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Science+Fiction 2010
Scritto da Stefano Coccia   
Monday 22 November 2010

Tutte le "visioni" del Science+Fiction 2010, festival internazionale della fantascienza di Trieste: Norwegian Ninja, Rare Exports: A Christmas Tale, Symbol, Rammbock e tanti altri

 

[Cover: Norwegian Ninja di Thomas Cappelen Malling]

 

INTRODUZIONE

Babbo Natale è un fottuto bastardo. Ne eravamo convinti anche prima, ma dopo la visione di Rare Exports: A Christmas Tale è davvero difficile avere ancora qualche dubbio in proposito. Ci sarà sicuramente del marcio in Danimarca, come insegna Shakespeare, ma poco più a nord c’è il Paradiso. Un Eden riservato, ovviamente ai cultori del fantastico, del grottesco, del thriller e più in generale di tutto quel cinema di genere bizzarro, estremo, accattivante, magari un po’ perverso, che in Scandinavia va esprimendosi magnificamente, almeno negli ultimi tempi. Oltre al mostruoso e sadico Santa Claus ammirato nel film del finlandese Jalmari Helander, questa decima edizione di Science + Fiction ha messo in vetrina un’altra chicca di provenienza nordica, quel Norwegian Ninja con cui l’autore ha scelto un modo deliziosamente folle, al confine tra diversi generi, per riabilitare un personaggio pubblico di area progressista, Arne Treholt, incriminato per spionaggio diversi anni fa.

A Trieste il coraggio dei film-makers vichinghi è stato infine premiato: sia Rare Exports: A Christmas Tale che Norwegian Ninja hanno fatto incetta di premi e menzioni speciali, se si aggiunge poi che anche il cortometraggio norvegese Daddy’s Girl di Helen Komini Olsen ha vinto nella sua categoria, il successo del cinema scandinavo può dirsi completo. Ciò che invece non viene premiato, in Italia, è il coraggio di chi continua ad organizzare festival come questo, ricco di idee e di proposte insolite, pur vedendosi tagliare i fondi in maniera ogni anno più drastica da parte di quei politici che, con tutto il rispetto, meriterebbero di marcire a Sing Sing. O forse ad Alcatraz. Suvvia, anche San Vittore andrebbe benissimo! In un contesto socio-politico tanto avvilente, con la riduzione del budget che ha determinato tra le altre cose meno giorni di proiezione, Science + Fiction è riuscito comunque a proporre un validissimo programma, nel quale si è poi distinta la sfiziosa retrospettiva dedicata alla science fiction de noantri, che potremmo anche chiamare “spaghetti space opera”; con l’omaggio ad Antonio Margheriti in primo piano, ed altre riscoperte legate sempre alla fantascienza italiana degli scorsi decenni. Ma vediamo pure in dettaglio quali sono stati i film, del concorso e non, che ci hanno più impressionato.

 


 

I FILM

 

