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Fernando E. "Pino" Solanas: intervista esclusiva
Scritto da Elfi Reiter   
Tuesday 02 February 2010

Conversazione con il regista e uomo politico argentino Fernando Ezequiel "Pino" Solanas, tra i suoi film più noti: Tangos-L’esilio di Gardel, Sur, El viaje

 

Si chiama La próxima estación (in italiano La prossima stazione) il nuovo capitolo della saga di indagine sul suo paese, l’Argentina, a firma Fernando Solanas, regista ultrasettantenne ben noto anche in Italia visto il successo di alcuni dei suoi precedenti film, come Tangos-L’esilio di Gardel (poetico omaggio a uno dei balli più sensuali), Sur (Premio per la miglior regia a Cannes, 1988) o El viaje (l’affascinante viaggio del giovane Nicolas alla ricerca del padre attraverso molti dei paesi sudamericani, che diviene quasi viaggio alla ricerca dei propri padri antichi). E come non ricordare gli orrori del neocolonialismo, le violenze in Argentina e nell’America Latina in generale, narrati nello straordinario L’ora dei forni realizzato clandestinamente nel 1968, e diventato poi il suo primo grande successo internazionale? “Pino” Solanas è stato ospite della decima edizione del Sottodiciotto Film festival (tenutosi a Torino dal 26 Novembre al 5 Dicembre 2009) per presentare il nuovo documentario incentrato sulla rete ferroviaria argentina e la sua privatizzazione, o meglio la sua rovina, nonché il conseguente disfacimento di molte zone del paese rimaste senza alcun mezzo di locomozione, quindi isolate: da qui l’inevitabile tracollo di tante vite. Molte le lacrime che scorrono davanti all'obiettivo, che cattura il disagio di non poche persone: piangono nel raccontare di amici e/o parenti morti a causa del grande dolore per la perdita del posto di lavoro, o semplicemente perché erano molto affezionati all’attività che, solitamente, si protraeva di padre in figlio. Certo, si rimane colpiti anche dai tanti aspetti che rispecchiano – come nel precedente La memoria del saccheggio del 2004 – enormi analogie con la situazione italiana, dove è in atto un processo simile, soprattutto dopo la recente eliminazione di molte linee regionali a favore delle cosiddette “frecce rosse” e “frecce argento”. Quali saranno le ripercussioni dirette e indirette sul nostro paese? Si potrà prevedere un'evoluzione analoga a quella del paese in cui, il grande crollo del 2001, ha fatto scendere in strada milioni e milioni di persone per cacciare l’allora governo?

“In Italia si sta ancora troppo bene, qui la situazione è confortable (Solanas lo afferma con un tono che esprime davvero un’emozione piacevole, e allude alla sua posizione “di persona seduta comodamente in una poltrona”, ndr), perché i governanti non hanno ancora iniziato a mangiare dalle tasche della classe media! In Argentina negli anni '90 il ‘cavaliere Memem’ era più maiale, e si possono fare tutte le interpretazioni antropologiche, intelligenti o analitiche del mondo per cercare di comprendere come mai la classe media qui in Italia ancora non reagisce. Il motivo è esattamente questo: nel 2001, in Argentina, il governo ha messo la mano in tasca alla classe media e questa è immediatamente scesa in strada per reclamare con grande cattiveria ‘ridateci i nostri dollari’, poiché furono effettivamente i loro dollari a essere andati in fumo…”

