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Don Backy: attore (non) per caso - intervista esclusiva
Scritto da Alessandra Sciamanna, Daniele 'Danno' Silipo   
Tuesday 16 June 2009

Intervista esclusiva al cantante/attore Don Backy, in occasione della rassegna Don Backy: attore (non) per caso, che si è svolta alla Sala Trevi di Roma.

 

Si è tenuta il 4 Giugno alla Sala Trevi di Roma, la rassegna Don Backy: attore (non) per caso a cura di Gabrielle Lucantonio. Una giornata interamente dedicata ai film interpretati dal noto cantante/attore, un volto unico che, nonostante una carriera cinematografica tutto sommato breve, ha saputo lasciare il segno. Come ricorda la stessa curatrice dell'evento Gabrielle Lucantonio, Don Backy (all'anagrafe Aldo Caponi), a differenza di altri cantanti/attori come Celentano e Morandi, in ogni film recita un ruolo diverso e non si limita a rifare se stesso, pone la sua faccia e la sua espressività in funzione del personaggio dimenticandosi di essere Don Backy. Tre i film proiettati in questa occasione: Satirycon di Gian Luigi Polidoro, Banditi a Milano di Carlo Lizzani e Cani Arrabbiati di Mario Bava.

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere in privato con Don Backy per ripercorrere la sua carriera d'attore e riscoprire un pezzo di cinema italiano che oggi non esiste più.

 

Come si è avvicinato al cinema?

Ho iniziato con una piccola partecipazione nel film del '53 Canzoni canzoni canzoni di Domenico Paolella: cantavo un brano che poi avrebbe fatto parte del mio primo 45 giri. Dopo qualche musicarello, come L'immensita e Cleopazza (una parodia di Cleopatra), nel '67 ho incrociato il cinema di qualità. Ero al Festival di Sanremo, con il brano L'immensità, e mi chiamò un agente cinematografico, Roby Ceccacci. Mi disse che il regista Gianni Puccini stava allestendo il cast per I sette fratelli Cervi e mi voleva nel film: mi aveva visto in televisione e secondo lui avevo la faccia giusta per fare il cinema. Così sono sceso a Roma e ho firmato il contratto, è iniziato un po' tutto da lì. Ne I sette fratelli Cervi c'era anche Gian Maria Volonté, durante le riprese abbiamo stretto una forte amicizia. A volte, la sera, ci invitavano a delle piccole conferenze, per dialogare con gli abitanti di questi piccoli centri; guarda caso saltava sempre fuori una chitarra e cantavamo per tutto il tempo. Gian Maria si divertiva, gli piaceva molto. Amava una canzone in particolare e me la chiedeva tutte le volte, Quando ti senti un po' giù di Ico Cerutti, un valzerone da cantare tutti in coro. Una sera, tornando da una di queste performance, Gian Maria mi disse che dopo I sette fratelli Cervi avrebbe girato Banditi a Milano di Carlo Lizzani, e aggiunse: “parlo con Lizzani, se non ti prende a recitare nel film gli dico che darò forfait”. Gianni Puccini scrisse anche una lettera a Lizzani, dicendo che ero uno portato e, anche quando in scena non avevo una battuta o un'azione particolare da fare, inventavo sempre qualcosa di mio per non stare con le mani in mano, senza far niente. Carlo Lizzani poi mi confermò anche per Barbagia. Quindi evidentemente ero all'altezza della situazione, anche perché affiancare un buono a nulla a un attore come Volonté, credo non giovasse a nessuno.

 
Oggi si sente più attore o cantante?

Mi sento decisamente più cantante e autore. Devo ammettere che, anche il cinema, mi prese molto la mano: il set mi dava una scarica di adrenalina, eccitava la mia creatività. Una bella sensazione, che purtroppo ho perduto quando poi ho smesso di recitare. Tutte le forme d'arte che ho affrontato, sono andate a soddisfare la mia personalissima curiosità: i fumetti che ho disegnato, i quadri che ho ho dipinto, il teatro che ho fatto. Ho sempre aperto una strada tra me e l'arte, anche quando non avevo una specifica cultura in merito: la testardaggine mi ha sempre spinto a realizzare ciò che sentivo dentro e a imparare dagli altri. Ho appreso molto, per esempio, da Hugo Pratt, il mio idolo e il mio maestro: mettevo davanti a me i suoi fumetti e prendevo spunto. E così è stato anche in altri campi.


