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Intervista a Giulio Questi
Scritto da Alessandra Sciamanna   
Saturday 12 July 2008

Intervista al regista cult di Se sei vivo spara e La morte ha fatto l'uovo riguardo la sua ultima produzione digitale "By Giulio Questi". E non solo...

 

A circa trent'anni di distanza dal suo ultimo lavoro per il cinema, Giulio Questi - regista cult di film come Se sei vivo spara e La morte ha fatto l'uovo – torna all'attivo grazie al digitale, realizzando alcuni cortometraggi visionari e fortemente sperimentali. Armato solo di una piccola telecamera, è riuscito a sfruttare al massimo tutto ciò che aveva a disposizione, lasciando che creatività e ingegno prendessero il sopravvento. Un vero e proprio artigiano del cinema, che ha trasformato la sua casa in una piccola bottega delle meraviglie e la sua persona in un vero e proprio uomo-cinema. Tutta la produzione digitale di Giulio Questi (sette cortometraggi per un personalissimo “Ai confini della realtà”) è raccolta in un'edizione a doppio dvd targata RHV, dal titolo “By Giulio Questi” [leggi la news].

Abbiamo incontrato il maestro nella sua casa di Roma per farci raccontare tutti i dettagli di questa sua ultima produzione.

 

Come nascono i cortometraggi di “By Giulio Questi”?

In realtà è nato tutto per caso, in maniera molto spontanea. Era un periodo che scrivevo molto, soprattutto racconti, poiché avevo rotto con la televisione, per la quale era diventato impossibile lavorare: non c'era più la possibilità di presentare un progetto che non fosse schiavo del marketing. Inoltre ero molto incuriosito dalle tecnologie digitali, avevo letto tante riviste che decantavano l'arrivo di queste nuove telecamere, finalmente in grado di dare risultati professionali. Passavo spesso davanti ad un negozio che ne aveva una bellissima in vetrina, ma il costo proibitivo non mi faceva mai varcare la soglia. Finché un giorno, dopo un duro intervento dal dentista, mi è venuto automatico - forse come consolazione - varcare finalmente quella soglia e acquistare la mia prima telecamera digitale. Subito dopo l'acquisto mi sono pentito: ero caduto anch'io nella trappola del consumismo. Così, decido di riporla nell'armadio e di non utilizzarla. Mi ricapita tra le mani dopo un po' di tempo, e subito ne resto nuovamente affascinato: la uso. Resto colpito soprattutto da come la telecamera cattura la luce, dalla sua sensibilità. Gli oggetti della casa, filtrati attraverso questo apparecchio, non sembravano più gli stessi. Inizio ad inquadrare tutto, ogni singolo particolare e monto queste riprese con un programma che avevo in dotazione sul computer. È iniziato tutto così, da queste piccole prove; le idee non mi mancavano di certo, così ho iniziato a “girare” i miei racconti.

A tal proposito, lei ha affermato di aver utilizzato la telecamera come lo scrittore utilizza la penna.

Si, faccio spesso questo parallelo per far capire che tutto nasce e finisce sulla mia scrivania. La telecamera digitale consente una certa immediatezza: ti viene un'idea e subito la puoi concretizzare. Durante la stesura di un racconto puoi cancellare e riscrivere un periodo che non ti piace, stessa cosa puoi fare con la telecamera digitale.

 

Cosa crede di aver perso, o acquistato, col passaggio dalla pellicola al digitale?

Per me l'unico svantaggio del digitale è che - ancora - non puoi proiettare su grande schermo ottenendo gli stessi risultati della pellicola, a causa della bassa risoluzione. A meno che, come nell'industria, non si facciano particolari riversamenti che in casa non è possibile fare. Sono sincero, la pellicola è una gran rottura di scatole; la devi conservare a determinare temperature, si deteriora facilmente, il montaggio è più difficoltoso e poi tutto è più dispendioso. La pellicola resterà per sempre un mito, ma il digitale è uno strumento grandioso, ed è il linguaggio del futuro. Consente di lavorare in piena libertà, in piena economia, e smuove la creatività del regista. Ho potuto realizzare tutto da solo, artigianalmente: carrelli arrangiati trascinando con un panno la telecamera sul pavimento, lampade ricoperte da coni di cartone, maschere e vecchi vestiti. Quando non hai mezzi, tutto diventa utile.

