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28° Torino FF - Rapporto Confidenziale
Scritto da Alessandro Aniballi   
Wednesday 08 December 2010

Tutti gli "incubi" del 28° Torino Film Festival, proposti nella sezione Rapporto Confidenziale: John Carpenter’s The Ward , Outcast , Vanishing on 7th Street , The Last Exorcism e tanti altri

 

[Cover: The Legend of Beaver Dam di Jerome Sable]

 

INTRODUZIONE

Una strana alchimia magico-orrorifica ha accompagnato l’edizione numero 28 del Torino Film Festival: da un lato la manifestazione è stata posticipata di circa un mese e dunque si è svolta in pieno inverno (26 Novembre - 4 Dicembre) con l’arrivo puntuale della neve e di cieli plumbei, dall’altro presenze e film proiettati hanno contribuito decisamente a creare atmosfere cupe e inquietanti. Tra gli ospiti del festival, ad esempio, vi erano Dario Argento e John Boorman. Il primo, che a Torino a partire da Profondo rosso (1975) ha girato diversi suoi horror, ha proposto al pubblico un film a lui particolarmente caro (Kinoglaz di Dziga Vertov, 1924), il secondo invece è stato omaggiato con il Gran Premio Torino e ha presentato uno dei suoi film cult, l’horror di marca herzoghiana Deliverance (Un tranquillo weekend di paura, 1972).

Ma soprattutto, per la prima volta, il festival ha dedicato un sostanzioso focus al cinema horror. Rapporto Confidenziale è il titolo della sezione fuori concorso che ha ospitato nove film, otto lungometraggi e un corto, tutti più o meno gravitanti intorno al genere orrorifico. I selezionatori, con a capo il vice-direttore del festival Emanuela Martini, possono vantare due meriti innegabili: aver scelto film recentissimi (tutti realizzati nel 2010, tranne Suck che comunque è del 2009) e aver dato voce in particolare a registi semi-esordienti. L’intento perciò era di fornire non solo una mappatura di quel che succede oggi nel cinema horror, ma anche preconizzare quel che potrebbe succedere, quali saranno i protagonisti di una nuova possibile (e auspicabile) stagione di incubi su grande schermo. In ogni caso, a guidare la pattuglia vi era un maestro del genere, John Carpenter, che è tornato alla regia cinematografica con John Carpenter’s The Ward a ben nove anni di distanza dalla sua ultima pellicola, Fantasmi da Marte.

 


 

I FILM

 

John Carpenter’s The Ward

Regia: John Carpenter Paese: USA, 2010 Genere: horror psicologico

Delusione? Ni. Il nuovo attesissimo titolo di John Carpenter non è il film che segna il rilancio del cineasta americano, anzi: The Ward ne attesta piuttosto la sostanziale sopravvivenza. La storia apparente è quella di un gruppo di ragazzine che si aggirano in un ospedale psichiatrico tra desideri di fuga e paura del fantasma di una di loro. Ma in ogni fotogramma si legge tutt’altra vicenda: quella del regista Carpenter che lotta per resistere, per continuare a proporre il suo cinema ormai irrimediabilmente old-style. The Ward è girato in pellicola, ma è stato montato in digitale e verrà proiettato su supporto numerico. Già qui è presente una dolorosa schizofrenia: la cura delle immagini, delle riprese, della messa in quadro è esattamente quella di ogni film di Carpenter, ma la resa digitale raffredda il tutto, svilendone gli sforzi e dando l’idea di un film “from another world”. Così, quel che accade nel manicomio femminile è estraneo alle tematiche tipiche del cinema carpenteriano (la meccanica da buddy-movie figlia di Howard Hawks; l’irriducibilità del Male a qualsiasi spiegazione naturale), ma allo stesso tempo viene raccontato con il piglio del Maestro. Le sequenze ambientate nel salone della clinica, ad esempio, hanno la stessa rigorosa geometria di messa in scena di quelle della sala hobby de La cosa (1982). Altra spersonalizzazione del genio: le musiche si avvicinano più a certo b-horror italiano degli anni Settanta che al resto della filmografia del regista.

