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Science+Fiction 2011
Scritto da Stefano Coccia   
Wednesday 30 November 2011

Tutte le "visioni" del Science+Fiction 2011, festival internazionale della fantascienza di Trieste. Le recensioni di: Stake Land, The Thing, L’arrivo di Wang, The Gerber Syndrome e tanti altri

 

[Cover: Stake Land di Jim Mickle]

 

INTRODUZIONE

Con l’edizione 2011 di Science + Fiction si è avuta ancora una volta l’impressione di stare in trincea. Un numero ridotto di giornate per proiezioni e incontri, rispetto a non molti anni fa, ed altre piccole disfunzioni organizzative hanno dato l’idea di come il festival triestino risenta del clima pesante, che ha colpito del resto un buon numero di manifestazioni cinematografiche sparse per la penisola, costringendone alcune alla chiusura e altre a ridimensionarsi di colpo. Questo è l’effetto congiunto della crisi economica e degli squallidi tagli alla cultura operati negli ultimi anni dal governo, nonché dalle amministrazioni locali. Sotto l’offensiva di quest’epoca oscurantista il tradizionale appuntamento triestino con la fantascienza traballa, ma non molla. A riprova di ciò, oltre agli standard qualitativi più che discreti di un programma che andremo poi a commentare, permane la volontà di mettere in calendario eventi con quei maestri del cinema di genere, la cui sola presenza può essere motivo di giubilo: quest’anno è stato il turno di George A.Romero (insignito per l’occasione di un premio alla carriera), ed il solo fatto di rivedere sul grande schermo capolavori come Martin o La notte dei morti viventi, con il loro creatore in sala, rappresenta di certo un’esperienza invidiabile.

Tra le altre peculiarità della manifestazione trova conferma l’occhio di riguardo per il fantastico nei paesi dell’Europa Orientale, grazie anche alle ottime retrospettive curate dall’esperta Aliona Shumakova: nell’edizione 2011 riflettori puntati sull’epopea della cosmonautica sovietica, analizzata attraverso produzioni recenti in grado di evidenziarne risvolti insoliti, controversi, amari, talvolta paradossali come nel caso del geniale mockumentary di Alexey Fedorchenko, First on the Moon (Pervye na Lune, 2005). Un’ottima occasione, quindi, di recuperare pellicole importanti purtroppo ignorate dalla distribuzione italiana, vedi ad esempio Paper Soldier di Alexej German Jr., che con la sua splendida e ispiratissima regia venne anche premiato a Venezia. Venendo infine al concorso, giusto due parole visto che su alcune delle pellicole presentate a Trieste avremo modo di soffermarci scandagliandole singolarmente: rispetto alla precedente annata, dominata nel nostro immaginario dalle produzioni scandinave, abbiamo sofferto un po’ la mancanza della ventata di originalità e nordico furore che Rare Exports: A Christmas Tale del finlandese Jalmari Helander e l’irresistibile Norwegian Ninja di Thomas Cappelen Malling avevano saputo introdurre. Data l’assenza di ninja norvegesi e oscure fiabe lapponi (ma, seppur meno seducente dell’altro, c’era ugualmente in concorso un Babbo Natale bastardo: quello dell’olandese Dick Maas), le cose migliori sono arrivate dall’universo anglosassone: tanto di cappello sia per Monsters del britannico Gareth Edwards che per l’apocalisse vampirica di Stake Land, realizzata invece dall’americano Jim Mickle, senza contare poi la parziale conferma di un altro yankee di talento, Kyle Rankin col suo Nuclear Family.

Passiamo pure a visionare i singoli film, allora, come sembra suggerirci indirettamente il titolo dell’unico lungometraggio croato in concorso: The Show Must Go On.

