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Roma 2010 (parte seconda) - Extra e Selezione Ufficiale
Scritto da C. Gangemi, E. Rauco, D. Silipo, A. Sciamanna   
Tuesday 09 November 2010

Festival Internazione del Film di Roma 2010. In questa seconda parte esploreremo i film più bizzarri della sezione Extra e della Selezione Ufficiale: Burke & Hare, The people vs George Lucas, Kill me please e tanti altri.

 

[Cover: Burke & Hare di John Landis]

 

INTRODUZIONE

Se l’anno scorso lamentavamo l’assenza di una Selezione Ufficiale degna di questo nome - fin troppo cauta nella scelta dei titoli e assolutamente di scarso interesse per noi bizzarromani - bisogna dire che quest’anno, le cose, sono parzialmente cambiate. Infatti, oltre ad un Focus di grande interesse e alla conferma della sezione Extra, anche tra i film in concorso e fuori concorso siamo riusciti a trovare titoli degni di nota. E il premio assegnato a un’opera molto particolare come Kill me please è la prova che, forse, qualcosa sta cambiando. Semplici incidenti di percorso? Speriamo di no...

 


 

I PIÚ BIZZARRI DI
L'ALTRO CINEMA | EXTRA

 

Burke & Hare

Regia John Landis Paese Gran Bretagna, 2010 Genere Commedia/Horror

Dopo una lunga assenza dal grande schermo, John Landis ritorna con Burke & Hare, commedia “gotica” dal taglio molto personale, sulla scia di Un lupo mannaro americano a Londra, e al tempo stesso fedele allo stile Ealing, nei toni irriverenti e nell’ambientazione d’epoca, caratteristiche ricorrenti nei più recenti lavori degli studios britannici, da Shawn of the dead a Dorian Gray. Scoppiettante ma non da fuochi d’artificio, spassosa, pur senza lampi di genio, la pellicola racconta le rocambolesche peripezie di due William – i Burke & Hare del titolo (Simon Pegg e Andy Serkis) – simpatici mascalzoni da due soldi che, per sbarcare il lunario, si improvvisano contrabbandieri di cadaveri. Landis e sceneggiatori (Piers Ashworth e Nick Moorcroft, già autori dei due St. Trinian’s) assecondano i risvolti più macabri e grotteschi della vicenda, in uno spettacolo esilarante giocato sul british-humor più scorretto e irriverente, tra battute fulminanti, derive truculente – che non risparmiano carni putrefatte, amputazioni ed efferatezze di ogni sorta – e gag “fisiche”, spesso meccaniche ma comunque efficaci. Dal canto suo, la regia procede con mestiere ma senza particolari guizzi, trovando la sua forza nell’impeccabilità dei tempi comici e di un ritmo costantemente vivace e senza cedimenti, sostenuto con efficacia dal brio di un cast - convincente nel reggere la comicità quasi da “slapstick”- guidato dall’ottimo Simon Pegg, che di film in film si conferma uno degli attori più brillanti della sua generazione. (Caterina Gangemi)

Trailer

 


 

Prey
[Proie]

Regia Antoine Blossier Paese Francia, 2010 Genere Horror

Una famiglia di proprietari terrieri e industriali si reca nella palude limitrofa alla loro residenza per scovare un cinghiale di dimensioni mostruose. Ma saranno i cacciatori a trasformarsi in prede: verranno attaccati e decimati da una intera covata di esemplari modificati geneticamente dagli scarichi. Cinghiali mutanti? Cacciatori cacciati? Detto così, questo Prey, sembra un trashone di quelli clamorosi. In realtà, il suo punto di forza è esattamente all’opposto: il regista Antoine Blossier, prelevata una trama da b-movie inverosimile, la trasforma in un film “rispettabile” e concreto che si svolge quasi interamente di notte in un bosco melmoso che pare non avere uscite. Non c’è niente da ridere in Prey, horror teso e roccioso come il miglior cinema di genere francofono, che trova anche il modo di accogliere una sottotraccia “familiare” le cui dinamiche distorte esploderanno nel bel mezzo dell’azione, sovrapponendosi ai pericoli della natura. Cacciatore contro cinghiale, uomo contro uomo, fratello contro fratello, tutti in corsa verso un finale nerissimo che, una volta tanto, non si stiracchia oltre misura. (Daniele 'Danno' Silipo)