 


 

I Saw The Devil
(Akma-reul bo-at-da)

Regia: Kim Jee-woon Paese: Corea del Sud, 2010 Genere: revenge movie

L’unico film non anglo-americano presente nella sezione torinese è stato anche l’unico non horror. Il sud-coreano Kim Jee-woon è regista non disprezzabile nella cura della messa in scena, ma spesso in difficoltà a tenere le redini del racconto. Di lui si ricordano Two Sisters, A Bittersweet Life (entrambi usciti in sala in Italia) e The Good, the Bad, the Weird, disgraziato omaggio a Sergio Leone visto al Far East del 2009. Privo probabilmente di un’idea di cinema personale, Kim stavolta prende a riferimento un modello autoctono, i revenge movie alla Park Chan-wook, sfiorando addirittura l’auto-flagellazione del genere. In I Saw the Devil infatti, il cattivo, un assassino stupratore che guida pulmini scolastici, viene ben presto catturato dal buono, un poliziotto fidanzato con una delle vittime. In mezz’ora sembra tutto già risolto, ma ecco che si spalanca un marchingegno geniale quanto potenzialmente infinito: il serial killer viene lasciato in libertà e tenuto sotto costante osservazione dal poliziotto, pronto a replicare ogni volta il rito della cattura. Ne nasce una folle deriva seriale, in cui la vendetta è instancabile e mai sopita, sempre replicabile, tanto da distruggerne il senso. Vendicarsi diventa un’attività quotidiana, una necessità fisiologica come il mangiare. E allora qui Kim Jee-woon riesce a tematizzare il suo stesso cinema: per lui il gesto del filmare, come quello del vendicarsi, è assolutamente fine a se stesso, puro orgasmo spettacolare.

Trailer

 


 

Vanishing on 7th Street

Regia: Brad Anderson Paese: USA, 2010 Genere: horror catastrofico

Ecco un film che nelle mani di Carpenter sarebbe diventato un capolavoro e che invece sotto la guida di Brad Anderson (di cui si ricorda soprattutto il mediocre L’uomo senza sonno del 2003) prende l’aspetto di un’opera discreta, incapace di spingere a fondo le potenzialità della storia. Il buio si è impadronito del mondo, le ombre chiamano a sé i vivi; non vi è null’altro da fare che cercare delle fonti di luce, quelle poche rimaste, in attesa che un giorno, forse, il sole torni a brillare con la regolarità che un tempo lo contraddistingueva. Gli effetti speciali non sono malvagi, soprattutto perché limitati all’essenziale (ombre che avanzano). Quel che non convince invece è la parabola dei personaggi (privi della icasticità richiesta dal genere), accompagnata a diversi flashback telefonati e non essenziali, cui si affianca una maldestra costruzione della suspense in alcune scene clou (il protagonista zoppo che inciampa continuamente facendo rotolare lontano la torcia, strumento indispensabile per la sopravvivenza). Rimarrà forse nella memoria l’efficacia della metafora di Vanishing on 7th Street: la necessità di una nuova rinascita del pianeta Terra e soprattutto dell’essere umano. Ma anche qui Carpenter con Fuga da Los Angeles (1996) era stato molto più convincente.

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Altitude

Regia: Kaare Andrews Paese: Canada, 2010 Genere: horror adolescenzial-claustrofobico

Veniamo al primo esordiente nel lungometraggio, il canadese Kaare Andrews, che con Altitude ha proposto anche il film meno riuscito della sezione. Cinque ragazzi organizzano una gita in aereo, con Sara, una di loro, a fare da pilota. Tensioni di gruppo, egoismi e mostri da fumetto faranno la loro irruzione nel corso della scampagnata in alta quota. In Altitude vengono descritti dei personaggi elementari e soprattutto non vi è la capacità di travalicare con l’inventiva la claustrofobia dello spazio. Se poi si aggiunge che il regista è un noto fumettista e che ha costruito tutta la vicenda sull’apparizione improvvisa di mostri che passano dalle vignette alla realtà filmica, allora vi si coglie un trito discorso sulla potenza dell’immaginazione e sulle possibilità di materializzazione delle più recondite paure dell’infanzia.

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Damned by Dawn

Regia: Brett Anstey Paese: Australia, 2010 Genere: horror gotico

Altro esordiente, Brett Anstey ha raccontato alla presentazione del suo Damned by Dawn di come sia stato costretto a girare in Australia, terra notoriamente soleggiata, un film che nelle intenzioni doveva essere un omaggio alle nebbiose brughiere inglesi della Hammer Film. Ecco perciò delle nebbioline digitali che fanno un po’ sorridere, ma soprattutto dei mostri digitali che volteggiano come in un videogioco d’annata. Quel che invece spaventa davvero, in una storia in cui si racconta la maledizione dei morti di una famiglia, è l’apparizione di una banshee, spirito femminile che torna dall’aldilà per accompagnare i parenti nell’oltretomba. La banshee in questione, invece di essere riprodotta in digitale, è stata fatta interpretare da una attrice pesantemente truccata con il volto rosso sangue e orribilmente sfigurata in viso. Il trucco reale, in virtù di una maggiore verosimiglianza, perciò dimostra ancora una volta di essere più spaventoso dell’effetto numerico, stavolta (con notevole incoerenza) all’interno dello stesso film. L’idea però di essere dannati perché incapaci di accettare la morte di un familiare non è male e richiama con una certa precisione miti arcaici e contadini.