Transfer

Regia: Damir Lukacevic Paese: Germania 2010 Genere: Fantasociale

Un film rigorosamente in bianco e nero, per quanto a colori. Il nostro non è un improvviso attacco di schizofrenia, o forse sì, visto che l’allusione non è rivolta alle scelte fotografiche dell’autore, ma investe invece la natura stessa del plot: in un futuro non così lontano persone ricche, rappresentate nel caso specifico da un’anziana coppia tedesca, si affidano a una “corporation” senza scrupoli per allungare la propria vita con una sbalorditiva operazione; grazie a questa, la personalità dei clienti, viene trapiantata in soggetti più poveri, ma giovani e in buona salute, che accettano così di disporre del proprio corpo per sole quattro ore al giorno. Tutto ciò in cambio del sostegno economico promesso alle rispettive famiglie, localizzate perlopiù in paesi del terzo mondo; e in questo caso l’uomo e la donna costretti letteralmente a vendersi sono, chi l’avrebbe mai detto, due neri africani. Colonialismo moderno? Futura tratta degli schiavi, vincolati magari da regolare contratto in nome del “politically correct”? Il bianco e il nero, per l’appunto, in una riedizione del conflitto razziale che, dal punto di vista cromatico, acquista spessore attraverso il contrasto tra la smagliante fisicità dei protagonisti di colore e quel bianco abbagliante, ma asettico, presente un po’ ovunque nella sede dell’inquietante clinica privata, in cui l’etica non figura nemmeno tra gli optional. Damir Lukacevic, cineasta di Zagabria già premiato diverse volte per i suoi corti, con Transfer ha fatto bingo: premio Asteroide per il miglior lungometraggio. La bontà del soggetto e di certe scelte registiche non si discute, eppure l’impressione è che a Trieste si sia visto di meglio, anche in virtù di quanto fatichi la sceneggiatura del lungo realizzato in Germania a sviluppare adeguatamente gli spunti più originali riguardanti eugenetica, razzismo, exploitation e sensi di colpa, specie nell’ultimissima parte.

 


 

Dharma Guns

Regia: François-Jacques Ossang Paese: Francia/Portogallo 2009 Genere: Criptico/Esistenziale

Quando le cose sono destinate ad andare storte, i primi segnali della disfatta non tardano mai ad arrivare. La proiezione di Dharma Guns è stata funestata sin dall’inizio da annunci per nulla rassicuranti. Innanzitutto la copia: non essendo arrivata a destinazione la pellicola, si è tentato di rimediare con una video-proiezione allestita in tutta fretta, di cui si sarebbero ricordate più che altro le fastidiose bande orizzontali sullo schermo, neanche fosse qualche vecchio e consumato VHS registrato dalla tele. Come ciliegina sulla torta ecco arrivare la dichiarazione dell’autore, il francese François-Jacques Ossang, che nel presentare il film ci ha tenuto a indicare, con tono dispiaciuto, proprio la fotografia quale punto di forza dell’opera, destinato pertanto ad incidere meno a causa dei problemi tecnici. Sul peso delle scelte fotografiche difficile dargli torto. In particolare la prima sequenza, una lunga ripresa di sci nautico accompagnata da musiche ipnotiche e interrotta da un brusco incidente, faceva ben sperare. Dopo, però, è rimasta quasi solo l’impronta un po’ manierista delle inquadrature a farsi notare, insieme ai brani di una colonna sonora quantomeno accattivante. Magra consolazione. Con i suoi interpreti legnosi e lagnosi, lo sperimentalismo forzato, gli astrusi dialoghi incentrati su una fantomatica “interzona” o su altri deliri filosofeggianti, la visione del film si è fatta presto dimenticare.

Trailer

 


 

Cold Souls

Regia: Sophie Barthes Paese: Usa 2009 Genere: Grottesco/Fantasociale

Se un tempo vi fu Beeing John Malkovich, il film dell’esordiente Sophie Barthes si potrebbe tranquillamente ribattezzare “Being Paul Giamatti”! Davvero un bel talento quello della giovane cineasta, nata in Francia, cresciuta tra Sudamerica e Medio Oriente, formatasi registicamente negli Stati Uniti. E davvero una grande idea, quella che ha portato alla realizzazione di Cold Souls, suo primo lungometraggio: far recitare Paul Giamatti nel ruolo di se stesso, e immergerlo in un plot dai contorni decisamente surreali. Si immagina infatti che l’irresistibile attore americano, colto da una profonda crisi d’ispirazione durante le prove a teatro dello Zio Vanja di Cechov, decida di alleggerirsi un po’. In che modo? Semplicemente stipulando un contratto con quella società, specializzata nell’estrarre le anime dei clienti e tenerle in custodia, da lui scovata grazie a un normalissimo annuncio sul giornale. La costante ironia dei dialoghi (lasciare che la propria anima venga immagazzinata in posti come il New Jersey? Giammai!) fa rima con gli inevitabili risvolti esistenziali, dovuti anche alla scoperta di un paradossale ma assai lucroso traffico di anime tra New York e la Russia, affidato a disinvolti corrieri da speculatori senza troppi scrupoli. Vogliamo però scongiurare un dubbio: il film della Barthes un’anima ce l’ha, e se la tiene stretta. Una parte del merito va agli ispiratissimi interpreti, con in testa Paul Giamatti, ben coadiuvato da Emily Watson (seppur confinata in un ruolo non così appariscente) e dalla rivelazione assoluta Dina Korzun, per alcuni la Julia Roberts russa.

