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Mannheim-Heidelberg 2009
Scritto da Elfi Reiter   
Wednesday 25 November 2009

Il 58° International Film Festival Mannheim-Heidelberg, evento di spicco dedicato alle opere prime e/o seconde dell’enorme panorama internazionale.

 

IL FESTIVAL

È interessante notare che all’estero aumentano i contributi pubblici agli eventi culturali quando in Italia aumentano soltanto i tagli… Il 58° International Film Festival Mannheim-Heidelberg – diretto da Michael Koetz - terminato il 15 Novembre con la premiazione di opere prime e/o seconde dall’enorme panorama internazionale, ha potuto contare su notevoli aumenti da parte del comune di Heidelberg e del Land Baden-Württemberg portando il budget intero a 1,3 milioni di euro, a cui si aggiungono circa 200mila euro di biglietti venduti (in totale si contano circa 60mila presenze in 10 giorni). Il comune di Mannheim mette inoltre a disposizione i propri locali: la sala del consiglio e la sala dei cittadini si trasformano in due stupende sale cinematografiche con schermi giganteschi (anche quì 550 e 500 posti). L’idea di ambientare il festival nelle due città – a una distanza di circa 30 km l’una dall’altra – nasce sedici anni fa, da una precisa necessità: il festival, fino a quell’anno, si era svolto unicamente a Mannheim e rischiava di morire per problemi di finanziamenti, quindi la città di Heidelberg, interpellata come partner, accettò subito con grande entusiasmo.

È soprattutto un festival per il pubblico, dicono gli organizzatori; soprattutto giovane, aggiungo io, tenendo conto delle due enormi tende erette per l’occasione nella città universitaria di Heidelberg con rispettivi 600 e 400 posti, organizzate per altro in collaborazione con l’università. Ma è anche un punto d’incontro e di lancio per giovani autori da tutto il mondo. Basta ricordare che, grandi autori come Werner Herzog e Wim Wenders, ma anche Jim Jarmusch e Atom Egoyan - tornato quest’anno per ritirare la laudatio di “Master of cinema” - hanno esordito proprio quì. Per citare qualche nome.

La “Settimana del cinema di Mannheim”, come si chiamava originariamente, è seconda soltanto alla Berlinale a livello di “età” e di importanza nella Germania, e per quanto riguarda le presenze – facendo un confronto tra abitanti e pubblico pagante - si arriva persino alla stessa percentuale con il grande festival nella capitale: il 10%!

 

L'EDIZIONE 2009

Il tema di quest’anno: “Lebensträume, Lebenswelten” ossia “Sogni di vita, mondi di vita”. Sogni che, in non pochi film, si trasformano in incubi… Le definizioni per questo “festival speciale” da parte dei registi, anche tornati più volte, vanno da “luogo particolare” a “campo spirituale per artisti”. Sì, perché il cuore del festival è il cinema, inteso come linguaggio visivo che unisce le più diverse culture. Affinché possa continuare a esistere, e ad evolversi, si svolgono parallelamente al festival i “Mannheim Meetings” col motto “where you make friends”, ovvero “dove si coltiva l’amicizia”. Questi incontri professionali si sono realizzati per la 13esima volta - negli ultimi tre giorni del festival: organizzati come una vera e propria “borsa di progetti indipendenti alla ricerca di co-produttori” sono stati discussi una quarantina di progetti del valore complessivo di 60 milioni di euro (con il sostegno del Programma Media della Ue). In tutto 800 incontri, pre-fissati dall’organizzazione permettendo così un focus maggiore sulla fattibilità, reale. Ma - a detta di chi partecipa – a volte è già un risultato avere un buon feedback per sciogliere dubbi o nodi, per poi continuare con maggiore slancio. Ad oggi, non sono pochi i film completati che hanno visto il loro punto di partenza qui, a Mannheim, benché questa non sia assolutamente una garanzia per poi essere presentati all’interno del programma…