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Outcast

Regia: Col McCarthy Paese: Uk/Irlanda, 2010 Genere: horror stregonesco

Il terzo degli esordienti della sezione è parso anche il regista più promettente. Outcast è ambientato in una grigia e raggelata Edimburgo ed è una classica storia dei sobborghi quasi alla Ken Loach, tra ragazzi disadattati e servizi sociali, padri ubriaconi e caseggiati abbandonati. Seppur privo di una reale verve registica e con effetti speciali decisamente artigianali, Outcast si avvale però di atmosfere cupe e di una non indegna contestualizzazione socio-politica: potenzialmente tutti i personaggi sono portatori di una carica antropofaga, come rappresentanti di un’umanità che per tirare alla giornata deve mangiare se stessa. Alcuni passaggi della storia, poi, fanno pensare a riferimenti addirittura shakespeariani. In particolare viene in mente Macbeth sia per l’elemento stregonesco che tesse le fila del destino dei personaggi, sia per l’apparizione improvvisa del sangue che resta sulla pelle come un marchio, sia ancora per il bussare alla porta del destino che arriva inesorabile alla fine del film. Insomma, se Col McCarthy in futuro dovesse riuscire a far muovere meglio gli attori in scena e se dovesse avvalersi di effetti più convincenti (non necessariamente più costosi), allora potremmo essere davanti a un regista davvero promettente.

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The Last Exorcism

Regia: Daniel Stamm Paese: USA, 2010 Genere: horror demoniaco

Chi è davvero lanciato nel campo dell’horror contemporaneo è Daniel Stamm, autore di questo The Last Exorcism appena uscito nelle sale italiane in più di 200 copie. Stamm ha costruito un convincente e spaventoso mockumentary, lavorando sulla bassa definizione e quindi limitando all’essenziale gli effetti speciali. In The Last Exorcism vi è senza dubbio il discorso politico-sociale più forte tra i film visti a Torino: un esorcista che ormai ha perso la fede si ritrova nell’arretrata Louisiana dove, non solo è ancora possibile credere al diavolo, ma addirittura il soprannaturale ha una sua precisa ragion d’essere. Con la vicenda del reverendo Cotton, Stamm racconta il contrasto eterno tra civilizzazione e antiche credenze, proponendo anche un ritratto molto d’attualità dell’America ancora divisa tra modernizzazione e tradizionalismo, tra urbanizzazione e spinte puritane e retrograde (il contrasto in corso tra Obama e i Tea Party è chiaramente esemplificativo in tal senso). The Last Exorcism poi usa il digitale enfatizzandone mezzo e formato; e se si tratta di un meccanismo certo non nuovo (il capostipite resta The Blair Witch Project, 1999), in ogni caso si apparenta agli esperimenti più riusciti in questo campo, che vanno da Rec (2007) a Cloverfield (2008).

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Suck

Regia: Rob Stefaniuk Paese: Canada, 2009 Genere: horror musical-parodico

Suck era l’unico horror decisamente parodico, capace di giocare sul rovello di matrice romantica del vendere l’anima al diavolo (questa volta al vampiro) per avere successo. Rob Stefaniuk è riuscito ad avere nel cast nientemeno che Iggy Pop e Alice Cooper per il divertente ritratto di una scalcagnata rock-band, rimessa a nuovo e resa più aggressiva e affascinante dai lunghi denti canini. Forse l’elemento più riuscito della storia è l’assenza di dilemma morale sia in quasi tutti i membri della banda (chi sa dov’è il bene è naturalmente il protagonista) sia nel produttore discografico che nel factotum (colui che è costretto ogni volta a pulire il sangue e a consegnare giovani ragazze ai vampiri-artisti): l’illegalità e l’omicidio sono assolutamente giustificabili se in cambio si riesce ad avere lo charme tipico della star maledetta e dunque il successo e i soldi che ne conseguono. Un po’ moraleggiante? In effetti sì se si vanno a leggere le dichiarazioni del regista che ha parlato di metafora della droga (“il vampiro è il drogato”) e se si pensa che a un ex-maudit come Iggy Pop è stato affidato il ruolo del vecchio saggio ormai definitivamente rinsavito. Ma la messa in scena dell’inconsapevolezza del male quando si è forti dell’adorazione del pubblico – i vampiri uccidono praticamente senza accorgersene – è un qualcosa che riesce a cogliere nel segno.

