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Far East Film Festival 13 - Prima parte
Scritto da Emanuele Rauco   
Monday 09 May 2011

Tutte le migliori "visioni" del 13° Far East Film Festival. In questa prima parte: Night Fishing, The Lady Shogun and Her Men, Haunters, Underwater Love e tanti altri...

 

[Cover: Underwater Love di Shinji Imaoka]

 

INTRODUZIONE

Il Far East Film Festival, la più importante rassegna internazionale di cinema dell'estremo oriente, giunge quest'anno alla 13^ edizione e sfodera il record di circa 90 film presentati nei 10 giorni di evento. Di questi, 50 appartengono alla macro-selezione – altrove la definiremmo “concorso” – che ha presentato le più importanti novità del cinema popolare made in Asia.

Il Gelso d'oro, premio assegnato dal pubblico, è andato ad Aftershock, un polpettone familiare sugli effetti di un terremoto che ha avuto la media voto di 4,36 su 5; al secondo posto altro mélo cinese – ma di livello superiore – come Under the Hawthorne Tree di Zhang Yimou (4,25/5) e terza la sorprendente commedia filippina Here Comes the Bride di Chris Martinez (4,23/5). Il premio Black Dragon, sorta di giuria di “qualità” del festival, è andato a Confessions di Nakashima, che ha vinto anche il MyMovies Award; mentre il premio tecnico Technicolor Asia Award è andato al tailandese A Crazy Little Thing Called Love di Sakonnakorn Puttipong Promsakha Na e Pokpong Wasin, sorta di Moccia in salsa thai.

Prima di lasciarvi alla parte succosa dello speciale, con le recensioni dei film più curiosi e intriganti del festival, lasciateci menzionare i film che non faranno parte del focus. Per ragioni di spazio abbiamo omesso Wind Blast (Gao Qunshu), scombinato ibrido tra poliziesco, western, comico e dramma, Bangkok Knockout (Panna Rittikrai e Morakot Kaewthanee), classico film sportivo di arti marziali in stile reality show, Seru (Woo Ming Jin e Pierre André), un mix malese tra Blair Witch Project e Rec, e Hantu Kak Limah Balik Rumah (Mamat Khalid), horror comico malese seguito del semi-culto Zombi Kampung Pisang. Vale la pena menzionare anche Villain (Lee Sang-il), film denso e curato che convince e tocca, Don't Go Breaking My Heart (Johnnie To), che riscatta la fama del To leggero con un congegno perfetto e The Drunkard (Wong Freddie), gioiello dalla messinscena curatissima e il respiro da Nouvelle Vague.

 


 

I FILM

 

Night Fishing

Regia Park Chan-wook, Park Chan-kyong Paese Corea, 2011 Genere horror, fantasy

Night Fishing è già entrato nella storia per essere il primo film (corto di 33 minuti) girato con l'iPhone. La storia ruota attorno a un uomo che, andando a pescare di notte, incontra la figlia che credeva morta. Otto telefonini, obiettivi e macchine adattate al mezzo, 130 mila dollari di budget, una troupe di 80 persone soprattutto per la post-produzione e, in apertura, una sorta di videoclip degli UhUhBoo Project (che composero la musica del capolavoro Mr. Vendetta). Park Chan-wook (Oldboy) e il fratello Chan-kyong realizzano una straordinaria ridefinizione dei concetti di ripresa e immagine per raccontare il passaggio tra vita e morte, dolore e piacere, ma soprattutto tra tradizione ancestrale e tecnologia contemporanea (il rito sciamanico di ricongiunzione coi morti attraverso la ricomposizione e il trattamento dell'immagine che ricorda la video-arte). Straniante, furente e impressionante, colpisce nel segno a patto di tenere la mente sgombra.