 


 

I FILM

 

L’arrivo di Wang

Regia I Manetti Bros. Paese Italia 2011
Genere Incontri ravvicinati del terzo tipo

Con L’arrivo di Wang sono arrivati anche i premi, per i simpatici e quanto mai scanzonati Manetti Bros. Trieste, quest’anno, ha regalato loro non poche soddisfazioni: il prestigioso Méliès d’Argento per il Miglior Lungometraggio si è infatti sommato a una già lusinghiera attribuzione del Premio Nocturno Nuove Visioni. Che dire? Dal nostro punto di vista, quello di spettatori particolarmente attenti e partecipi, un “raccolto” così generoso può suscitare approvazione, soddisfazione, ma anche qualche critica. Un po’ perché di titoli altrettanto validi, se non addirittura di più, ce n’erano diversi altri in concorso. Un po’ perché questo intelligente esempio di fantascienza a basso costo ci ha gradualmente conquistati, grazie alla fluidità del racconto, alla bontà degli effetti speciali e alla bravura degli interpreti, generando in compenso qualche motivo di perplessità e dubbi di natura etica proprio sul finale. Cominciamo col dire che L’arrivo di Wang pare riallacciarsi in modo molto scaltro alla produzione “poliziottesca” dei Manetti, attraverso la stramba situazione introdotta quale fulcro del racconto: un interrogatorio straordinariamente teso e incalzante vede infatti protagonisti il commissario di turno, interpretato con mefistofelica verve dall’ottimo Ennio Fantastichini, un prigioniero alieno e quella traduttrice assoldata in fretta e furia, per agevolare la comunicazione tra loro. Ecco, in questo kammerspiel inter-galattico la qualità dei dialoghi e la capacità di creare tensione con pochi mezzi, in spazi estremamente ridotti, generano fin dall’inizio un forte coinvolgimento, rispetto al destino della creatura aliena e al suo incontro con la razza umana. Cercando di non “spoilerare” troppo, possiamo accennare al fatto che il radicale mutamento di prospettive mostrato nelle battute conclusive fa arretrare la morale del racconto, cosparso anche di una vena misogina alquanto sanguigna, verso orizzonti ideologici da fantascienza americana anni’50, ma proprio quella animata da paranoie maggiori. Salutare cinismo o discutibile impronta reazionaria? In noi il dubbio non si è ancora del tutto risolto, lasciamo pertanto agli spettatori che vedranno il film l’incombenza di rifletterci su.

 


 

The Show Must Go On

Regia Nevio Marasovic Paese Croazia 2010
Genere Reality show apocalittico

Il film di Nevio Marasovic è stato un piccolo caso in Croazia. Complice anche la popolarità di alcuni interpreti, l’opera di questo cineasta esordiente ha fatto incetta di premi al tradizionale Festival di Pola. Lo stesso pubblico triestino è sembrato apprezzare l’originalità e la vitalità di un lungometraggio in cui si avvertono senz’altro le limitazioni di budget, a livello realizzativo, senza che questo incida più di tanto sulla capacità di far riflettere, sempre presente nella narrazione. Gli stessi presupposti del plot suonano alquanto paradossali. In un futuro a noi prossimo venti di guerra infuriano negli stati del Vecchio Continente, e in una Zagabria minacciata dal sempre più probabile attacco nucleare solo i concorrenti di uno squallido reality show, strano a dirsi, potrebbero scampare al disastro imminente: la “casa” scelta per la trasmissione è al contempo un bunker a prova di bomba. Quando la situazione precipita sarà uno stanco e disilluso giornalista televisivo, ad operare affinché i protagonisti del suo programma acquisiscano, insieme all’inopinata salvezza, una maggiore consapevolezza di loro stessi. La sceneggiatura del film croato è pertanto piena di spunti interessanti, anche se qualche giro a vuoto nella parte centrale del racconto tende a limitarne un po’ l’incisività. La bizzarria dell’intreccio potrebbe suggerire peraltro qualche rivisitazione ironica. Se fosse toccato a noi girare un film del genere in Italia, ci sarebbe piaciuto immaginare l’esatto contrario; e cioè un conflitto atomico estremamente localizzato che lasci incolumi tutti gli abitanti della penisola, tranne quelli reclusi nella casa del Grande Fratello. E provate a darci torto, se ne avete il coraggio…

 


 

