema militante piuttosto diversificato nelle forme e nell’approccio (vedi ad esempio l’entusiasmante Seize the Time di Antonello Branca, con l’operato delle Pantere Nere in primo piano), torna ed essere il palcoscenico di un contrasto non da poco: quello tra l’America più reazionaria e quella progressista, votata a lottare strenuamente per diritti civili e miglioramenti in ambito sociale. Attivisti della sinistra radicale contro “teocon”, per essere più espliciti; con una serie di intrecci sentimentali a complicare ulteriormente la faccenda. Cineasta statunitense ma dalle chiare origini italiane, Amedeo D’Adamo ha scelto nuovamente Berkeley, quindi, quale epicentro del suo scanzonato pamphlet; esempio di cinema ultra-indipendente che, nell’inneggiare ad una sana, decisa, coerente passione politica, scardina quasi brechtianamente la messinscena, qui arricchita da inserti di animazione la cui vivacità diverte e conquista. The Wrong Hands risulta quindi efficace, colorito, anche se l’agilità del racconto si fa apprezzare soprattutto nella prima parte e verso la fine, laddove il ritmo è più sostenuto.

 


 

L’uomo fiammifero

Regia: Marco Chiarini Paese: Italia 2010 Durata: 81’

L’abruzzese Marco Chiarini ha compiuto una piccola impresa: è partito dalla sua Teramo per esplorare un terreno frequentato poco e male dalle produzioni nostrane, quello del cinema fantastico. Può essere che il risultato sia imperfetto sotto il profilo tecnico e stilistico, ma resta comunque degno di nota. Con echi del Pinocchio di Collodi, del Gian Burrasca di Vamba e delle opere di Gianni Rodari, L’uomo fiammifero si giustappone alla novellistica italiana per l’infanzia, rinnovandone lo spirito attraverso immagini cinematografiche. Del resto il film è il risultato di una scommessa produttiva non trascurabile, partita proprio con la vendita dei bozzetti preparatori, degli appunti, degli acquarelli e del libro stesso (quindi una vera e propria fiaba da leggere), che messi insieme hanno costituito la genesi del racconto e dell’intera operazione. Raccolti così i finanziamenti necessari a sostenere una piccola, anzi, piccolissima produzione, si è dato vita a un lungometraggio che colleziona spunti interessanti; tra questi, l’animazione di tavole dal gusto tipicamente infantile, che danno vita alla fervida immaginazione del piccolo Simone, costantemente a caccia del fantomatico Uomo Fiammifero. Tutto ciò, sommandosi al divertente utilizzo delle didascalie in talune inquadrature, contribuisce a fare di un angolo della provincia italiana lo scenario, pressoché inedito, di una scanzonata favoletta. Non così scanzonata, però, da evitare di mettere in scena problematiche vicine all’idea di famiglia disfunzionale; in ciò assai meritevole è l’impegno di Francesco Pannofino, capace di conferire un’umanità profonda, per quanto burbera, al padre di Simone. Il suo è quasi un Geppetto isterico, ad ogni modo generoso e schietto, segregato nell’Italia rurale.

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Divine

Regia: Chiara Brambilla Paese: Italia 2010 Durata: 52’

Qualcuno dubitava forse della necessità di fornire un “update” al capolavoro di Visconti, Bellissima, nell’Italia alla frutta del Grande fratello, del “bunga bunga” e della cronaca nera dibattuta alla corte di Bruno Vespa? No di certo. Soltanto che il terreno ideale per la demistificante operazione non è più il gretto universo dei “cinematografari” anni ‘50, in cui il personaggio della Magnani dava sfogo alla sua rabbia di madre. Le bimbe di oggi, con rispettive famiglie, sono calamitate da altri venditori di sogni: spot pubblicitari, sfilate di moda, reportage fotografici. Piccole Barbie alla mercé delle logiche di mercato, Emily, Lucrezia e Rebecca lasciano trasparire dietro il look e gli atteggiamenti da adulte in miniatura una incipiente malinconia, una complessità interiore e una fragilità del tutto estranee alla volgare, esibita superficialità degli ambienti familiari, lavorativi e scolastici in cui sono immerse le loro vite. Ed è questo, probabilmente, il segreto che rende magico il documentario di Chiara Brambilla, autrice dalla sensibilità profonda e moderna: Divine accarezza i volti e i pensieri delle giovanissime protagoniste con una grazia negata, invece, a quella dimensione adulta sovente rappresentata da genitori frustrati, così come da scaltri, cinici operatori al servizio di campagne pubblicitarie e agenzie di moda.