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Symbol

Regia: Hitoshi Matsumoto Paese: Giappone 2009 Genere: Surreale

Vite che scorrono in parallelo. Ma non sono vite qualsiasi. Uno scalcinato wrestler messicano si prepara al match che potrebbe rappresentare una svolta, per la sua modesta carriera. Decisamente più singolare (e alienante) l’esperienza toccata in sorte all’uomo giapponese: risvegliarsi in una stanza vuota, completamente bianca, in cui oggetti (più o meno) utili e generi alimentari si materializzano, solo se si utilizzano strani comandi. Con esiti talvolta esilaranti. Ma dove sarà l’uscita? I due segmenti su cui è costruito il film di Hitoshi Matsumoto sembrerebbero destinati a non incrociarsi mai. Ma forse le cose non stanno esattamente così… Immaginifico, demenziale, provocatorio, pieno di trovate, Symbol sfiora a tratti la genialità pura, nel mettere in scena quella visionarietà il cui gusto ultra-pop raggiunge vette notevoli, soprattutto nelle sequenze conclusive. Ed è lì che il nonsense di cui si nutre l’opera, nel prendersi beffe del senso della vita, si dichiara con una irriverenza tale che non se ne vedeva traccia, sul grande schermo, da tempi in cui imperversavano i Monty Python.

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Norwegian Ninja

Regia: Thomas Cappelen Malling Paese: Norwegia 2010 Genere: Fantapolitica

Furore scandinavo. Norwegian Ninja è in assoluto uno dei film più entusiasmanti visti durante questa edizione di Science + Fiction, insieme al finlandese Rare Exports: A Christmas Tale. La pellicola norvegese è opera del giovane Thomas Cappelen Malling, cineasta e scrittore cui non fa certo difetto la sfrontatezza: collocabile ai confini del mockumentary, il suo Norwegian Ninja rappresenta addirittura il tentativo di riabilitare la figura di Arne Treholt, diplomatico d’indole progressista arrestato nel 1984 con l’accusa di spionaggio; avrebbe favorito l’Unione Sovietica, questo è ciò che riferirono servilmente i media, in un clima da caccia alle streghe. Il caso è stato poi rimesso in discussione, tant’è che qualche altro film-maker intenzionato ad approfondire la questione si sarebbe forse limitato a un tradizionale documentario. Ma evidentemente Thomas Cappelen Malling non è come gli altri. Dispettoso quanto un Troll, il piccolo genio è andato a inventarsi una trama iperbolica da cui trapela tutta la simpatia dell’autore nei confronti del nostro Arne Treholt, trasformato per l’occasione in ninja integerrimo al servizio del re Olaf di Norvegia: un eroe amante degli animali, dannatamente cool ma al contempo buffo, posto così a capo della fantomatica Ninja Force. Non male, come riabilitazione, anche considerando che nel film i suoi nemici sono gli agenti di Stay Behind, vile programma di asservimento agli interessi dell’America (un po’ tipo Gladio, per intenderci) portato avanti in tutta Europa tramite attentati fatti poi ricadere sull’estrema sinistra. Le carte sono ormai scoperte. Prima ancora di arrivare a una esilarante parodia della verità ufficiale sull’11 settembre, l’autore dimostra di divertirsi un mondo a costruire una specie di irriverente B-movie, distillandovi eloquenti scaglie di uno spirito sovversivo espresso sempre con acume. Nel godibilissimo calderone piove di tutto: rimandi satirici all’universo bondiano, echi del wuxia orientale, imprese di uomini rana stile Seconda Guerra Mondiale, frammenti animati in computer grafica, scene improbabili di vita nei fiordi, omaggi a produzioni low budget del passato come Diabolik di Mario Bava. Tutto molto divertente, tutto funzionale allo scopo.