Trailer

 


 

Sabi Otoko Sabi Onna - Quirky Guys and Gals

Regia Fujita Yosuke, Mantsunashi Tomoko, Oh Mipo, Sekiguchi Gen Paese Giappone, 2011 Genere omnibus comedy

Film a episodi che declina secondo i vari accenti della comicità nipponica - dal demenziale al malizioso - alcuni temi della sociologia giapponese. Dall'ondata di depressione e suicidi combattuti a colpi di cheerleading alla transessualità di un ragazzo che dà il meglio di sé travestendosi, dalla burocrazia risolta a colpi di seduzione alla crisi economica che ha lasciato a spasso, come gatti randagi, molti impiegati. Originale, a tratti delirante e comunque discontinua, la ricognizione dei quattro autori attorno ai temi del Giappone contemporaneo in difficoltà si affida alla speranza che lo spettatore trovi – ammesso che lo cerchi – un filo rosso, che c'è ma non è così evidente. Ciò che però conta di più è lo spirito di libera anarchia e follia ironica che regge soprattutto il primo corto (ricorda gli exploit comici di Beat Takeshi) e il quarto (versione gentile dei Monty Python). Tranne per l'episodio di Oh, la realizzazione generale è più vicina a uno sketch-show che al cinema, ma poco importa di fronte a tale genuinità e intelligenza di tocco.

 


 

My Dear Desperado

Regia Kim Kwang-sik Paese Corea, 2010 Genere romantic comedy

La commedia romantica è il genere più industriale e convenzionale che esista, ma l'esordiente Kim ne dimostra le possibilità espressive. La storia è quella di due vicini di casa che cominciano a conoscersi e apprezzarsi loro malgrado: lei non riesce a trovare lavoro dopo la bancarotta della società per cui operava, lui è un gangster in declino che non riesce a stare dietro alle rivoluzioni della criminalità. Il regista, con un basso budget e senza star di rilievo, riesce a compiere un piccolo miracolo: una deliziosa commedia sui sentimenti che sa evitare il sentimentalismo, che al tira e molla del cuore preferisce concentrarsi su quello del mondo del lavoro, che può permettersi tragiche svolte noir e sorprese delicate senza stonare mai, come mostra il duplice finale. Un film che sembra la risposta sudcoreana a Qualcosa è cambiato di Brooks, capace di giocare coi personaggi in modo tenero e discreto, di riflettere sul cliché che vede opposti bravi ragazzi e bastardi, e che non ha bisogno di proclami per inserire tocchi di realtà, basta un commento sul costo di un piatto di ramen. Ciliegina sulla torta, un bravissimo Park Joong-hoon.

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The Man from Nowhere

Regia Lee Jeong-beom Paese Corea, 2010 Genere action thriller

Il più grande successo sudcoreano del 2010 è un thriller d'azione che sembra un capitolo della saga di Jason Bourne riletta da Park Chan-wook (quest'anno, a quanto pare, sempre presente). Racconta di un misterioso gestore di un banco di pegni che stringe una curiosa amicizia con una bambina; quando viene rapita assieme alla madre che ha rubato un prezioso bottino alla malavita, l'uomo dovrà tirare fuori il suo passato, quello di ex-militare dei corpi speciali. Un blockbuster tipicamente orientale: tensione, azione sostenuta, violenza, melodramma tra amicizia e amore, e bagno di sangue catartico (quando non consolatorio) finale. Qui Lee non si risparmia nessun luogo comune o ingrediente tradizionale, dalla commovente amicizia impossibile agli elaborati combattimenti con pistole o corpo a corpo (riciclati però da Oldboy) e compensa lo sviluppo non proprio originale con il ritmo sostenuto e il crescendo. Non ha paura del sangue e del disagio dello spettatore (pur senza radicalità), gli manca però stile e fascino visivo. Comunque Won Bin è una carismatica stella che sa far presa sul pubblico femminile.