 


 

Pete Smalls is Dead

Regia Alexandre Rockwell Paese Usa, 2010 Genere Grottesco

Pete Smalls is Dead: non un mero titolo, ma una vera e propria dichiarazione di intenti, per un film dall’intreccio spettinato e scomposto, in pieno stile fratelli Coen. Dirige Alexandre Rockwell, uno dei registi più tosti e stilisticamente interessanti del panorama indipendente americano. Il suo è un cinema pieno zeppo di rimandi, citazioni e omaggi al mondo della settima arte: un cinema che parla di cinema. Un cinema fatto di volti e di attori, i suoi attori, che nel feticcio Steve Buscemi trovano una delle punte massime d’espressione. Non sono passati inosservati i suoi primi film In the Soup e 13 Moons, solo per citarne alcuni, come non passerà di certo inosservata quest’ultima fatica. Pete Smalls id dead è un guazzabuglio di visioni e pregevoli intenzioni, che sia dal punto di vista narrativo che dal punto di vista registico, intrattiene a dovere e diverte non poco. Peccato che le redini non sempre siano tenute ben salde al proprio posto, e il film ogni tanto segua direzioni non del tutto definite e abbastanza discutibili, perdendosi dietro ad un ostentato umorismo e ad una spasmodica ricerca stilistica. Alla lunghe si sfilaccia la visione d’insieme, e il cinema che Rockwell intende omaggiare finisce col prendere il sopravvento, in un atto onanistico che poco coinvolge e troppo abbaglia. Quello che manca è il grido acido di un regista che quando vuole si fa sentire e non lascia certo disinteressati; manca il graffio dell’autore, che dia la sferzata finale all’inebriante cocktail offerto allo spettatore. Una di quelle opere piacevolmente complesse, che reclamano a gran voce una giusta e meritata seconda visione. (Alessandra Sciamanna)

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The People vs George Lucas

Regia Alexandre O. Philippe Paese Stati Uniti, 2010 Genere Documentario

George Lucas: un uomo, un perché. Da eroe del grande schermo, creatore della saga più importante del mondo, a personaggio messo alla berlina da chiunque, fautore di uno dei flop (ovviamente non in termini economici) più clamorosi dell’universo: i sequel/prequel di Star Wars. Ma non finisce qui: il signor Lucas, prima ancora di questo passo falso, aveva ben pensato di rimaneggiare i tre film precedenti con dosi massicce di computer grafica, fino a snaturare intere sequenze e, cosa ben più grave (e qui girano davvero un po’ a tutti), facendo sparire dalla faccia della terra le copie originali. O vi beccate Han Solo che pesta la coda a Jaba, o ciccia! Risultato: i numerosissimi fan di Mr. Star Wars, che prima lo veneravano, oggi quasi lo detestano, condannandolo a dannarsi l’anima mentre le prova tutte per rinverdire (o sputtanare) la sua imponente saga. L’esilarante documentario di Alexandre O. Philippe, ha proprio il merito di fare chiarezza sui peccati (non sempre tali) di Lucas e sulle ragioni (non sempre tali) dei fan, adempiendo al suo compito con assoluta serietà (ci si interroga anche su questioni di un certo peso: a chi appartiene l’opera d’arte? Al creatore o al fruitore?) ma senza mai rinunciare a quel sorrisetto beffardo che alleggerisce la visione e la fa scorrere che è un piacere. Tra un'intervista e l'altra, trovano posto una miriade di spezzoni tratti da parodie e rifacimenti della nota saga. (Daniele 'Danno' Silipo)

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Dichiarazioni di Mario Sesti
(Responsabile della sezione L'altro Cinema | Extra)

Abbiamo chiesto a Mario Sesti (responsabile della sezione extra) di dirci la sua - usando il minor numero di parole possibile - sui quattro film che abbiamo selezionato. Ecco il risultato...

 

Burke & Hare: "Un film di Val Lewton girato da David Lean, in cui la cura della produzione esalta lo humour nero".