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Cargo

Regia: Ivan Engler, Ralph Etter Paese: Svizzera 2009 Genere: Space opera

Mission to Rhea. Fa sensazione, ma fino a un certo punto, che anche nei festival dedicati specificamente alla fantascienza le pellicole di esplorazione spaziale, quelle in cui ci si lancia alla scoperta di nuovi mondi, siano in netta minoranza. Lo stupore si riduce, però, se si considera quanto sia impegnativo produrre simili lungometraggi. L’aneddoto che ci è stato raccontato riguardo alla realizzazione di Cargo non fa che confermare tale impressione, esasperandone la portata. Pare infatti che un primo tentativo di mettere in produzione il film sia andato in fumo insieme all’hangar che avrebbe ospitato le riprese. Lode quindi agli svizzeri Ivan Engler e Ralph Etter, i quali dopo aver incassato il colpo hanno cercato altri fondi per tentare di nuovo. Stavolta l’impresa è andata in porto. Pur senza colpi di genio e con un’impronta visibilmente derivativa, Cargo è un thriller nello spazio che funziona piuttosto bene, con scenografie indovinate e una trama avvincente. Ne è protagonista l’equipaggio di un’astronave da carico, Kassandra (nome sempre beneaugurante), che ha il compito di raggiungere la remota Stazione 42, per quanto sia il rigoglioso pianeta Rhea la meta più ambita, in un futuro che vede la Terra ormai agonizzante. Strada facendo non mancheranno poi le sorprese. Il brusco risveglio degli astronauti dal sonno criogenico può far pensare al recente Pandorum – L’universo parallelo, di Christian Alvart, mentre nel prosieguo del racconto vi è un significativo accenno alla realtà virtuale, stile The Matrix. Nulla di particolarmente originale, quindi, in un film che ha comunque il merito di tenere alta la tensione fino alla fine.

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Rare Exports: A Christmas Tale

Regia: Jalmari Helander Paese: Finlandia/Norvegia/Svezia!Francia 2010 Genere: Fanta-horror

Da tempo sosteniamo che la Finlandia sia una delle frontiere più inquiete ed effervescenti del cinema di genere. Si potrebbero fare diversi esempi, per dimostrare quanto sia radicato il fenomeno, ma per comodità restringiamo il campo ad un nome: Antti-Jussi Annila. Ancora poco conosciuto fuori dai propri confini, il giovane regista finnico (classe ’77) ha già sfornato alcune chicche, tra cui un curiosissimo horror ambientato nel XVI secolo, Sauna, ed un mix ancora più originale di “wuxiapian” e leggende nordiche, l’epico Jade Warrior. A movimentare ulteriormente il panorama ecco un altro emergente, Jalmari Helander, che prima di Rare Exports: A Christmas Tale si è fatto le ossa realizzando spot pubblicitari e cortometraggi. Ad ogni modo un esordio del genere entra di diritto nella leggenda. Non è certo la prima volta che la zuccherosa storiella di Babbo Natale va incontro ad ardite rivisitazioni, ma qui si è compiuto un significativo passo in avanti: Santa Claus è letteralmente un mostro, con tanto di corna luciferine! Saggiamente imprigionata dal popolo Sami (ovvero i Lapponi) nel cuore di una montagna artica, sotto una spessa coltre di ghiaccio, la pericolosa creatura viene scoperta da una incauta spedizione, al servizio di affaristi privi di scrupoli che vorrebbero sfruttarne l’immagine a fini commerciali. Senza aver capito, però, quale forza malvagia stiano per risvegliare… Tra Elfi assassini (i piccoli aiutanti di Babbo Natale), bambini coraggiosi, locali allevatori di renne disposti a tutto pur di sventare il pericolo salvando così la propria prole, Rare Exports: A Christmas Tale è una maliziosa fiaba di celluloide alla Tim Burton, decisamente dark, con una effettistica curata e soluzioni narrative che occhieggiano a Carpenter ma ancor più al Joe Dante di Gremlins. Riuscitissimo mix di piccoli orrori, situazioni grottesche, avventura e sana irriverenza, il film di Helander è semplicemente meraviglioso; a Science + Fiction se ne sono accorti un po’ tutti, tant’è che da Trieste se ne torna a casa con il premio Méliès d'Argent per il miglior lungometraggio europeo e con il premio del pubblico.