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Tunnel Vision

Regia: Stefano Odoardi Paese: Olanda, 2010 Durata: 50’

Folgorazione. Tunnel Vision, forse il più bel film visto nelle giornate di SulmonaCinema, segna la maturazione di un autore che col suo primo lungometraggio, La ballata bianca, aveva già ben impressionato. Nemo profeta in patria: Stefano Odoardi si divide tra Olanda e Italia, agendo rispetto a gran parte dei film-makers suoi connazionali con un’attenzione insolita per l’elemento visivo, molto curato a partire dalla scelta delle inquadrature e della messa a fuoco. Ma questo studio che ne La ballata bianca poteva apparire, almeno a tratti, un po’ “di maniera”, in Tunnel Vision si radicalizza intrecciandosi armonicamente con la struttura dell’opera, un mediometraggio (scelta coraggiosa anche questa) dai dialoghi scarni e dalla linea narrativa rivolta all’essenziale. L’aspetto paesaggistico si impone, nella sua singolarità. La protagonista è Mira, una falconiera che vive praticamente sola, se si escludono quei pochi rapporti umani degni di nota ma in grado di penetrare solo parzialmente la sua spessa corazza emotiva. L’addestramento del rapace avviene nell’insolita cornice della discarica dove la donna lavora. Ed è qui che lo spettatore comincia ad intuire un terribile segreto, legato alla violenza del branco (i colleghi) e al recente passato di Mira. Questa sua condizione di outsider la fa essere solidale con un ragazzo del vicinato, fragile, introverso, ugualmente preso di mira dai bulli che perseguitano la donna. Eppure, come lei fa notare all'adolescente nella scena in cui lo sprona a prendersi cura del falco, senza mostrare timore, per quell'animale protetto dai paraocchi “ciò che non vede non esiste”. La metafora è evidente. In un gioco di rimozioni che pone spesso la verità e gli aspetti più drammatici del reale nel fuori campo (con un richiamo alla cecità, all’accecamento, che sa molto di tragedia greca), Stefano Odoardi dimostra di saper dare alla propria ricerca sullo sguardo una direzione personalissima.

 


 

Una canzone per te

Regia: Herbert Simone Paragnani Paese: Italia, 2010 Durata: 102’

In un festival il cui concorso propone titoli forse ostici o comunque dall’estetica estremamente ricercata, quali Tunnel Vision di Stefano Odoardi e Le quattro volte di Michelangelo Frammentino, una pellicola come quella di Herbert Simone Paragnani (che all’epoca uscì con un elevato numero di copie, senza però adeguata promozione, sprecando così il suo appeal commerciale) potrebbe apparire fuori luogo, quasi un corpo estraneo. Ma anche no! Una canzone per te (bruttino il titolo, suggerito a quanto pare dalla produzione) è il tentativo attuato da un giovane autore di calcare un terreno solo apparentemente simile a quello dei più melensi polpettoni generazionali, per intenderci le banali ricette cinematografiche care a Moccia o a Muccino, esasperando al contrario le differenze. Paragnani e il co-sceneggiatore Valerio Cilio, nel confezionare questo giocattolone colorato e ultra-pop, sembrano infatti guardare alle ibridazioni; in particolare con quel filone del “teen movie” americano (John Hughes sorride dall’aldilà, nella speranza che non sia quello ipotizzato dal grande Fulci) capace di esprimersi con maggiore forza creativa: non a caso anche Una canzone per te somma nella trama qualche digressione fantastica, col ragazzo frontman dell’insopportabile boy band che dà un senso diverso alla propria vita (e ai propri gusti musicali) solo dopo un magico incontro. La vivacità dell’intreccio e la velata ironia nei confronti degli scontri generazionali rendono godibile il film. Peccato giusto per la scelta della canzone finale, scritta dai Sonohra, che dovrebbe esprimere la raggiunta maturazione del protagonista, ma che finisce invece per rappresentare un grossolano cedimento ai cliché della peggior MTV Generation.

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ROM CAPUT MUNDI

Sezione a cura di Elfi Reiter

Non sarebbe stato affatto facile scegliere quale omaggio o sezione porre in evidenza, in una 28ª edizione di Sulmona Cinema che ha offerto molteplici spunti di riflessione, se non fosse per quell’urgenza che sentiamo sempre più forte, visto anche l’evolversi di determinati scenari: con il comportamento vergognoso tenuto dalla Francia di Sarkozy nei confronti dei Rom, si può dire che la proverbiale goccia in grado di far traboccare il vaso sia stata raggiunta. E (ri)scoprendo grazie al bel documentario di Elisa Mereghetti, La colonna senza fine (nella foto), quanto accadde nella Bologna di Cofferati alle famiglie insediatesi allo Scalo Internazionale Migranti di Via Casarini, è evidente come anche da noi il livello di indecenza della classe politica si sia tenuto alto, negli ultimi anni. A questo punto il perché della nostra scelta dovrebbe essere chiaro: oltre ad essere tre ottimi documentari, i lavori selezionati da Elfi Reiter per la sezione “Rom, caput mundi” testimoniano con vigore una pericolosa recrudescenza della piaga del pregiudizio, dell’oppressione, in una Europa che nei confronti di tale popolo avrebbe peraltro accumulato, ad essere obiettivi, un ingente debito morale. Che il pensiero vada a certi accadimenti della Seconda Guerra Mondiale è persino scontato, per rendersene conto si veda pure lo splendido Liberté di Tony Gatlif, straziante opera di fiction ambientata nella Francia di Vichy. Ma per non distoglierci troppo dall’oggetto principale della discussione, limitiamoci a ricordare (e a consigliare) gli altri documentari che, accanto al già citato La colonna senza fine, sono stati scelti per raccontarci storie di ordinaria emarginazione, atti di intolleranza, sgomberi condotti arbitrariamente, cultura del sospetto, speculazioni: il primo è l’intimista Hard Lines (Sorsod Borsod) dell’ungherese István Nagy, dove l’approccio è decisamente più trasversale, l’altro è lo sconvolgente Mein haus stand in Sululuke di Astrid Heubrandtner, in cui si raccontano le fasi dello scandaloso esproprio di un antico quartiere di Istanbul, che i Rom avevano abitato per svariati secoli.