Dopo una breve chiacchierata piuttosto informale con Solanas, la prima domanda al “regista” - dato che oltre a fare cinema “Pino” è anche regista teatrale, scenografo, musicista, attore e scrittore, nonché uomo politico - riguarda il linguaggio visivo utilizzato per questo quarto capitolo. Ricordiamo che, dopo il già menzionato Memoria del saqueo, il secondo capitolo è La dignidad de los nadies (La dignità degli ultimi, nel 2005), il terzo Argentina latente (nel 2007) e, a questo capitolo sui treni, seguirà Tierra sublevada (Terra in rivolta) suddiviso in due parti: la prima dal titolo Oro impuro (già terminata) e la seconda, Oro nero (in fase di post-produzione), sarà pronta a Febbraio 2010. In La próxima estación la presenza in scena del regista è più frequente rispetto agli altri capitoli e ricorda vagamente lo stile di Michael Moore, meno invadente però, quindi molto più vicino al padre dell’“infomentary” critico-sociale quale è l’italo-americano Emile de Antonio. Ciò conferisce al nuovo film di Solanas da un lato una caratteristica più da indagine poliziesca benché politico-storica, e dall’altra anche più umana, vale a dire che nel finale quando si assiste alla rinascita di una delle stazioni abbandonate egli si sofferma sull’immagine che lui stesso avrebbe definito da happy end stile hollywoodiano, ma ci riscaraventa nel via vai della hall della grande stazione di Buenos Aires. Abbiamo anche parlato di cinema in generale e soprattutto del nuovo progetto politico, “Causa Sur” (in italiano significa “Causa sud”), per il quale Solanas è stato recentemente eletto assieme ad altri cinque rappresentanti, in occasione del rinnovo del parlamento argentino a metà mandato di Christina Kirchner (un rinnovo che si è soliti farsi nella democrazia di questo stato sudamericano) per andare alla ricerca di “nuove” vecchie pratiche eco-compatibili e soprattutto human friendly. Ma soprattutto della democratizzazione della democrazia.

 

Quale procedimento hai seguito per realizzare La próxima estación?
L’intera serie persegue il medesimo linguaggio di ripresa, ma ogni singolo film si compone di ciò che io chiamo “cinema de fusion” (cinema di fusione) perché utilizzo varie tipologie di linguaggio cinematografico secondo il contenuto che vado a esprimere: dal cinema intervento al cinema diretto, dalla finzione all’animazione alle immagini d’archivio. Come quando si scrive un romanzo, usando più forme di scrittura. Le riprese le faccio io, direi che mi vedo come un “carrello permanente” che compie “un lungo viaggio” in giro per il paese - e non solo. Considero questa serie “un road movie alla scoperta del paese e dei suoi problemi”, “un grandangolo aperto sulla storia del passato e del presente”, ivi compresa la vocazione didattica e di controinformazione. Perché è importante dire che la metà della popolazione - per essere generoso (ride, ndr) - non ha memoria di quello che è accaduto e di ciò che accade ogni giorno. Per quanto riguarda i treni, molte persone anziane, tra noi, ricordano quel vecchio treno, ma i bambini e gli studenti di oggi non lo hanno mai conosciuto.

Quando parli di treni, ti riferisci a quelli della rete regionale che ormai, anche in Italia, stanno pian piano scomparendo?
In Argentina non esistono proprio. Nel 2001 c’è stata la soppressione totale dell’80% dei treni che collegano le province e i piccoli paesi isolati, e molti tra questi che avevano dai 1000 ai 5000 abitanti sono oggi dei paesaggi fantasma. La soppressione dei treni locali ha scatenato un’enorme ondata migratoria verso la capitale più vicina, aumentando in modo esponenziale le periferie delle città più grandi. Alcune linee sono state sostituite da tratte di autobus, gestite da imprese private.

Era l’effetto di una precisa volontà politica?
La privatizzazione è avvenuta con la complicità della magistratura e della giustizia, di ieri e di oggi, con tutte le corruzioni che ne conseguono. La rete ferroviaria argentina, dicasi Ferrocarriles Argentinos, è stata la più importante del mondo: costruita dagli inglesi nell’800. La sua distruzione ebbe una funzione non solo pratica, ma anche simbolica e metaforica. Per spiegare bene la questione bisogna andare indietro negli anni sessanta, quando nacque un programma di raccomandazione del Banco Mondiale, durante il governo Kennedy negli Usa. Fu un progetto per il cosiddetto progresso, nell’ambito del quale il treno era visto come mezzo di trasporto arcaico. Nacque il piano del generale Thomas Larkin, che era da applicarsi in tutti i paesi dell’America del Sud: infatti questa storia si è ripetuta in molti paesi, cambiando soltanto nomi dei personaggi e aneddoti. Le economie andavano bene allora, si spendeva molto e in tutti i paesi c’erano molte sovvenzioni statali agli esercizi pubblici, in quanto essi non davano guadagno e producevano soltanto grandi deficit, spesso cronici. Le idee liberali e libertarie approvavano perché il vero obiettivo dei servizi sociali era - ed è tuttora - il beneficio sociale, non quello economico. In quest’ultimo senso, ovviamente, ogni servizio pubblico è una vera catastrofe perché quale ospedale o scuola fattura posizioni attive in un bilancio? E dobbiamo aggiungere che il 1959 è stato l’anno in cui in Argentina fu concessa la prima licenza di estrazione petrolifera a privati, e in cui si insediò la Ford.