Nuclear Family

Regia Kyle Rankin Paese USA 2010
Genere Post-atomico

Ormai Trieste è un porto sicuro è accogliente, per questo giovane cineasta di Portland. Il taglio deliziosamente “indie” del suo cinema continua a piacere, lo si è notato anche durante il rapido Q&A in cui il pubblico, dopo la proiezione, ha ricordato con grande affetto il lungometraggio d’esordio di Kyle Rankin, che era stato presentato a Science + Fiction giusto un paio di anni fa. Del resto Infestation era davvero un gioiellino: spigliato B-movie che vedeva i protagonisti risvegliarsi in un ufficio assediato improvvisamente da bozzoli e insettoni giganti, il primissimo parto di Rankin brillava per ritmo, originalità delle situazioni, effetti, approccio ironico al genere e volendo per quei sotto-testi politici che l’autore, però, tende oggi a minimizzare. Con Nuclear Family si può dire che il regista attivo a Los Angeles abbia fatto il percorso del gambero, in primis a livello produttivo. Questo nuovo lavoro, concepito come pilota per una serie televisiva ma fruibile anche come film dotato di una sua autonomia, è infatti costato molto di meno. Pur con minori ambizioni rispetto all’altro e con qualche lacuna nello script che il budget estremamente risicato tende a scoperchiare, Nuclear Family resta un prodotto assai godibile, con un look anni ’80 che ben si addice all’ambientazione post-atomica. Apprezzabile anche il gioco di incastri, usato a livello narrativo per presentare le diverse reazioni dei sopravvissuti a un’esplosione nucleare in territorio americano. Al centro del plot il tentativo di ricompattarsi di una famiglia, che dovrà confrontarsi ben presto con una doppia insidia, rappresentata da quei militari che sembrano custodire un terribile segreto, oltre che dalla banda di assassini alla cui guida si è posto un viscido predicatore. E alla fine le peripezie della combattiva famigliola non paiono certo concluse, data la natura dell’operazione. To be continued?

 


 

Saint

Regia Dick Maas Paese Olanda 2010
Genere Horror pre-natalizio

Negli ultimi tempi il cinema di genere non è stato certo tenero verso la figura di Babbo Natale, preso nelle sue diverse varianti geografiche quale modello di perversione, mostruosità e spirito sanguinario. L’influsso che simili interpretazioni esercitano presso di noi è senza dubbio rinfrancante, liberatorio, catartico, capace com’è di scrollarci di dosso tonnellate di mielosa retorica natalizia. Altra cosa è la realizzazione dei singoli film. Un anno fa ci eravamo esaltati per il grottesco e tenebroso Rare Exports: A Christmas Tale del finnico Jalmari Helander, versione sadica del Santa Claus radicato in Lapponia. In questa edizione di Science + Fiction più tiepida è stata la reazione nei confronti di Saint del veterano olandese Dick Maas (suoi piccoli “cult” come Rigor mortis, L’ascensore e Amsterdamned), il quale riesce comunque a regalarci qualche momento di spasso e di sanguinolenta goduria. In quest’altro torbido "biopic" dedicato a Babbo Natale la premessa è data dalla morte violenta di St.Niklas, vescovo in disgrazia datosi al brigantaggio, il cui linciaggio (roba alla Freddy Krueger) sarebbe avvenuto per mano di paesani stanchi dei continui soprusi e massacri. Da allora, mentre il popolo ingenuo si ostina a festeggiarlo in quanto figura santa e dispensatrice di doni, lo spirito del vecchiaccio rancoroso avrebbe preso l’abitudine di ricomparire ogni 36 anni coi suoi neri aiutanti, così da per prendersi una vendetta atroce proprio nella data del “martirio”, e cioè il 5 dicembre: invece di doni, mattanza garantita per tutti, grandi e piccini, buoni e cattivi, scettici e creduloni. Nella parte ambientata ai giorni nostri il regista olandese fatica un po’ ad assicurare mordente al racconto, ricalcato sugli slasher ma volendo anche sui più leggeri teen movies d’oltreoceano, almeno per ciò che riguarda i siparietti umoristici. La trepidante attesa dei bimbi per un ingresso dal camino molto più spaventoso del previsto non si trasforma quindi in un racconto sufficientemente fluido, compatto, ma c’è da dire che l’apparizione del mostro natalizio a cavallo, con una piccola armata delle tenebre al seguito, una certa dose di divertimento riesce ad assicurarla. Il film in sé stenta a decollare, mentre nelle scene più splatter e nella fantasmagorica epifania di una nave fantasma, quella su cui il vescovo maledetto ama spostarsi, il buon, vecchio Dick Maas dimostra di non essersi scordato il mestiere.