 


 

SOUNDTRACK

Sezione a cura di Gabrielle Lucantonio

Fabio Frizzi le musiche dell’Aldilà. Così è stata sottotitolata quest’anno l’interessante sezione Soundtrack a cura di Gabrielle Lucantonio, spazio dedicato alla musica per immagini e al mestiere del compositore. Al centro dell’attenzione Fabio Frizzi, che ha raccontato alcuni momenti della sua carriera e spiegato il suo metodo di lavoro al pubblico del SulmonaCinema. Conosciuto a livello internazionale, Fabio Frizzi è spesso ricordato per la sua collaborazione con Lucio Fulci, e in particolare per le musiche de L’aldilà... e tu vivrai nel terrore (1981) e di Sette note in nero (1975). Spesso citato tra i grandi maestri di colonne sonore di film thriller e horror, al fianco di Pino Donaggio, Bernard Herrmann, Claudio Simonetti, i Goblin e pochi altri. Di seguito un botta e risposta con Gabrielle Lucantonio, per ripercorrere assieme la storia di questa importante sezione.

Soundtrack è uno dei pochi spazi italiani, aperti al pubblico, che si occupa di compositori e colonne sonore. Ripercorriamo la storia di questa sezione, ricordando anche i vari compositori che ha ospitato...
Era il 2006. Non ricordo con precisione, ma ho probabilmente proposto a Roberto Silvestri, il direttore artistico del Sulmonacinema FilmFestival, di organizzare uno spazio inerente alle colonne sonore. La prima idea è stata quella di presentare al pubblico due compositori di valore, con dei percorsi e degli stili musicali opposti. Scelsi quindi Carlo Crivelli e Claudio Simonetti, due amici, due meravigliosi musicisti. Da allora, per ogni compositore abbiamo previsto la proiezione di un film da lui musicato e un incontro aperto al pubblico, per capirne i metodi lavorativi, il modo di concepire le colonne sonore, il percorso musicale. Nel 2007 abbiamo deciso di concentraci su un solo compositore, ed è stata la volta di Paolo Buonvino. Nel 2008, abbiamo ospitato Louis Siciliano e abbiamo anche proiettato il bellissimo documentario realizzato da mio fratello Elio Lucantonio e da Michael Souhaité Le Son de David Lynch; poi, nel 2009, Pasquale Catalano e quest'anno Fabio Frizzi. Dal 2008 è stato istituito anche il premio "Soundtrack" per la migliore colonna sonore tra i film italiani in concorso. È una piccola giuria a parte: quest'anno insieme a me e Pippo Delbono, c'era anche il critico musicale Sergio Gilles Lacavalla.

Cosa ti ha colpito di Fabio Frizzi?
Umanamente, mi ha colpito la simpatia. Ma Frizzi è anche un'icona del cinema horror - proprio come Claudio Simonetti e Pino Donaggio - uno dei compositori italiani più famosi all'estero. Dopo aver ospitato il compositore prediletto di Argento, mi sembrava una buona idea chiamare quello preferito da Fulci, il rivale di Argento. Frizzi comunque è un compositore capace di passare da un genere all’altro, con grande disinvoltura: nella sua filmografia non ci sono solo film horror, ma anche molte commedie (Fantozzi e Febbre da cavallo sopratutto).

Quali altri compositori ti piacerebbe ospitare in futuro?
Ce ne sono davvero tanti. Vorrei Pino Donaggio, perché ha realizzato una delle mie colonne sonore predilette (Vestito per uccidere di Brian De Palma). Ma anche Luis Bacalov (per Django), Nicola Piovani (per Good morning Babylonia), Franco Piersanti (per Corto Maltese), Teho Teardo (per Una vita tranquilla), Ezio Bosso (per Io non ho paura) e sicuramente altri che non mi vengono in mente al momento. Per ognuno, c'è almeno una colonna sonora che ascolto regolarmente.

 


 

I Premi

MIGLIOR FILM dell’edizione 2010: Le quattro volte di Michelangelo Frammartino

Miglior regia: Stefano Odoardi per Tunnel Vision
Miglior interpretazione femminile: Luisa Cavalieri in Ad ogni costo
Miglior interpretazione maschile: Ascanio Celestini nel suo La pecora nera
Premio Soundtrack: Enrico Melozzi per la colonna sonora di L’uomo fiammifero di Marco Chiarini

Menzione speciale a L'uomo fiammifero di Marco Chiarini
Menzione speciale ad Alex Alessandroni Jr per la colonna sonora di The Wrong Hands di Amedeo D'Adamo

 

 

Speciale a cura di Stefano Coccia

 

 
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