Non solo premi ai film - miglior film, premio speciale della giuria e Premio Fassbinder a un’opera con la più particolare e innovativa narrazione, assegnati da una giuria internazionale – ma anche il Premio Fipresci (da ben 49 anni), il Premio della giuria ecumenica (composta da rappresentanti della chiesa cattolica e protestante) e il Premio del pubblico – dall’anno scorso il festival consegna il Kulturpreis Mannheim-Heidelberg a personaggi di particolare rilievo nella cultura del cinema tedesco. Nell’edizione 2009 hanno vinto questo premio per l’ “ecologia dei sensi” - come l’ha definito Michael Koetz che l’ha inventato assieme al suo staff (Daniela Koetz, Josef Schnelle, Rüdiger Suchsland, Günter Minas e Julia Teichmann) – i produttori Irene von Alberti e Frieder Schlaich, della casa di produzione/distribuzione Filmgalerie 451, la redazione cinema di 3sat nella persona di Inge Classen, che continua a investire in opere indipendenti, e il critico cinematografico Wolfram Schütte (a lungo redattore del Frankfurter Rundschau, e autore/curatore di numerosi libri e volumi importanti sul cinema degli anni 60, 70, 80 e 90).

Il quesito base è: quanto e come prendiamo sul serio il mondo delle immagini in movimento? Il programma del festival si suddivide nelle due sezioni portanti del “concorso internazionale di opere prime e seconde” (quest’anno erano 17 in tutto) e delle “scoperte internazionali” (8 film), accompagnate da un omaggio al “master of cinema” prescelto ogni anno (era Atom Egoyan), una rassegna di film tedeschi (una selezione di storie d’amore da un paese svanito, la ex DDR), i due titoli appena restaurati di Edgar Reitz: Die Reise nach Wien (Viaggio a Vienna) del 1973 e Stunde Null (Ora zero) del 1977, nonché alcune perle da festival internazionali, come La teta asustada di Claudia Llosa, l’orso d’oro di Berlino 2009 al film peruviano, o il danese Little Soldier di Annette K. Olesen, che ha vinto il premio della giuria ecumenica alla Berlinale.

46 film in tutto, pochi rispetto ai ricchi buffet offerti in altri festival anche in meno giorni, ma qui ogni film scelto secondo un criterio radicale di qualità a tutto tondo ha il diritto di essere presentato dalle 4 alle 6 volte come “un piccolo capolavoro”, dove ognuno ha il suo orario serale di punta (quest’anno dai 700 titoli arrivati sono stati scelti i 25 presentati nelle due sezioni succitate). Grande rispetto per il cinema e per il pubblico, eguale diritto per tutti e nessun “newcomer sconosciuto” rischia di finire alle tre del pomeriggio di lunedì, ha ribadito il direttore Koetz. No, negli orari più “sfortunati” a Mannheim e a Heidelberg si presentano i film di un autore già noto che trova in ogni caso il suo pubblico. E per chiudere dico che è un vero piacere sentire un assessore alla cultura citare André Bazin per dire che si desidera “un cinema con immagini di cui ci si può fidare in un mondo sempre più globalizzato che ci fa vivere un'esistenza sempre maggiormente esposta ai grandi conflitti e alle grandi contraddizioni”. Perché: “il cinema è l’alta cultura della vita” (Bazin).

 


 

I FILM

 

LETTERS TO FATHER JACOB

[Postia Pappi Jaakobille] Regia Klaus Härö
Paese Finlandia, 2009 Durata: 74'

Gran Premio per il Miglior film a Letters to Father Jacob di Klaus Härö, regista finlandese già scelto da Ingmar Bergman ancora in vita per l'assegnazione del prestigioso premio a lui intitolato, per la migliore opera prima nel cinema scandinavo che fu Elina (del 2002). Le Lettere a Padre Jacob sono scritte da innumerevoli persone che chiedono un aiuto spirituale a questo prete protestante, ormai anziano, che vive in un eremo e chiama a se Leyla - condannata all’ergastolo per assassinio ma appena graziata - per farsi leggere la posta, essendo lui cieco. Si evolve un poema visivo in cui, a dispetto delle tante citazioni da testi religiosi per consigliare parole costruttive a persone disperate, si affrontano diversi aspetti mistrattati nella società democratica apparentemente ben organizzata: la vecchiaia, l’indifferenza verso gli outsider, il senso della vita oltre il puro guadagno economico e/o la costruzione di una famiglia. La strana coppia formata dal prete anziano cieco e dall’assassina graziata, donna di mezz’età sola, ci fa attraversare varie tappe di solitudine totale, disperazione, pregiudizi di tutti i tipi, decisioni non facili come l’eventuale suicidio o una fuga, dove tutte sono condotte alla dura realtà dei fatti: dove andare? L’amore arriva anche per chi non ha più nessuno al mondo? Chi siamo noi, esseri umani, una volta spogliati delle nostre professioni o delle funzioni o degli abiti indossati nella società? Klaus Härö procede sulla cruna dell’ago mantenendo un buon equilibrio tra intense immagini e una (non troppo) struggente colonna sonora. I rari dialoghi illustrano soprattutto le lettere, e in assenza di queste veniamo a conoscere la terribile (ma anche molto normale) storia che ha condotto Leyla a uccidere il marito della sorella. La sceneggiatura originale è stata mandata al regista da una donna, Jaana Makkonen, che aveva appena finito un master in scrittura per il cinema, e che aveva lavorato come assistente sociale: un film molto aderente alla verità della vita. Lei non ha voluto partecipare all’adattamento fatto da Härö per lo schermo, non ha voluto venire sul set, non ha voluto partecipare alla prima e non ha voluto apparire sulla stampa. Il regista mi ha raccontato che la donna ha visto il film in una sala qualsiasi, a Helsinki, e per questioni di contratto aveva concesso un’unica intervista, nella quale affermò che il film le era piaciuto. Non una parola di più…

