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Professione sceneggiatore: intervista ad Angelo Pasquini
Scritto da Gabrielle Lucantonio   
Wednesday 20 May 2009

Intervista allo sceneggiatore e regista Angelo Pasquini, collaboratore di Daniele Luchetti, Sergio Rubini, Michele Placido e Mario Brenta.

 

Sta per uscire sugli schermi Il Grande sogno, di Michele Placido, sceneggiato da Angelo Pasquini. Nato il 1° maggio 1948, Pasquini ha esordito verso la fine degli anni ’80 come sceneggiatore cinematografico e televisivo, arrivando anche alla regia con il dramma carcerario Santo Stefano (1997) e lavorando con Daniele Luchetti (Domani accadrà, La settimana della sfinge), Michele Placido (Le amiche del cuore, Un eroe borghese), Mario Brenta (Barnabò delle montagne) e Sergio Rubini (La Terra, Colpo d’occhio). Insegna Teoria e tecnica della sceneggiatura presso la facoltà di lettere e filosofia de La Sapienza e tiene un laboratorio di sceneggiatura presso l'Università di Padova.

Qual è stata la sua formazione?
Ho iniziato scrivendo racconti. Poi, alla fine degli anni '70, sono passato alla scrittura satirica, facendo esperienza sul settimanale “Il Male”. La mia era una satira nuova, dalla quale ha attinto molta della satira odierna. Il passaggio al cinema è stato laborioso: non ho fatto nessuna scuola e non ho avuto nessun maestro, nel senso che ho conosciuto autori già affermati solo in un secondo momento. Sono un autodidatta.

La sceneggiatura deve essere costruita all'interno di una gabbia narrativa o essere scritta in piena libertà?
Gli sceneggiatori italiani del periodo d'oro, hanno fatto benissimo a mettere da parte le strutture esistenti per innovare. E hanno innovato soprattutto nella commedia. Ma non tutti hanno avuto, o hanno, la capacità di farlo. Ad esempio, gli americani, amano molto le strutture, noi no: è una questione di atteggiamento.


(Nella foto: Santo Stefano di Angelo Pasquini)

Perché alcuni grandi romanzieri hanno avuto difficoltà a scrivere per il cinema?
Il cinema è un'arte molto diversa della letteratura. Sostanzialmente, è un'arte audiovisiva: chi scrive per il cinema visualizza immediatamente, usa il linguaggio in un'altra maniera, non può compiacersi della scrittura in quanto tale, ma deve preoccuparsi della sua funzionalità. Una sceneggiatura deve avere il respiro narrativo di un romanzo e, allo stesso tempo. la capacità di sintesi del teatro: il libro si chiude e si apre, il film si vede nel suo complesso. Quindi è importante saper scandire un ritmo cinematografico, ma non tutti riescono ad avere questa sintonia. Truffaut diceva: «Troppe sceneggiature nel cinema mondiale sono concepite in funzione dell'effetto ottenuto negli uffici della produzione. Sono quasi dei romanzi in immagini, gradevoli da leggere e promettenti. Probabilmente riusciranno anche a mantenere le loro promesse (sempre se, regista e attori, avranno lo stesso talento dello scrittore). Non si tratta qui di biasimare il racconto lineare - Ladri di biciclette ne è uno degli esempi più belli - ma di suggerire che, il merito di sceneggiature come quelle di Il grande sonno, Intrigo internazionale, Il paradiso può attendere o Estasi di un delitto di Buñuel, è più grande. Perché la logica del cinema ha le sue regole, non ancora sufficientemente indagate né enunciate e proprio attraverso opere come quella di Buñuel e di altri registi-sceneggiatori, si riuscirà un giorno a metterle in evidenza». Truffaut si riferisce soprattutto a Buñuel e al suo rapporto di grande libertà con il tempo narrativo, in particolare nell'uso dei flash-back.

Ugo Pirro ha affermato: «Un soggetto cinematografico si scrive con la penna e con la cinepresa. La penna è stretta fra le dita, la cinepresa è situata accanto all'occhio, alla stessa altezza, se non addirittura incorporata nella pupilla». Lei cosa ne pensa?
È vero. Un soggetto, come anche la sceneggiatura, viene scritto proprio in questo modo. Però, nelle sceneggiature, anche l'orecchio è fondamentale: il parlato della lingua, i toni. La cosa straordinaria del cinema è che proietta sullo schermo ciò che l'uomo per millenni ha vissuto soltanto in sogno.

Il paesaggio, gli oggetti sono degli elementi fondamentali del racconto o sono solo degli accessori?
Il paesaggio è fondamentale, serve per raccontare una storia. In Domani accadrà di Daniele Lucchetti, al quale ho lavorato, c'è un'idea di spazio che è interessante. All'inizio è una prateria senza confini, proprio come il paesaggio western, poi viene ridotto e diventa uno spazio esiguo. Solo alla fine, quando i protagonisti si ritrovano, c'è di nuovo la fuga nello spazio aperto.


(Nella foto: Domani accadrà di Daniele Luchetti)

In Domani accadrà, la scommessa tra il prete e il nobile, mi ha fatto molto pensare alla Dispute di Marivaux, e al pensiero di Rousseau sulla bontà dell'uomo selvaggio...
L'ispirazione a Rousseau è evidente. Per me è un autore pieno di stimoli: aveva una grande capacità visionaria, più di tutti gli altri illuministi. Ma l'intreccio del film si ispira in un certo modo al romanzo di un altro illuminista, Candide di Voltaire.

Quale fase di scrittura preferisce: il soggetto, la scaletta, il trattamento o la sceneggiatura?
Il soggetto è la fase creativa più entusiasmante, quella in cui si inventa la storia e quindi dove c'è la nascita di qualcosa di miracoloso. Poi ovviamente la sceneggiatura, e quindi la fase in cui tutta questa parte scritta si avvicina maggiormente al cinema e, improvvisamente, già nelle pagine, diventa film. In mezzo, c'è un grande lavoro. Il trattamento infatti ha un'importanza notevole, sono stati proprio gli sceneggiatori italiani ad inventarlo. In America non si usa. In Francia non so...

In Francia, c'è qualcosa che si chiama “traitement”, di circa 12 pagine, come un soggetto italiano...
Qui il trattamento è una specie di romanzo. In un certo senso, gli sceneggiatori italiani, scrivono prima il romanzo e poi la sceneggiatura dei loro film.

Il trattamento non piace ai giovani...
Invece il trattamento è fondamentale. Age e Scarpelli hanno inventato moltissimo. Per loro, il trattamento, aveva un ruolo decisivo nella costruzione della storia.

Furio Scarpelli dice: «Nel cinema americano, in genere, si scrivono sceneggiature tratte da commedie, novelle e romanzi, tutte opere realizzate fuori dall'intento cinematografico».
I grandi romanzi degli anni '60, li hanno scritti gli sceneggiatori italiani: Tutti a casa, La grande guerra, Una vita difficile...

Purtroppo non si trovano quasi più i testi originali di quei film...
Gli sceneggiatori di una volta, avevano un altro rapporto con il cinema, lo hanno vissuto con più leggerezza e hanno buttato via le loro sceneggiature, senza pensarci due volte. Successivamente il ruolo dello sceneggiatore è stato rivendicato, in maniera quasi conflittuale rispetto ai registi.

 

INTERVISTA A CURA DI GABRIELLE LUCANTONIO

 
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