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The Legend of Beaver Dam

Regia: Jerome Sable Paese: Canada, 2010 Genere: musical-horror

Oggetto alieno e bizzarro, l’unico cortometraggio della sezione, è forse il titolo più riuscito presentato in Rapporto Confidenziale. The Legend of Beaver Dam è il racconto, fatto attorno al fuoco, di un ragazzino nerd, bellamente insultato da tutti a partire dall’insegnante, che costruisce intorno a se stesso una fantasia fatta di appagamento, mostri e rivincita, in un delirio musicale spassoso. Jerome Sable gira con grande sicurezza dei propri mezzi, lavora magnificamente con effetti speciali non digitali e regala un minuscolo e geniale compendio di tutto lo slasher anni Ottanta: la mostruosità è sempre un segno del passaggio alla fase adulta legata al desiderio e alla sessualità.

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Conclusioni

Per una volta perciò Torino, che da molti è considerata la città di Satana per una forte tradizione magica e occultista, ha regalato dei bei “brividi freddi”, sia in sala che fuori. Se poi non tutti i film di Rapporto Confidenziale hanno convinto, quel che è rimasto un poco indigesto è l’eccessiva attenzione data ai prodotti anglo-americani. L’unica eccezione era il coreano I Saw the Devil che però, per l’appunto, non era neppure un horror.

Fortunatamente (o sfortunatamente, dipende dai punti di vista) l’immaginario orrorifico è addirittura tracimato in altre sezioni del festival. Tra i film in concorso vi era Vampires del belga Vincent Lannoo, un altro mockumentary dal taglio decisamente satirico. Vi si immagina una troupe televisiva alle prese con un documentario sui vampiri al giorno d’oggi, nostri vicini di casa e molto attenti a non rompere i vincoli sociali che li legano agli umani. Perciò, quando è il momento di nutrirsi, è preferibile vampirizzare un immigrato clandestino senza permesso di soggiorno. Le colpe della società occidentale sono quindi rilette in un’ottica vampiresca in cui ci si abbevera del sangue degli esclusi e dei reietti per continuare a vivere al di sopra dei propri mezzi (i vampiri infatti non lavorano, almeno nella prima parte del film).

Ma forse nell’ampio ventaglio di proiezioni offerte dal festival il momento più orrorifico in assoluto è stato il finale di The Dead (1987) di John Huston, ultimo film del grande cineasta americano cui era dedicata la retrospettiva principale. Qui la morte viene rappresentata come invisibile, relegata dietro un colpo di vento o un fiocco di neve, ma sempre pronta a intervenire, ben sapendo che un giorno tutto sarà suo.

 

Speciale a cura di Alessandro Aniballi

 

» 2 Commenti
1"horror TFF"
il Thursday 09 December 2010 06:44by soloparolesparse
Sono quasi daccordo sull'intera analisi (a a parte, comprensibilmente, alcune divergenze sui film). 
L'unica correzione è che non è certo la prima volta che il TFF da spazio all'horror che è sempre ben presente nel programma torinese. 
A volte anche con retrospettive esaltanti (ricordo negli anni quelle complete su Carpenter e Romero). 
Qui tutte le mie recensioni sui film visti al TFF28 http://www.soloparolesparse.com/tag/tff2 8/
2Commento
il Thursday 09 December 2010 21:15by alessandro aniballi
assolutamente d'accordo con te. Solo che quella su carpenter era una retrospettiva su un unico autore; quello che è stato fatto quest'anno è un tentativo di scandagliare l'horror contemporaneo, pescando tra diversi autori (un focus, una sezione dedicata solo a quello). La retrospettiva andava al di là del "genere horror" e anzi proponeva carpenter come autore tout court (anche perché non ha fatto solo horror), così come si era deciso di fare con romero; la cui retrospettiva se ricordi fu accoppiata con la retrospettiva sul cinema di straub e huillet, un cinema praticamente agli antipodi. Però, a questo punto sono curioso sui film. Quali hai preferito?
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