 


 

EVERY DAY IS A HOLIDAY

[Chaque jour est une fête ]
Regia Dima el-Horr
Paese Libano/Francia, 2009 Durata: 90'

Il mio personale 'Gran Premio' va al film Chaque jour est une fête di Dima el-Horr. Libanese, nata a Beirut nel 1972, quì al suo primo lungometraggio dopo due corti, insegna alla Libanese American University, a Beirut, dopo aver studiato cinema presso l’Art Institute of Chicago alla fine degli anni novanta. Nel film compaiono quasi esclusivamente donne - in particolare seguiamo la storia di tre donne che vanno a trovare i loro uomini al carcere di Mermel, situato in mezzo al deserto. “L’assenza di uomini nel film si riferisce alla realtà politica nel Libano (è il risultato di tante guerre)… In questo senso e per questa ragione è la storia di donne in assenza di uomini”, si legge nel catalogo tra le dichiarazioni della regista. Infatti il film si fa parabola del vuoto esistenziale nella vita di una donna. Vediamo deserti, persone in fuga, da che cosa? La violenza è fuori, nell’off, nel non nominato, non detto ma forse anche nel “non dicibile”? L’autista del bus che deve portare le donne al carcere viene ucciso con uno sparo solo sentito nell’off. Subito dopo un'immagine quasi surreale mostra il bus vuoto, abbandonato nel nulla, finché dietro i sedili si alzano alcune teste e le donne impaurite, piano piano compaiono. Queste immagini del vuoto apparente e reale, tornano più volte nel corso del film: il silenzio visivo, quasi astratto e surreale, sospeso per alcuni attimi finché qualcosa o qualcuno si muove apparendo. Visualizzazione di un concetto astratto, ma vissuto tanto nella realtà di quel paese: la paura. Della violenza a tutto tondo. Le donne scese dal bus si mettono in cammino, si dividono in due gruppi a un incrocio, si perdono e si ritrovano… i loro telefoni cellulari non prendono, non c’è campo, no batteria e/o no credito. I tre personaggi principali trovano un passaggio da un pollivendolo con un camion. Nei pochi dialoghi ci sono indizi a notizie sulla violenza di tutti i giorni, cade un masso a sorpresa sul camion, cadono i polli di cui uno si spappola contro il parabrezza, sprizzando sangue ovunque: ancora una volta la violenza sfrenata presentata in modo astratto. Fuori quadro. Nel fuori filmico. Nella realtà per l’appunto. Le tre donne si separano, vivendo ulteriori incontri con situazioni simbolo di morte fino a raggiungere la prigione dove si ritrovano di nuovo: ma invece dei loro mariti ci sono solo un mucchio di cadaveri. Con le immagini di una manifestazione in cui le donne portano i loro cari in foto chiedendo il perché e soprattutto che fine hanno fatto molti di loro, introvabili. L'inquietante domanda si pone come un’ombra sull’inquadratura successiva e ultima del film: una scena di vita urbana, nell’off sentiamo parlare le tre donne, che si chiedono come faceva quel song nel camion. E poi lo cantano. La vita continua… Come sopravvivere in un mondo senza uomini, o meglio, in un mondo fatto di uomini che seminano soltanto la violenza?