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The Lady Shogun and Her Men

Regia Kaneko Fuminori Paese Giappone, 2010 Genere period drama

Più che un dramma in costume, quella di Kaneko è una commedia sulla sessualità che usa i drappi e le scenografie del Giappone classico per raccontare una storia di ribaltamenti come quelle che piacciono tanto ai nipponici. Si racconta di uno shogunato retto da una donna a causa di una tremenda peste che ha ridotto a un quarto la popolazione maschile. I pochi uomini rimasti sono oro: ne sa qualcosa Mizuno, che per non essere venduto come “stallone” va a servire la shogun. Ma la dura gavetta e il percorso per diventare guardia lo porterà a confrontarsi con un mondo ambiguo. Un manga di Yoshinaga – che ha punti di contatto con Y L'ultimo uomo sulla terra, serie a fumetti di Vaughn – è alla base di questa commedia storica realizzata con approccio moderno a partire dal digitale di ripresa, per finire a dialoghi e musica. Una curiosa riflessione sui ruoli sessuali nella sfera del potere, tutta ambientata in un microcosmo esclusivamente maschile che l'asservimento a una “padrona” ha femminilizzato, reso vicino al mondo del travestitismo e del cortigianato omosessuale. Kaneko gira una versione solare, quasi divertente, di film come Furyo o Tabu di Oshima, e riesce a creare un'atmosfera di ambiguità sessuale assoluta, quasi eterofobica, che convince e seduce sottilmente, ma non rinuncia a spiazzare con svolte drammatiche, come quella del seppuku. Certo, la confezione a tratti è piattamente televisiva, ma il lavoro sulle suggestioni è encomiabile anche nei risvolti ironici.

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Seaside Motel

Regia Moriya Kentaro Paese Giappone, 2010 Genere black comedy

A più di 15 anni di distanza dal secondo film di Tarantino, la maniera di Pulp Fiction e quell'idea di cinema, continua a fare più di un danno, come dimostra questa commedia che si vorrebbe nera. Nello squallido motel del titolo vari personaggi s'intrecciano: un venditore di creme false che s'innamora di una prostituta, un uomo di mezza età che prova a rilanciare la sua vita sessuale, un giocatore d'azzardo braccato dai malviventi. Farsa pulp che fa rimpiangere Four Rooms: avanspettacolo di bassa lega e tarantinismi di quarta mano si mescolano a macchiette infantili (i due poliziotti) che pensavamo perse nella tv nipponica degli anni 80 e che invece si ripresentano in questo film verbosissimo, ripetitivo e senza invenzioni, che declina in 103 interminabili minuti lo stesso schema comico. E non basta: il solito cliché della love story con la squillo dà l'avvio a un finale “serio” e moralistico che ci pare un'inaccettabile presa in giro dello spettatore, soprattutto se per sollazzarlo si è ricorsi a torture e gag sessuali.

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Haunters

Regia Kim Min-suk Paese Corea, 2010 Genere action, fantasy

Probabilmente il film rivelazione del festival. Un fantasy supereroico in un mondo realistico che si spinge a raccontare il male di vivere della società (sudcoreana) contemporanea. Lo scontro tra un ragazzo dall'infanzia traumatica capace di manipolare la volontà di chiunque e Byuk-nam, l'unico essere umano in grado di resistergli. Dramma fantasy (più che action) di superpoteri, il film d'esordio di Kim è un'originale riflessione sul rapporto tra bene e male nella civiltà attuale che diventa via via uno spaccato disperato sulla solitudine come condizione esistenziale del 21° secolo. Con una certa crudezza di fondo, il film approda a una visione apocalittica, quasi romeriana, sull'uomo solo contro tutti, che non dà tregua allo spettatore e viaggia come un treno verso il dolente finale. Kim ha visione e polso, sa sfruttare la fragilità dei suoi attori e si fa perdonare alcune cadute di tono, come il discutibile montaggio anni 90 e qualche scivolone di plausibilità. Speriamo faccia strada.