Come e quando è nata, dunque, la privatizzazione dei treni?
Fu il liberismo a capovolgere tutto. Secondo colui che predica questo credo economico, ogni deficit di un servizio pubblico è un sovraccarico del debito pubblico: i servizi pubblici andavano privatizzati al fine di trarne profitti. Alla fine della decade degli anni '80, una volta insediato Carlos Menem, grazie alla diffusione di messaggi televisivi si era creata una enorme confusione nell’opinione pubblica per quanto riguarda il concetto di stato e di servizio pubblico: puntando il dito unicamente sui disservizi, il nemico numero uno e l'unico responsabile, diventò lo stato. Quale la soluzione? Privatizzare. A tal proposito, bisogna ricordare che le pubblicità erano pagate dalle grandi imprese e - devo ripeterlo? - dalle fabbriche di auto. Si sospese dunque il servizio ferroviario, perché si diceva che a causa delle tariffe ridotte si era arrivati a una perdita di un milione di dollari al giorno, quando oggi, nel 2009, con il 20% dei treni che circolano rispetto a quella data, si perdono oltre 3 milioni di dollari al giorno! Dove sta il beneficio della privatizzazione? Allora c’erano 25mila famiglie che vivevano tranquille con un salario fisso al mese, oggi quel numero è ridotto a 13mila unità. Dei 37mila km di binari (già ridotti rispetto ai 52mila originari a inizio del ‘900, ndr) ne sono rimasti attivi 7mila! Menem aveva saputo integrare i canali televisivi e radiofonici a favore dei gruppi economici, al fine di far appoggiare il piano di privatizzazione senza alcun bisogno di discutere una legge, tanto meno di indire un dibattito pubblico e democratico per garantire i diritti sia della comunicazione, sia della pluralità politica.

In Memoria del saccheggio si vede in azione questo sistema centralizzato mediatico che ben conosciamo anche qui in Italia. Berlusconi docet…
Sotto il governo Kirchner è stata votata da poco (nel novembre 2009, ndr) una nuova legge per gli audiovisivi: finalmente! Prima di questa data era ancora in vigore la legge emessa durante la dittatura: nessuna democrazia aveva avuto la forza di confrontarsi con i grandi e potenti gruppi mediatici. È stata una lotta lunga trent’anni, sia sul piano politico che su quello delle organizzazioni sindacali e pubbliche. Dopo lunghe battaglie in parlamento sono stati trasformati tanti articoli, e ora abbiamo una buona legge, anzi, si può dire che è la più avanzata nell’America del Sud. Lo spazio di trasmissione a disposizione è stato suddiviso in tre: un terzo spetta alle radio e alle tv di gestione pubblica, un terzo alle emittenti commerciali e un altro terzo a quelle gestite da organizzazioni senza fini di lucro e le ong. L’applicazione della legge è già iniziata e i gruppi privati hanno un anno di tempo per vendere i loro canali di troppo. Certo, rimane la nebulosa su come creare canali gestiti da gruppi indios o dai piccoli sindacati, e soprattutto rispetto ai luoghi da cui trasmettere.

Com’è la situazione attuale del cinema in Argentina?
L’industria cinematografica è in buona salute, ci sono decine di scuole di cinema, migliaia di studenti, e annualmente si fanno circa tra i 60/70 film. Direi che c’è una vera e propria epidemia del cinema! Molti dei film prodotti hanno l’appoggio dell’Instituto nacional de cine y artes audiovisuales. Inoltre su ogni biglietto di entrata nelle sale si applica una tassa dell’11% che va direttamente alla costituzione del fondo cinematografico per la produzione nazionale, che è alimentato inoltre dalle tv private commerciali. Ci sono molti registi esordienti, uomini e donne, ad esempio negli ultimi tempi ci sono state almeno venti opere prime ogni anno, poi si girano parecchi documentari e opere cosiddette “dell’avanguardia”. Si può dire che il cinema si fa specchio della coscienza libera argentina che inizia a non dire di no davanti alle indagini sul terrorismo dello stato, anzi è un grande contributo alla memoria. E benché la mia attuale attività sia principalmente quella politica, continuo comunque a girare e a insegnare.