 


 

Monsters

Regia Gareth Edwards Paese Gran Bretagna 2010
Genere Space Invaders

Alla fine hanno vinto i mostri, per la loro umanità. Verrebbe voglia di commentare così la decisione della giuria che ha premiato, quale miglior lungometraggio in concorso a S + F, il britannico Monsters, effettivamente tra le migliori cose viste a Trieste insieme a Stake Land di Jim Mickle, all’animazione in 3D di The Prodigies e alla mini-saga nipponica Gantz (ma quest’ultima è forse parte delle nostre personalissime perversioni). In un festival che ha visto anche altri confronti tra razza umana e presenze aliene, confronti risolti magari in maniera diversa (ed il pensiero corre ovviamente a L’arrivo di Wang dei Manetti Bros), l’approccio di Jim Mickle ha un qualcosa di innovativo e brilla per come riesce a ibridare, su un piano sia formale che prettamente contenutistico, la materia trattata. In più si potrebbe dire che proprio l’edizione nella quale si è voluto rendere omaggio a Romero ha trovato, in Monsters, quel film capace di arricchire il genere riportandolo ad elementi forti di critica sociale, di acuta traslitterazione della realtà, un po’ come nel cinema del maestro. Monsters inizia come tante opere in cui si descrive un principio di invasione dallo spazio profondo: nella fattispecie il rientro di un razzo sulla Terra porta alla contaminazione di una vasta aerea dell’America Centrale, con enormi e spaventose “creature” (stazza e forma tentacolare possono far pensare ad alcune, tra le più impressionanti epifanie in The Mist di Frank Darabont) che cominciano a circolare liberamente nei territori del Messico più vicini agli Stati Uniti, i quali ben presto si difenderanno innalzando un immenso vallo fortificato intorno ai loro confini (e qui la metafora politica è abbastanza scoperta). Questo l’antefatto. Il film si concentra poi sul periglioso viaggio intrapreso nella “zona infetta” dalla strana coppia formata da un giornalista americano e dalla ragazza, di famiglia ricca, che egli dovrebbe scortare al sicuro, uno straniante road movie dove la presenza degli alieni si avverte sempre (per le dimensioni fisiche della minaccia, sembra quasi di assistere a un Cloverfield che alle riprese in soggettiva sostituisca un meno estremo, ma ugualmente sporco, stile da docu-fiction), quando però sono le reazioni umane a calamitare l’attenzione. Ed è così che, mentre gli schermi televisivi rimandano immagini notturne di scontri tra terrestri ed alieni, con le tracce verdi degli spari che ricordano le dirette dei bombardamenti americani in Medio Oriente (altra chiara allusione), i due protagonisti si ritrovano loro malgrado a studiare da vicino la nuova forma di vita. Non un invasore sprezzante, perennemente ostile e privo di qualsiasi sentire. Ma un esempio di biologia aliena impegnato nella propria battaglia per la sopravvivenza.

 


 

Stake Land

Regia Jim Mickle Paese USA 2010
Genere Vampiri

Chi scrive comincia ad accusare una strana sindrome, a sentirsi irrimediabilmente “nazional-popolare”, non essendo questa la prima volta che a un festival gli capita di innamorarsi della stessa pellicola cui viene conferito il Premio del Pubblico. Ce ne faremo tutti una ragione. Ad ogni modo Stake Land di Jim Mickle è un dolente ma anche ruvido, sanguigno country-blues cinematografico, al quale è davvero impossibile resistere, forte del suo affondare la lama nell’America che si immagina devastata da un’ondata letale di vampirismo. Vi convergono le pratiche più consone del cinema “indie” stelle e strisce, sapientemente distillate in quelle riprese da road movie apocalittico, ed il contemporaneo riproporsi dell’etica cruda, schietta e all’occorrenza cinica delle migliori opere di Carpenter; in primis Vampires, ovviamente, con quelle coloriture western che qui possono apparire quasi clonate, ma alle quali si sovrappongono atmosfere ancora più cupe debitrici, a nostro avviso, dell’ottimo The Road di Hillcoat e della malinconica, disperata volontà di sopravvivere dei suoi protagonisti. A proposito di protagonisti, per quanto il film viva anche di piccoli incontri che possiedono qualcosa di miracoloso, Stake Land conquista lo spettatore soprattutto grazie a loro, alla superba e indimenticabile accoppiata di “Vampire Hunters” descritta nel suo vagabondare in un territorio nordamericano che, oltre alla minaccia esplicita dei succhiasangue, ne presenta una ancora più subdola: gli integralisti cristiani membri di quella Fratellanza che si sforza di rendere ancora più difficile l’esistenza dei sopravvissuti, vedendo nella piaga del vampirismo un castigo divino. A fianco del brizzolato cacciatore di vampiri, figura statuaria impersonata con grinta da Nick Damici (vero e proprio eroe del festival), opera un giovane assistente, Martin, ai cui pensieri è affidato il diario di bordo del pericolosissimo viaggio. Ed è proprio la sua voce furi campo a regalarci la frase “cult” di Science + Fiction edizione 2011: "Tutta quella bontà rovinata da cristiani pazzi che gettavano vampiri dal cielo".