 


 

Underwater Love

Regia Imaoka Shinji Paese Giappone, 2010 Genere pink musical

A far da ponte tra il concorso e la retrospettiva sul pinku eiga ci pensa questo musical erotico dall'immaginario onirico e folle. Racconta di una donna che incontra un suo ex-compagno di liceo, morto e rinato come uno spirito dell'acqua. Lo spirito porta alla donna la notizia della sua dipartita, ma cerca anche il modo per salvarle la vita: lo trova in una sfera che inserita nell'ano annienta il dio della morte. Delirante già dalla trama, il “primo musical erotico del cinema giapponese” si presenta con la patente di follia anarchica e surreale: quello che si vede sullo schermo però più che folle sembra sconnesso, più che anarchico sembra casuale. Se già dopo le prime due scene (lo spirito che mangia un cetriolo in acqua e un brutta canzone con balletto semi-improvvisato in fabbrica) si comprende lo spirito del film, il resto lo si digerisce a fatica. Tra congressi carnali (uno, quello con l'amica in carne, eccitante) in cui il membro “tartarugato” dello spirito si bea di fellatio, scene comiche da commedia degli equivoci e il tentativo di sconfiggere la morte tramite una supposta sferica dalle dimensioni di una palla da tennis e dall'aspetto di un polpo in umido, lo spettatore viene sballottato in un film con una regia allo sbando, poco senso della costruzione (anche comica) della scena e una fotografia – del grande Christopher Doyle – piatta e anonima. Poteva essere di culto, ma è una semplice curiosità che lascia il tempo che trova.

 


 

Rakenrol

Regia Henares Quark Paese Filippine, 2010 Genere rock'n'roll youth

Il viaggio più curioso del festival è quello all'interno della scena rock filippina, condotto dal regista Henares con la sincerità de I Gatti Persiani di Ghobadi e l'estro adolescenziale di Scott Pilgrim vs. the World di Wright, la competenza musicale di Once di Carney e l'humour stralunato dei Flight of the Conchords. Il film racconta l'amicizia intima tra Odie e Irene talmente appassionati di rock da voler formare un gruppo, ma la strada per il successo sarà imprevedibile. Musicista egli stesso, Henares racconta il dilettantismo, la cialtroneria, la simpatia del rock filippino, mescolando teen drama e documentario musicale e facendo esplodere il proprio amore per la musica anche attraverso sapidi ritratti satirici, dal rocker iper-sessuato e narcisista all'artista che si diletta in arte fecale. I bersagli forse sono facili, come la parodia del gruppo death metal, ma l'umorismo colpisce nel segno (il regista gay e il suo incredibilmente brutto videoclip) e il film è talmente godibile da mettere di buon umore lo spettatore, anche nel malinconico finale. Perdonabili i difetti, come l'intreccio banale, la gestione del ritmo verso il finale, la regia un po' tirata via. Già piccolo culto.

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Lover's Discourse

Regia Tsang Derek, Wan Jimmy Paese Hong Kong, 2011 Genere romance

Il primo colpo di fulmine del festival è il film d'esordio del duo Tsang e Wan, che racconta una specie di manuale d'amore all'hongkonghese giocando però sul confine tra stile e maniera. Attraverso quattro episodi apparentemente slegati si racconta l'amore e le sue sfaccettature: una passione sopita nell'amicizia che torna a farsi sentire, le fantasie amorose di una ragazza, la passione un po' morbosa per la madre di un amico, la gelosia e la scoperta del tradimento. Per intessere questo affresco, i registi giocano con le variabili del cinema, passando dalla delicatezza a fior di parola del primo episodio all'omaggio cinefilo del secondo, dalla ricostruzione d'epoca del terzo allo splendido pedinamento via sms del quarto, quello più genuino e promettente. Tsang e Wan fanno respirare allo spettatore aria di ironica nouvelle vague, per come volano sui temi e sulle sensazioni sentimentali e per come ricombinano le citazioni, da Rohmer al cinema popolare di Hong Kong, da Wong a Hitchcock. E riescono nell'impresa di trascinare lo spettatore in un vortice che è soprattutto cinematografico, visivo, sensoriale, imperdibile. Per dirla con Ross Chen, “come film pop-art va bene, ma come opera prima è straordinaria”.

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Speciale a cura di Emanuele Rauco

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