Quanto tempo ci è voluto per realizzare La próxima estación?
Un anno circa, di cui otto settimane di riprese, nove mesi di montaggio e tre di post-produzione. Ho girato in digitale quasi cento ore di materiale! Era necessaria quindi una sintesi, e questo mi ha portato a inventare il cosiddetto film saggio che di fatto si crea in fase di montaggio, senza sceneggiatura, seguendo unicamente una struttura in cui inserire le sequenze che servono, dato che la realtà (in cui si gira) cambia continuamente. Quel che serve invece è una chiara idea sul come girare e soprattutto riguardo al contenuto tematico. Per il resto, quando si realizzano documentari o film saggi è meglio farsi sorprendere da ciò che si incontra via via, anziché perseguire un rigido promemoria. È ciò che li distingue dalla finzione. Ad esempio ho già quasi finito l’ultimo capitolo della saga, suddiviso in due: il primo Oro impuro è dedicato alle materie prime minerarie (già disponibile in dvd da Settembre), mentre il secondo, Oro nero, parla del petrolio disponibile in Argentina. Sarà importante vederli insieme, come un dittico: infatti li ho riuniti sotto il titolo Tierra sublevada. Significa “terra in rivolta” ma anche “terra in alto” avendoli girati entrambi lassù nel nord, dove ci sono le miniere e i giacimenti di petrolio, con grande partecipazione della gente. Ho incontrato personaggi assolutamente sconosciuti ma straordinari nel loro essere: forti e di una carica umana sorprendente!

Già in Tangos-L’esilio di Gardel narravi l’Argentina…
Quel film era più elaborato, più esercizio di stile, direi che era una “fiction de fusion”, in cui diversi generi erano confluiti nella commedia musicale e nel linguaggio della metafora e del cinema poetico drammatico. Rifiuto assolutamente la struttura narrativa “causa e effetto”, tanto usata nel cinema hollywoodiano classico, che ha generato una grammatica audio/visiva, oggi imitata da tutti, che ha condotto una grande alienazione - pertanto molto efficace - a legge del mercato: “causa/effetto/suspence”. E rifiuto la legge narrativa del personaggio unico (perché sennò ci si perde…). Tangos ha un soggetto collettivo, ci sono una decina di personaggi uniti da circostanze libere, e così la fruizione stessa diviene libera. Si guarda il film con interesse, come si legge un libro di racconti o si ascolta una suite di tango, curiosi di conoscere quale sarà la scena successiva: hombres que sueñan tango, uomini che sognano a suon di tango. All’inizio il film destò molta sorpresa, oggi chiaramente non più. Nel 1985 era piuttosto rivoluzionario, ma una volta entrati nella nuova convenzione, è come leggere un libro di tante pagine, ci si orienta nella storia e si trovano informazioni un po’ dappertutto. Ho riscritto il film cinque volte, e mi sono occupato delle scene, della musica - per altro due canzoni sono mie, sono poesie scritte nel mio esilio. Il film l’ho girato per metà a Parigi e per metà in Argentina, dove sono tornato verso la fine del 1983. È come un dialogo con la cultura popolare, con l’assurdo e il grottesco, con l’humour e la poesia del tango. Sì, perché sono i cattivi esecutori del tango, purtroppo, ad averlo portato fino al punto di essere conosciuto come ballo drammatico: lo hanno degenerato ad assurda teatralizzazione! Ma il vero tango non è questo.

È vero che il tango è nato in Finlandia?
Si, ho sentito dirlo; ma forse c’è il tango finlandese da una parte e il tango argentino dall’altra...

Hai detto che è stato Rossellini a distribuire L’ora dei forni...
Sì, ho avuto la fortuna di conoscerlo, e va detto anche che fu grazie alla casa di produzione dei fratelli Taviani che sono riuscito a finire quel film. In quel periodo a Roma conobbi anche Giuliano Negri, un grande dirigente del Pci, Pasolini, Lizzani, e altri. Rossellini era davvero un grande intellettuale, il suo Luigi XIV è un saggio storico, non solo un documentario: fa una riflessione e esprime un'opinione personale precisa. Mi vengono in mente anche scrittori che non si sono arenati nella finzione ma hanno scritto a tutto tondo, come Jorge Luis Borges o Octavio Paz. Del resto, quale suddivisione di generi si può fare in letteratura dopo l’Ulysse di Joyce?

 

Intervista a cura di ELFI REITER

 
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