 


 

Gantz – Gantz: Perfect Answer

Regia Shinsuke Sato. Paese Giappone 2010 -2011
Genere Manga style

Dal microfono di uno degli organizzatori, impegnato a presentare i due film realizzati da Shinsuke Sato, abbiamo appreso che qualcuno degli “aficionados” di Science + Fiction si sarebbe lamentato dell’eccessiva presenza di pellicole giapponesi, nelle passate edizione. Gente sciagurata! Secondo noi è proprio dal paese del Sol Levante che continuano ad arrivare alcune delle proposte più fresche, vitali, dirompenti, all’interno di un panorama fantastico mondiale che proprio dall’universo effervescente dei manga e degli anime ha molto da imparare, oggidì. Ed è ancora una volta un manga di culto la matrice originaria del dittico in questione, composto da Gantz, uscito nel 2010 in Giappone, e da Gantz: Perfect Answer, sdoganato l’anno successivo. Intendiamoci, in noi non si è replicato lo stato di sublime esaltazione indotto nel recente passato dalla trilogia cinematografica di 20th Century Boys, altra saga vertiginosa e immaginifica, ma dotata di un appeal narrativo più stratificato, più forte. La dimensione spazio-temporale di Gantz ha coordinate relativamente più semplici, più geometriche da esplorare; ma nel gioco letale orchestrato da una misteriosa sfera nera, con un corpo umano all’interno, che vede ignari cittadini giapponesi resuscitare da morti violente, per essere poi mandati a combattere creature aliene dalle sembianze stravaganti e grottesche, vi è comunque un meccanismo di suspance molto ben congegnato. Così come piace, nel passaggio da Gantz al sequel Gantz: Perfect Answer, il progressivo spostarsi del fulcro emotivo della narrazione dalle gag umoristiche a momenti di maggiore raccoglimento per i protagonisti, pur rimanendo alto il ritmo dell’azione; il che è ugualmente da annoverare tra i tratti distintivi di simili prodotti, nonché del genere di intrattenimento, frivolo ma non troppo, che essi veicolano.

 


 

The Prodigies

Regia Antoine Charreyron Paese Fra/India/GB 2010
Genere Supereroi

Molto spigliato e alla mano nell’incontro col pubblico, il transalpino Antoine Charreyron ha partecipato come regista della seconda unità alla realizzazione di Babylon A.D., ambizioso ma sfortunato lavoro del connazionale Mathieu Kassovitz, mentre il suo esordio alla regia risale addirittura al 1999: il cortometraggio Mouse destò una forte impressione vincendo anche il festival di Annecy. Eppure, nel decennio successivo il francese si è occupato soprattutto di ideare videogiochi, almeno fino alla collaborazione con Kassovitz che deve aver contribuito a sbloccare alcune vie produttive. Questi elementi, insieme alle dichiarazioni dell’autore stesso che ci ha tenuto a ribadire più volte il suo legame col mondo del fumetto, suggeriscono già nel bene e nel male l’idea di un Besson in erba, votato all’entertainment ma con uno spirito ludico e una creatività alquanto personale. Fino ad ora gli era mancato forse il “giocattolone” giusto per spiccare il volo, con The Prodigies pare che il momento sia arrivato. In questo lungometraggio di animazione in 3D Charreyron ha riversato la sua curiosità per l’universo dei supereroi americani, così come viene proposto nei “comics” e nelle più recenti versioni cinematografiche, rielaborando però l’immaginario di partenza tanto da accentuarne le sfumature più morbose, alienanti, spigolose e cupe. I poteri della mente scoperti nei cinque ragazzi protagonisti e nel loro mentore conducono ben presto a un delirio collettivo, in cui il senso di frustrazione e l’oggettiva volontà di segregare i personaggi in questione asservendoli peraltro alle regole del business hanno conseguenze nefaste, profilando così una specie di scenario cyberpunk non immune da contaminazioni con certe pieghe dell’animazione giapponese, quella maggiormente orientata verso l’high-tech. Il regista francese sorprende tanto per l’uso del 3D che per l’originale impostazione dei fondali e di altre risorse iconografiche, mentre l’inquietante affresco che si va a delineare soffre di tanto in tanto di qualche approssimazione nello script, soprattutto per quanto riguarda la definizione dei personaggi: alcuni sono tratteggiati molto bene, altri (quelli meno in vista nel quintetto dei “ragazzi prodigio”, ad esempio) sono terribilmente incolori e piatti, il che impedisce di appassionarsi fino in fondo a una storia, il cui lascito di inquietudini e violente emozioni è comunque rilevante.

