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Giulio Petroni e il western
Scritto da Eugenio Ercolani   
Tuesday 12 June 2012

Su Bizzarro Cinema c'è aria di western e non a caso inizia oggi un viaggio in tre parti che ci terrà compagnia per tre settimane, alla ri-scoperta di un maestro come Giulio Petroni...

 

Tralasciando il suo excursus da giornalista, documentarista (che lo porterà a vincere il festival di Venezia) e aiuto regista (tra l’altro per Rossellini e de Santis) e soffermandoci esclusivamente sulla sua attività da regista cinematografico, si possono identificare diverse fasi distinte nella carriera di Giulio Petroni. La prima è quella della commedia, che inizia ufficialmente nel ’59 con La cento chilometri, la cui sceneggiatura porta la firma, oltre che di Petroni stesso, anche della coppia Festa Campanile-Franciosa.

“Con Franciosa si è venuto a creare un legame duraturo nel tempo. Molti anni più tardi, tramite la mia casa editrice Dalia, pubblicai anche un suo romanzo: Un impossibile amore con la signora di Nohant. Abbiamo anche scritto una sceneggiatura insieme, mai realizzata, tratta da un mio romanzo (La strega di Colombraro). Con Campanile il rapporto era più goliardico, amava gli scherzi. La Cento Chilometri non è certo il film che avrei scelto se ne avessi avuto la possibilità. Comunque mi divertii a girarlo.” (Giulio Petroni)

 

 

Il film, se pur datato, sembra aver acquisito negli anni una valenza di documento storico anche grazie a un cast popolato da volti noti dell’epoca, sia del grande schermo che della televisione: Fred Buscaglione, Massimo Girotti, Carlo Giuffrè, Gigi Reder, Riccardo Garrone, Marisa Merlini, Mario Carotenuto (che apparirà ben altre due volte nelle pellicole di Petroni, anche accanto al fratello Memmo). Dopo il successo di questo debutto, in parte anche dovuto ad un intervento censorio molto discusso intorno alle gambe tornite di una giovanissima Paola Pitagora, Petroni gira cronologicamente I Piaceri dello scapolo, I soliti rapinatori a Milano e Una domenica d’estate. Quest’ultima pellicola del ‘66, che vanta la presenza del duo Tognazzi-Vianello e le musiche di Trovajoli, segna la fine della sua prima fase.

 

 

“Erano film che facevo, come si può dire, “artigianalmente”. Comunque in maniera distaccata. I Piaceri, a distanza di tempo, mi sembra il migliore dei quattro. Degli altri, le intenzioni sono chiare fin dai titoli in cui echeggia la presenza di pellicole di successo fatte in precedenza. Ero ancora in una fase di apprendimento". (Giulio Petroni)

 

 

Nel ‘67 inizia il secondo e più importante capitolo: quello dei western, che donerà notorietà e prestigio alla carriera di Petroni, unendo indissolubilmente il suo nome al genere. La filmografia western di Petroni è composta da cinque titoli: Da uomo a uomo (1967), … e per tetto un cielo di stelle (1968), Tepepa (1969), La notte dei serpenti (1970) e La vita a volte è molto dura vero Provvidenza? (1972). Su Death rides a horse, titolo internazionale del suo primo western, è difficile trovare cose nuove da raccontare: omaggiato a più riprese da Tarantino, facendo proprio da struttura narrativa nel caso dei due Kill Bill (e dando un'occhiata alla sceneggiatura di Django Unchained si intuisce che questo trend non verrà interrotto) e tra i nostri western più fruttuosi al box office, specie negli USA, dove venne acquistato dalla United Artists. Lee Van Cleef in questo film ci regala una delle sue migliori interpretazioni, affiancato da un cast ricco di volti noti: John Philip Law, l'immenso Luigi Pistilli, José Torres, Mario Brega. Marca l'inizio del sodalizio di Petroni con Morricone (collaborazione che si ripeterà altre cinque volte) che per l'occasione compone una colonna sonora nervosa e perfettamente tetra per quello che è ritenuto dai più come il miglior western italiano sulla vendetta, ormai un vero e proprio classico. Titolo che spetta di diritto anche a Tepepa che, insieme al Quien sabe? di Damiani, rimane l'esempio più puro del filone western-terzomondista, detto anche western rivoluzionario. A incarnare il ruolo del peones rivoluzionario troviamo Tomas Milian accanto al temuto Orson Welles (nel suo unico western) e al grande caratterista John Steiner, che debutta in Italia grazie proprio a questo film. Nel mezzo Petroni dirigerà una pellicola insolita, ... e per tetto un cielo di stelle, con Giuliano Gemma e Mario Adorf, un western agrodolce che anticipa la dimensione della coppia e che farà la fortuna prima dei successivi film di Colizzi e poi soprattutto di quelli di Barboni, ma che al contempo è caratterizzato da improvvisi sprazzi di violenza, come l'iniziale assalto alla diligenza, che donano al film un alone di malinconia. Dopo il fortunato trittico Petroni dirige quello che diventerà il suo western più oscuro e violento. Feroce, teso, La notte dei serpenti sembra quasi un horror gotico, con Luke Askew, compare storico di Dennis Hopper (che molti ricorderanno in Nick mano fredda) e di nuovo Luigi Pistilli. Petroni lo ha sempre ritenuto un'opera minore, arrivando addirittura a non parlarne. Il film però negli anni ha trovato un ricco seguito, Carlos Aguilar, ad esempio, lo ritiene uno dei suoi western preferiti, paragonandolo nell'epicità della redenzione a Lord Jim. A concludere il ciclo troviamo La vita a volte è molto dura vero Provvidenza? con Milian e Greg Palmer (ma nel cast troviamo molteplici volti noti da Janet Agren a Gabriella Giorgelli passando per Paul Muller e Mike Bongiorno). Baciato da un successo clamoroso, Provvidenza anticipa western grotteschi e sopra le righe come Il Bianco, il Giallo, il Nero di Corbucci e Cipolla Colt di Castellari, rimanendo imbattuto però nel saper mantenere un equilibrio tra gag e storia.

 

 

“Il western è un genere moribondo”. Cosi Petroni, intervistato da un quotidiano nel '71 (periodo in cui il western andava ancora bene), faceva il punto della situazione. I motivi che però lo hanno portato ad abbandonare il genere sono tanti, in primis, il bisogno di dedicarsi ad altro e di trovare un'indipendenza produttiva.

Interessante constatare come, nonostante i suoi western siano cosi diversi l’uno dall’altro, vi sia una compattezza tematica molto forte: la figura della coppia, la vendetta e l'innocenza rubata. Saliente in questo senso il ruolo dei bambini. Pensiamo alla sequenza iniziale del film Da uomo a uomo, in cui John Philip Law bambino assiste al crudele sterminio della sua famiglia, oppure a La notte dei serpenti, in cui Askew vive nel senso di colpa per aver ucciso suo figlio, e poi ovviamente Tepepa in cui l’ultimo a macchiarsi le mani di sangue è proprio il piccolo Paquito. Persino Adorf e Palmer, forse, nei rispettivi film, altro non sono che anime infantili troppo cresciute per il loro contesto. La figura del bambino è sempre circondata o contaminata dalla violenza. Violenza che è parte integrante di un'epopea personale e varia, lunga cinque film.

Per quanto riguardo le fasi successive al western? That’s another story…

 


A cura di Eugenio Ercolani

 

Martedì 20: prima parte dell'intervista a Giulio Petroni

 

 

 

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