Da dove provengono i personaggi che abitano le sue storie?

Spesso, sono fantasmi del passato, ricordi e incubi della guerra di resistenza. In Visitors, per esempio, racconto della visita notturna di alcuni fantasmi morti durante la guerra. Avevo appena vent'anni quando ho fatto la resistenza, e mi ha segnato profondamente. Amo comunque unire a temi così seri degli elementi di rottura presi dalla cinematografia trash e surreale. Sempre in Visitors, infatti, ho voluto mettere una scena dissacrante: quando tolgo la maschera al fantasma sotto c'è uno zombi disgustoso.

 

Sta già lavorando a nuovi cortometraggi?

Si, sto già girando nuove storie. Ho concluso Neuro Noir, che è la storia di una nevrosi. Un uomo non riesce a fidarsi più di nessuno e inizia a detestare tutti quelli che lo circondano; dovrà fare i conti con la vendetta dei suoi amici. Poi, sto lavorando anche a un cortometraggio su una stripteaser...

 

DICHIARAZIONI - RITORNO AL PASSATO:

«Ho una specie di repulsione per i miei vecchi film, tranne che per Se sei vivo spara. Si tratta di un problema di memoria, più che di una questione qualitativa. Il western è stato una grande avventura, lo ricordo ancora come una bella esperienza, a tutti gli altri film lego invece periodi della mia vita in cui ero scontento. Non li trovo così male, ma non mi fanno neanche grande simpatia. La cosa paradossale è che Se sei vivo spara l'ho girato su commissione, gli spaghetti western non mi appassionavano affatto, li trovavo divertenti ma del tutto infantili. Mi piacevano solo quelli americani. Tutto è nato per caso: io e Franco Arcalli stavamo scrivendo La morte ha fatto l'uovo, ma non avevamo un produttore. Durante uno dei nostri incontri di lavoro fummo interrotti dal campanello. Era il produttore Sandro Iacovoni, che veniva ad offrirci un lavoro: la possibilità di fare un film western, a patto di fargli avere un soggetto per il mattino seguente. Con Franco abbiamo iniziato a buttare giù la trama, inserendo le solite cazzate del western: assalti, banditi, oro. Inoltre, essendo tutti e due partigiani, abbiamo alimentato la storia inserendo le nostre brutte esperienze di guerra. Iacovoni ci diede due lire per iniziare, scrissi la sceneggiatura e nacque il copione di Se sei vivo spara. Girammo a Madrid: una faticaccia, era Agosto e faceva un caldo infernale. Non avevamo soldi per girare in Almeria nel deserto, come facevano tutte le produzioni dell'epoca, così andai alla ricerca di una location più economica. Trovai un cantiere in cui stavano raspando il terreno, una distesa bianca in periferia. Sembrava proprio un deserto, dovevamo solo stare attenti a non inquadrare ruspe e case. Ogni due, tre giorni, il girato partiva in aereo per Roma: andava forte ed erano tutti contenti. Una notte mi arrivò addirittura una telefonata di Corbucci: gli avevano fatto vedere il mio materiale e voleva sapere dove stavamo girando. Gli spiegai che era un quartiere edilizio con case e ruspe. Ci rimase un po' male… e si rese conto che era più facile girare come tutti in Almeria». (Giulio Questi)

 

INTERVISTA A CURA DI ALESSANDRA SCIAMANNA

» 1 Commento
1"Grande Giulio Questi"
il Wednesday 18 February 2009 12:43by Stefano Jacurti
Se sei vivo spara: quando conobbi Giulio Questi dissi queste parole al teatro San Genesio per l'anteprima di Inferno bianco: salì sul palco e dissi: Arcana...la Morte ha fatto l'uovo...Se sei vivo spara...il western che nessuno aveva osato fare...ma lui è vivo..eccome se è vivo..e spara ancora con i suo corti...GIULIO QUESTIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII! (e venne giù il teatro) fu una serata bellissima. Alla fine dopo aver chiacchierato insieme, lo accompagnai alla macchina. Era tutto rosso in faccia, felice. 
lo salutammo tutti, poi mi incamminai e all'improvviso mi voltai e lo chiamai: Giulio!!!! e con la mano gli feci il gesto di sparargli, lui sorrise, perchè per me quel gesto significava voler bene a qualcuno. 
----------- 
i suoi corti sono assolutamente geniali!
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