 


 

The Thing

Regia Matthijs van Heijningen Paese USA 2011
Genere Presenze aliene

Scelto come evento di chiusura dell’edizione 2011 di Science + Fiction, il prequel del classico La cosa (1982) di Carpenter più che aggiornarne la poetica riesce, in modo anche piuttosto calzante, a clonarla; il che non è un dato da sottovalutare, trattandosi di un soggetto cinematografico (alle cui origini vi è un terrificante racconto di John W.Campbell, Who goes there?) che sin dalla prima trasposizione, La cosa da un altro mondo del 1951, proponeva l’orrore indicibile di una creatura aliena capace di mutare forma continuamente adattandosi come parassita ai corpi degli ospiti umani e animali, fondendosi completamente con essi. In The Thing di Matthijs van Heijningen, che racconta i fatti antecedenti all’orrore insinuatosi nella sfortunata base statunitense in Antartide, così come era stato portato sullo schermo nel 1981, vi è la stessa volontà espressa in precedenza da Carpenter di giocare simultaneamente sulla raccapricciante epifania della creatura e sul senso di disgregazione e paranoia diffusa indotto da essa nello staff di ricercatori. Perciò la tragedia della stazione di ricerca norvegese mostrata nel nuovo film ricorda molto, nei suoi sviluppi, quella che avevamo già visto accadere nell’analoga struttura americana (e che invece dovrebbe verificarsi dopo, nella cronologia del racconto esattamente ricostruita). Se quindi il “cult movie” di Carpenter aveva rappresentato una rottura rispetto alla pellicola del 1951, che gli artefici Christian Nyby e Howard Haks (non accreditato ma rilevante, il suo intervento sul set) avevano impostato secondo le paure dell’epoca, lo stesso non si può dire del lavoro di Matthijs van Heijningen: il regista olandese non ha saputo introdurre grosse novità nella sua versione del “mito”, ma forte della sue esperienza nel campo dei videoclip e degli spot pubblicitari ha saputo creare immagini forti, come il risveglio improvviso della creatura e il pre-finale nell’immensa astronave (che sembra occhieggiare più che altro ad Alien), per rieditare la suspance e l’angoscia del prototipo a lui più vicino nel tempo.

 


 

The Gerber Syndrome

Regia Maxi Dejoie. Paese Italia 2010
Genere Epidemic

In una vetrina come “Spazio Italia”, dominata quest’anno dai gladiatori zombi del cult annunciato Morituris, poche soddisfazioni sono arrivate dagli altri fronti. Se del lungo realizzato dal fumettista Gipi (per l’anagrafe Gian Alfonso Pacinotti) e reduce da una discussa partecipazione alla kermesse veneziana, L’ultimo terrestre, possiamo dire che già all’epoca ci era al massimo piaciucchiato, rimaneva una certa curiosità per la risposta italica al prolifico filone dei film sul contagio, ovvero The Gerber Syndrome di Maxi Dejoie. Qui non si tratta di un’epidemia di zombi in senso stretto, né di vampiri o parassiti alieni, ma è una specie di influenza sconosciuta a trasformare le vittime prima in malati cronici e poi in creature estremamente aggressive, data la deformazione pressoché totale del sistema nervoso. Non mancano elementi interessanti, nel plot come anche nell’impianto semi-documentaristico scelto per introdurre la vicenda, ma complessivamente il lavoro di Max Dejoie danza sul filo di una certa amatorialità, imputabile sia ad alcune interpretazioni impacciate che alla scarsa credibilità riscontrata, a volte, nei dialoghi. Quel tono un po’ posticcio è solo in parte riscattato dal modo in cui vengono pedinati i personaggi, che si tratti di un dottore o del giovane vigilante in forza alla Central Security, ente cui è stata affidata la repressione e la cattura degli infetti: con la telecamera sempre accesa sui protagonisti, si vuole offrire un’impressione immediata e “da presa diretta” degli eventi e dei soggetti coinvolti, un po’ alla maniera del Balagueró di [REC]. Nonostante qualche spunto valido, l’esito complessivo di questo esperimento cinematografico va di rado oltre una mediocrità, rischiarata appena dal coraggio produttivo e dal desiderio di portare sullo schermo idee inusuali.