Prey: "Un horror come ai vecchi tempi: un luogo, pochi personaggi, cinghiali geneticamente modificati. L'anello mancante tra La cosa di Carpenter e I guerrieri della palude silenziosa di Hill".

Pete Small Is Dead: "Ancora cinema degli anni '70, in cui tra produttori e criminali - come spesso avviene nel cinema di Rockwell - non c'è alcuna differenza"

The People vs. George Lucas: "La dimostrazione che un documentario può essere una commedia, ma anche una riflessione su come un film possa diventare simile ad un parente stretto".

 

Dichiarazioni raccolte da Emanuele Rauco

 


 

SELEZIONE UFFICIALE

 

Kill me please

Regia Olias Barco Paese Francia/Belgio, 2010 Genere Grottesco In Concorso

In una clinica per suicidi assistiti si radunano un gruppo di pazienti/clienti che vorrebbero organizzare la propria morte secondo i loro desideri. Al secondo lungometraggio, il belga Olias Barco, approda al concorso del Festival di Roma con una commedia nerissima e sorprendente che riflette sul concetto di morte nella nostra società. La pulsione e il desiderio di morire diventano un modo per apparire, perfettamente coerente a una civiltà dello spettacolo in cui anche l’estremo saluto diventa messinscena, lustrini e anche (se non soprattutto) ultima frontiera dell’inconscio. Barco si muove tra paintball letale, Marsigliese svociata, rapper e donne perse a poker, tutto per impastare un film serissimo e quasi delirante in cui a un certo punto la voglia di morire - come un virus, come un contagio - diventa voglia di uccidere estesa a tutti i personaggi e allo spettatore. Una sorta di paradossale apocalisse in bianco e nero (siamo dalle parti di Ciprì e Maresco) che a volte rischia l’eccesso non controllato, ma che lascia spietata – col correre dei minuti – una sensazione di malattia, di risate sconcertanti, di sorrisi macabri, difficili da decifrare e digerire. (Emanuele Rauco)

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Animal Kingdom

Regia David Michôd Paese Australia, 2010 Genere Drammatico Fuori Concorso

Al giovane Joshua muore improvvisamente la madre: a occuparsi di lui ci pensa la nonna e la sua numerosa famiglia, meglio nota in città per essere una temibile banda di rapinatori, a cui la squadra anti-rapina dà una caccia spietata. Saga familiare e noir disperato, il film scritto dal regista David Michod è un romanzo suburbano di formazione gangster che racconta un mondo à la Martin Scorsese con uno sguardo al cinema di Ken Loach. Il regista – anche attraverso la musica – sonda le pieghe oscure del racconto e dell'istituzione familiare, permette all'atmosfera di invadere le immagini e gioca sui contro-tempi narrativi per spiazzare lo spettatore. La sceneggiatura calibra i personaggi per creare un affresco inquietante, mai patetico, a tratti raggelante, la cui violenza è tolta dalle ambigue grinfie della spettacolarizzazione e diventa elemento di un sistema visivo e sociale che fa paura. Anche perché il parterre di attori ha le facce dei veri sobborghi e il “sociopatico” Ben Mendelson (lo zio Pope) sa incarnare la normalità viscida del Male. Un esordio coi fiocchi. (Emanuele Rauco)