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Rammbock

Regia: Marvin Kren Paese: Germania 2010 Genere: Zombi movie

Il grande Romero sembra aver contaminato un’intera generazione di giovani cineasti che, in svariate parti del mondo, si sentono autorizzati a dire la loro sul fenomeno zombi, sull’estetica del contagio. L’emulazione, diciamoci la verità, finisce talvolta per rispecchiarsi in film talmente scontati, approssimativi, mediocri, da far supporre che il vero morto vivente sia proprio il regista. Non è questo, per fortuna, il caso del viennese Marvin Kren. Il suo Rammbock, premiato non a caso dalla redazione di Nocturno, ha portato una boccata di aria fresca nell’atmosfera stagnante che circondava, almeno ultimamente, quei corpi inanimati costretti a tornare in vita. Il carattere particolarmente improvviso, con cui il contagio irrompe nella normalità di un condominio tedesco, rappresenta già la prima sorpresa. Le altre non tarderanno ad arrivare, in sintonia con le piccole ricodificazioni del genere attuate sullo sfondo di una Berlino devastata. A colpire è innanzitutto la natura degli assalitori, persone infettate da un virus misterioso più che tradizionali morti viventi. Piace, inoltre, il modo in cui l’autore tende ad esasperare in chiave grottesca la reazione dei personaggi non ancora contagiati, divisi tra chi si rifugia nel più bieco opportunismo, chi aspetta con teutonica disciplina istruzioni governative, chi ancora pensa all’amore. Come il tragicomico protagonista, Michael, venuto appositamente da Vienna per la sua ex ed apparentemente più incline agli attacchi di gelosia che all’istinto di sopravvivenza. Ma la trovata più accattivante dell’intero plot riguarda gli esseri ormai infetti, messi in fuga semplicemente a colpi di flash fotografico: un’opzione a dir poco inusuale!

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Djinns

Regia: Hugues Martin, Sandra Martin Paese: Francia 2010 Genere: Thriller soprannaturale

I fantomatici Djinns del titolo sarebbero qualcosa di simile ai folletti, da rapportare però alla tradizione islamica: spiriti inquieti che vagano nel deserto e che si avvicinano all’uomo, di solito, con intenzioni non proprio amichevoli. Il bello è che anche al Ravenna Nightmare è stato proiettato, di recente, un horror ambientato nell’area maghrebina ed ispirato ad antiche leggende locali; in Kandisha di Jérome Cohen-Olivar sono proprio le azioni di un omonimo ed estremamente vendicativo spirito femminile il motore della trama. Che il filone fantastico incentrato sul mondo musulmano sia destinato ad allungarsi? Presto per dirlo, mentre entrambi i film da noi presi in esame sembrano sottostare ad analoghi pregi e difetti: una certa prolissità di fondo soggetta a cali di tensione, quale limite narrativo, compensata però dai risvolti più sottili di una trama complessa, ricca di spunti e ulteriormente valorizzata da interpreti adeguati. Le due pellicole condividono persino un attore di primo piano, quel Said Taghmaoui che ha un po’ il ruolo del prezzemolino nel cinema francofono attuale; in Djinns di Hugues e Sandra Martin interpreta uno dei ribelli affrontati dai soldati francesi, risalendo la storia agli anni della guerra d’Algeria. La singolare e sinuosa commistione di scene belliche, dramma psicologico e thriller soprannaturale possiede indubbiamente un suo fascino, con tutti (umani e non) a contendersi una misteriosa valigetta contenente segreti militari, messa lì nel deserto quasi a riproporre il classico MacGuffin hitchcockiano.