 


 

Special a cura di Stefano Coccia

 

» 4 Commenti
1"Science+Fiction"
il Wednesday 30 November 2011 14:37by HorrorWeirdo
Ciao, ero a Trieste e ho visto quasi tutti i film. Devo dire che a me il film di Gipi non è proprio piaciuto, l'ho trovato un po' noioso. L'arrivo di wang invece l'ho trovato molto interessante, soprattutto per quanto riguarda la voglia di proporre qualcosa di diverso rispetto alle solite commedie o tragedie italiane. Non sono affatto d'accordo invece su the gerber syndrome. L'ho trovato inquietante, ben fatto (per quello che è il genere mockumentary s'intende), coraggioso. Vi do ragione sull'interpretazione alle volte non all'altezza, ma il risultato finale secondo me è buono. Ce ne fossero tanti di film così in Italia! Uno spoiler che faccio io: Kim Newman ha assistito alla proiezione (l'ho visto che entrava) e ha scritto pure un'ottima recensione del film. Forse, non capendo l'italiano, non ha fatto tanto caso all'interpretazione... ;-)
2"attori"
il Monday 05 December 2011 20:22by achille
Io ho trovato che la storia di l'arrivo di wang fosse interessante, ma che la realizzazione fosse pessima. Una recitazione sempre sopra le righe, scenografie poco credibili e effetti speciali degni delle animazioni dei primi giochi della Play Station (eccezion fatta per Wang che era ben realizzato).  
Ho trovato molto più coinvolgente la recitazione di Gerber Syndrome, dichiaratamente "naturalista" ma senz'altro migliore di Ennio Fantastichini che non fa altro che urlare.
3"dubbi"
il Friday 09 December 2011 14:32by Luca
Ciao cinebizzarri! Adoro il vostro sito e leggo tutto quello che pubblicate! Siete mitici! Concordo sul fatto che l'arrivo di wang non è un gran che. Mi pare che i manetti stiano perdendo colpi... 
Gerber syndrome l'ho visto e non mi è dispiaciuto per tanti motivi: l'ansia che crea, la recitazione "vera" (e non amatoriale come dite voi), la voglia di proporre qualcosa di diverso. Trovo strano che venga trattato così male. Questi hanno fatto un film probabilmente con 1/10 del budget dei manetti e sono riusciti a fare un qualcosa che funziona, si fa seguire. Vi prego di non diventare schiavi dei nomi (leggi manetti/fantastichini) o di chi presenta il prodotto (vedi nocturno). Siate liberi! Detto questo, continuate così!
4"Liberi tutti"
il Friday 09 December 2011 17:38by Daniele Silipo (dir. BC)
Siamo così liberi che, pur non condividento in toto il giudizion di Stefano su Gerber (e i registi del film sanno cosa ne pensiamo), l'abbiamo pubblicato così com'era. Chi scrive per bizz, sa che non ci sono ingerenze di alcun tipo, neppure sui film che mi vedono coinvolto in veste di distributore (vedi recensione di Inti-illimani). Perché non vogliamo essere schiavi di nessuno: né di noi stessi che dirigiamo il sito, nè di chi legge. I giudizi sono tanti e diversi (vivaddio!): inneggiare al complotto solo perché ci si trova in disaccordo mi pare davvero eccessivo. Ma apprezzo che ci si scaldi per il nuovo cinema di genere italiano: dalla quasi indifferenza si sta passando al tifo che speriamo presto diventi da stadio (ma senza violenze)... Saluti. Danno
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