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Let me in

Regia Matt Reeves Paese Usa, 2010 Genere Horror Fuori Concorso

È un dato di fatto: Hollywood ama il remake. Soprattutto quando il profumo è quello del successo, meglio ancora se con un buon retrogusto da vecchio continente. Figurarsi se poteva sfuggire il protagonista di un exploit clamoroso come Lasciami entrare, insolito horror vampiresco-adolescenziale in salsa svedese di Tomas Alfredson. Una trasposizione diligente, quella di Reeves, che aderisce nel complesso all’originale, del quale riprende con fedeltà la storia e l’atmosfera cupa - portata dai freddi sobborghi di Stoccolma a un New Mexico anni 80 notturno e innevato - pur con inevitabili aggiustamenti atti a rendere il prodotto appetibile al più convenzionale pubblico statunitense. Così, ritroviamo nel tenero rapporto tra il piccolo Owen, ignorato da una madre alcolista e assente (mai ripresa in volto) e vessato dai bulli della scuola, e la vampiretta Abby, sua vicina di casa, i tratti dolenti di un percorso di crescita che si confronta per la prima volta con il lato oscuro della natura umana, riposto in una perturbante quotidianità e in un Paese indottrinato a riconoscere il male nell’altro, nel diverso da sé. Pur calcando la mano sul versante sentimentale e sulla spettacolarità dei momenti di maggiore efferatezza, Let me in mantiene l’originalità di un prodotto di genere atipico, capace di fondere i canoni del filone cinematografico adolescenziale con quelli di un immaginario orrorifico consolidato, in un inedito mélange dai toni crepuscolari e vagamente poetici, che poco aggiunge al lavoro di Alfredson, ma fortunatamente, neppure lo stravolge. (Caterina Gangemi)

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Boardwalk Empire

Regia Martin Scorsese Paese Usa, 2010 Genere Serie tv Fuori Concorso

L’atlantic City degli anni ’20, in pieno proibizionismo, vede giocare la sua ricchezza sul lungomare del titolo: qui si snodano gli intrighi legati al contrabbando di alcool gestiti dal leader politico Nucky Thompson, dal suo scagnozzo Jimmy Darmody e dalla variopinta e agguerrita mafia locale. Episodio pilota di una serie HBO che arriva sul grande schermo – fuori concorso – al festival di Roma grazie alla produzione esecutiva e alla regia di un grande maestro. 72 minuti di un Martin Scorsese appena un po’ ripulito per il pubblico televisivo, che raccontano gli antenati delle sue Mean Streets, dei suoi Bravi ragazzi, che si affrontano a colpi di ipocrisia diplomatica e di violenza politica. Piccolo schermo che pare grandissimo, specie in confronto al panorama della manifestazione, dove la perfezione della ricostruzione storica, la resa visiva di una ricca produzione (si parla di una ventina di milioni di dollari) non ammorbidiscono la forza di una narrazione schietta ed efficace, di un racconto che sa quando farsi torbido e illuminante (e lo sarà sempre più nel corso degli episodi), di una messinscena fine e acuta che sa come e quando usare sesso e turpiloquio, marchio di fabbrica della cable tv americana. E poi, per quale motivo dovremmo rinunciare, settimanalmente, a un grandioso Steve Buscemi, viscido e rassicurante come solo un politico? (Emanuele Rauco)

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The Back [Bei Mian]

Regia Liu Bingjian Paese Francia/Hong Kong, 2010 Genere Drammatico In Concorso

Alla vita di Hong Tao sembra non mancare nulla: è bello, ricco, affermato professionalmente. Ma c’è qualcosa, nel suo passato, che gli impedisce di godere della propria fortuna. Un segreto doloroso e inconfessabile i cui echi non possono essere ignorati. Impropriamente lanciato con l’azzardata definizione di “horror totalitario”, il quinto film del cinese Liu Bingjian si presenta in realtà come un’opera ingarbugliata e imperscrutabile, assimilabile piuttosto - pur nella confusione stilistica e narrativa - a un dramma ermetico, nel quale il retroterra psicoanalitico diviene strumento di una metafora della rivoluzione culturale e dei suoi effetti più controversi. Al centro della vicenda vi è infatti il rapporto irrisolto del protagonista con il padre, apprezzato pittore di regime con l’ossessione dei ritratti di Mao, ma anche persona instabile e violenta, nel cui disperato tentativo di annullarne ogni ricordo, si consuma il tormento interiore dell’uomo, rifugiatosi in una sorta di apatia e rigetto del prossimo. Ma si tratta di una rimozione impossibile, perché indelebilmente impressa. Bingjiang lavora sull’introspezione, portando i livelli interpretativi all’interno di una dimensione meramente figurativa ed estetizzante, che passa, con l’alienazione del protagonista, per la suggestione di un’inquadratura perfettamente composta nella quale si tenta di sopperire alla latitanza del racconto. Invano. E lo spettatore non tarda ad accorgersene. (Caterina Gangemi)

 


 

 

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