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ITALIANI NELLO SPAZIO

Nell’ambito della retrospettiva Italiani nello Spazio, che ha come nucleo centrale l’omaggio ad Antonio Margheriti, Science + Fiction ha provato a fare il punto su un territorio del made in Italy cinematografico ampiamente trascurato, quello del sci-fi italiano, ricco invece di originali prototipi capaci talvolta di anticipare le intuizioni dei migliori film di genere hollywoodiani. Per rappresentare l'intera retrospettiva, non potevamo non scegliere Terrore nello spazio di Mario Bava.

 

Terrore nello spazio

Regia: Mario Bava Paese: Italia 1965 Genere: Space opera

Inserito nella sezione “italiani nello spazio” di Science + Fiction, una graditissima retrospettiva il cui piatto forte era senz’altro l’omaggio ad Antonio Margheriti alias Anthony M.Dawson, Terrore nello spazio è a detta di molti la miglior space opera nostrana mai realizzata. Onore quindi a Mario Bava. Ed è sintomatico che il ricordo positivo che anche noi avevamo della pellicola esca confermato, se non addirittura rafforzato, dalla proiezione su grande schermo organizzata a Trieste. I paesaggi alieni di cartapesta, i colori sgargianti delle tute spaziali, le scenografie costate due lire ma oltremodo funzionali ed appropriate, questi elementi ed altri ancora continuano a rendere suggestiva la visione di un b-movie che sa anche emozionare; tutto ciò partendo dal clima di tensione creato dalle musiche, ben riversato poi su una trama in grado di fare da ponte tra diverse stagioni della fantascienza cinematografica. Difatti l’atterraggio degli umani su un remoto e insidioso pianeta, così come le tracce lasciate dalla precedente spedizione aliena ed il fatto che l’equipaggio dell’astronave venga annientato poco alla volta, può rappresentare per i cultori del genere qualcosa di familiare: non è affatto casuale, cioè, che un Ridley Scott in stato di grazia abbia tratto ispirazione per il suo Alien da film come quello di Bava o come Il mostro dell’astronave di Edward L.Cahn. Ma è pur vero che la tecnica di impossessarsi del corpo degli ospiti, muovendosi da una condizione di immaterialità, fa sì che la descrizione dei parassiti alieni conservi qualche eco di precedenti pellicole, su tutte L’invasione degli ultracorpi, vero e proprio cult movie firmato da Don Siegel nel 1956. Nell’intrecciarsi di suggestioni passate e future, l’artigianale creatività espressa da Bava sul set è ancora oggi un prezioso punto di riferimento.