 


 

GLI ALTRI FILM PREMIATI

 

Due i premi speciali della giuria (composta dall’attrice olandese Johanna ter Steege, il distributore/produttore francese Loïc Magneron e lo scrittore tedesco Willi Winkler): al documentario turco Demsala Dawi: Sewaxan di Kazim Öz, ovvero l’ultima stagione dei Swahak, popolo nomade nel Kurdistan; e alla comedy made in Usa Untitled di Jonathan Parker (già autore di Bartleby).
Il primo vince perché porta “news da un microcosmo senza farsi mera dichiarazione politica”. Demsala Dawi: Sewaxan effettivamente si presenta come una dichiarazione d’amore del regista alla sua terra (rischiando anche in certi punti di essere un po’ troppo “terra e sangue”), e con i numerosi piani molto ravvicinati ci fa entrare nel mondo rurale tra pecore, sassi e tende, dove l’acciaio viene scambiato per ciotole in plastica e persino i cavalli hanno la vita durissima, sovraccarichi con i bagagli sprofondano nella neve sotto il peso enorme. Scopriamo dunque la vita in montagna nella regione Dersim sul confine est della Turchia: qui le donne non hanno paura di denunciare davanti all’obiettivo l'oppressione a suon di bastonate e i loro uomini da un lato ammettono e dall’altro chiedono lo spegnimento della telecamera. Veniamo a sapere, inoltre, che essi pagano affitti alti ai militari locali per le zone di alpeggio, e che i prezzi riscossi per latte, formaggi e carni sono sempre più bassi. Del ciclo della vita - dalla nascita di agnelli fino alla macellazione delle pecore adulte secondo la tradizione islamica che vuole corpi e carne dissanguati - vediamo tradizioni e contraddizioni, non prive delle speranze coltivate dai giovani nella loro disperazione, quando una ragazza suona e canta divinamente e poi si chiede: cosa fa di un artista un artista?
E ciò ci conduce al secondo premio speciale che affronta proprio l’ambiente artistico contemporaneo a New York: Untitled - secondo la giuria “una stupenda parodia di un altro microcosmo, il mondo dell’arte newyorkese” - narra le vicende di un musicista incompreso, di un artista che si crede artista ma vende soltanto a grandi magazzini e ospedali, e di una gallerista che crea il proprio pool di artisti secondo il “puro” concetto di “arte contemporanea”. Con eleganza e ironia il regista Jonathan Parker spara a zero sull’ambiente artistico (non solo newyorkese, mi vien da dire) nelle sue superficialità e esagerazioni. “L’armonia musicale è un’invenzione del capitalismo per vendere i pianoforti”, afferma a un certo punto il musicista nel film, mentre il suo maestro alla domanda “che cos’è l’arte?” risponde in modo laconico: “il suo senso più profondo sta nel processo creativo”. Parker mi ha detto che in passato era stato lui quel musicista che ha suonato tante volte davanti a un pubblico di sei/sette persone, e che è arrivato al cinema grazie a un video musicale per Mtv: dove era stata più apprezzata la parte visiva… Poi ha aggiunto che “inoltre è più difficile essere divertenti e ironici nella musica”, puntualizzando che l’ambiente artistico delle gallerie lo conosce bene, dato che sua madre è artista esposta al Moma e nelle gallerie di San Francisco, dove anche lui vive. Per anni si era aggirato con il suo block notes prendendo appunti, prima di scrivere i dialoghi davvero brillanti di Untitled.

 

Premio Fassbinder per la più orginale struttura narrativa (in onore del grande cineasta tedesco scomparso nel 1992 e che, proprio quarant’anni fa, ventiquattrenne, aveva presentato a Mannheim il suo esordio Katzelmacher affermando: “Non ho bisogno di denaro, basta che ci siano persone che producono i miei film”) a Miss Kicki di Hakon Liu, grande fan di Fassbinder i cui film l’avevano colpito soprattutto per i ritratti delle donne. E il suo film era stato scritto proprio per una donna, l’attrice protagonista Pernilla August, ex moglie del regista Bille August.

 

Menzione speciale a Coeur animal di Séverine Cornamusaz, che vince inoltre il Premio Fipresci e il Premio della giuria ecumenica, perché “mostra la trasformazione da istinto a emozione, da uomo brutale a uomo civile”.

 

Premio del pubblico a Fighter.Nurse.Boy di Charles Officer che si era commosso nel ritirare il premio dicendo a tutti/e i/le registi/e presenti che “dobbiamo sempre ricordare perché facciamo cinema, per relazionarci con il pubblico facendo vedere ciò che abbiamo da - e dobbiamo - far vedere”.

 

 

SPECIAL A CURA DI ELFI REITER

 

 

 
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