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Le altre visioni

Nelle quattro giornate di Science + Fiction si è visto praticamente di tutto, ma a spadroneggiare sono stati gli zombi. In tutti i sensi. Non solo perché uno dei titoli più belli in concorso, quel Rammbock di cui abbiamo parlato a parte, ha saputo sviluppare con originalità alcuni elementi del prolifico filone, ma anche perché l’altra proiezione a tema ha generato situazioni alquanto divertenti: sabato 13 novembre chiunque si trovasse nei paraggi del Multiplex Cinecity di Trieste, sede del festival, avrà senz’altro notato schiere di morti viventi dirigersi alla cassa o all’ingresso delle sale. Niente panico. E nessun cortocircuito tra finzione e realtà. I ragazzi truccati da zombi erano lì per un evento molto atteso, la proiezione su grande schermo delle prime due puntate di The Walking Dead, serie televisiva realizzata per la Fox da Frank Darabont. Essendo noi costretti a cambiare sala di lì a poco per seguire un altro evento, abbiamo potuto seguire soltanto il primo episodio, Days Gone By; ebbene, ciò che abbiamo visto è parso un piccolo capolavoro di tensione e, all’occorrenza, ironia! Come abbiamo già detto in altre occasioni, con tutti i film girati da Romero e dai numerosi epigoni, l’impresa di rivitalizzare il filone dello zombi movie può apparire a volte eroica, se non disperata. Darabont ci è riuscito alla grande, almeno nel primo capitolo, adattando nel migliore dei modi uno script in grado di esprimere punti di vista interessanti: quello, ad esempio, del poliziotto rimasto vittima di una sparatoria che riprende coscienza a contagio già avvenuto, senza sapere che dentro e fuori l’ospedale si è scatenato l’inferno. Aspettiamo con ansia, a questo punto, di vedere i successivi episodi.

Il nostro breve reportage si avvia così alla conclusione, ma prima di congedarci ancora qualche cenno ad altri due titoli inseriti nella sezione Neon, che ci hanno lasciato impressioni discordanti. Più positiva, ma fino a un certo punto, quella generata in noi da Red Nights (Les nuits rouge du bureau de gade) omaggio al cinema orientale che porta la firma di due cineasti francesi, Julien Carbon e Laurent Courtiaud, animati da una robusta vocazione cinefila e da legami strettissimi con Hong Kong. Lì si svolge gran parte della pellicola, incentrata sulla sfida tra alcuni spietati personaggi per il possesso di un antico elisir, quel famigerato veleno conservato in un teschio di giada che ha il potere di paralizzare il corpo acuendo certe sensazioni, sia di dolore che di piacere. Notevoli le scene di tortura, che con il loro gusto raffinato ed il richiamo al fetish, al bondage, ci hanno ricordato certe morbose invenzioni del Takashi Miike “Master of Horror”. Fin troppo estetizzante (e in fondo gratuito), però, il modo in cui simili scene sono introdotte nel racconto, lasciando il sospetto che l’efferatezza di quanto mostrato copra in certi casi qualche incertezza di scrittura riguardante i conflitti tra i protagonisti e le loro motivazioni.

Piuttosto estenuante, invece, la visione di Mr.Nobody, proposto dopo la premiazione quale film di chiusura. Jaco Van Dormael, quasi un Tornatore francofono, si conferma autore ambizioso in grado di manipolare con destrezza la componente emotiva dello spettacolo cinematografico, forte di un innegabile talento dietro la macchina da presa. Ma il regista che seppe stregare le platee di mezzo mondo con Toto le Heros ha anche la tendenza a strafare. Nemo, l’ultimo mortale rimasto in un mondo che non muore più di vecchiaia, sconfitta ormai dalla scienza, è il pretesto per un viaggio nella memoria del protagonista che si apre di continuo su esistenze alternative, affidando al montaggio un giocare a rimpiattino con il pubblico che però, alla lunga, diventa stucchevole. Cose che in Sliding Doors o in Lola Corre funzionavano con immediatezza assumono qui una dimensione ipertrofica, troppo debitrice delle ottime scelte musicali, capaci solo a tratti di compensare l’andamento farraginoso del racconto. Col risultato che la durata per niente contenuta di Mr.Nobody si configura come una zavorra considerevole, magari non insostenibile ma di certo eccessiva. Della serie: scusate, ma se possibile ridateci Stefano Quantestorie, ridateci la leggerezza di Maurizio Nichetti!

 

Speciale a cura di Stefano Coccia

 

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