(Sul set di Barbagia con Carlo Lizzani)

 
Come mai si è allontanato dal cinema?

Il divorzio con il cinema è stato piuttosto consensuale, e la cosa non mi hai mai rattristato più di tanto. Oggi riesco a capire anche il perché di questo distacco. Per anni, si è vociferato che parte della colpa fosse mia, o meglio delle mie scelte artistiche, poiché ho interpretato molti film di “seconda categoria”, come i decamerotici. Io non credo sia questa la ragione, anche perché la cosiddetta cinematografia di serie B, è comunque un'espressione d'arte che ha alle spalle persone di un certo spessore, che non per questo hanno smesso di fare il loro lavoro (vedi Vittorio de Sica in Dracula cerca sangue di vergine... e morì di sete!). Credo che la ragione sia un'altra: come me, anche altri cantati/attori (Celentano, Ranieri e Morandi), hanno avuto una parabola discendente. In pratica, siamo stati usati perché avevamo una grande popolarità e, in quel determinato momento, “funzionavamo” anche su grande schermo. Poi, quando questa popolarità, intorno alla metà degli anni '70, ha cominciato a scemare – Morandi, Ranieri, ma anche lo stesso Adriano, facevano molta fatica a restare a galla come cantanti – guarda caso è venuta meno anche la possibilità di fare cinema.

 
Che tipo era Mario Bava, e cosa ricorda della sua esperienza sul set di Cani arrabbiati?

Mario Bava era un mattacchione, un tipo divertente, simpatico da morire. Recitare in Cani arrabbiati è stata una grande esperienza. Anche in questo caso ho avuto molta sfortuna: pensavo che Cani arrabbiati potesse essere il mio trampolino di lancio definitivo. Fosse uscito in quel periodo, credo avrebbe dato una bella svolta alla mia carriera di attore. Invece il film non è mai uscito nella sale: all'epoca il produttore Loyola fallì e il materiale fu sequestrato dai creditori. Rimase invenduto e non montato per tanto tempo. Solo una decina di anni fa, Lea Lander, un'attrice tedesca che faceva parte del cast, ha comparto questo materiale, lo ha montato e lo ha fatto uscire in dvd ottenendo una grande successo.

 
Tra i film che ha interpretato, quale ricorda con più piacere?

Quelli più coloriti e colorati. Ho amato molto il Satyricon di Polidoro per tante ragioni, soprattutto per il clima che ho respirato sul set. Sono legato al film anche perché l'ho girato in un momento felice: io e mia moglie volevamo avere un bambino e lo mettemmo in cantiere proprio durante il periodo delle riprese.

 
Cosa ne pensa dell'attuale produzione cinematografica italiana?

Oggi il cinema italiano lo seguo molto poco, perché al di là di qualche regista sicuramente all'altezza (tipo Giuseppe Tornatore e Pupi Avati che sono una buona continuazione dei vari Rosi, Risi, Lizzani e Monicelli), i registi cosiddetti “giovani” non mi interessano affatto, o meglio non mi interessa il loro cinema. Fanno film per ragazzetti e anche gli attori sembrano ragazzetti che “recitano di recitare”. Poi per carità, è un cinema che va bene e ha il suo pubblico, quindi non mi permetto di giudicare, è solo gusto personale. Invece amo molto il cinema americano, il cinema di genere francese (ad esempio i film in costume, i gialli e le commedie leggere), e il cinema inglese. Mentre i film italiani, secondo me, si sono fossilizzati troppo sulla politica e sulla mafia, argomenti che mi hanno un po' stancato.

 
Oggi lo farebbe un film con Pupi Avati o Giuseppe Tornatore?

Magari! Tra l'altro con Pupi ci siamo visti qualche mese fa. Gli ho portato il mio libro Questa è la storia, che è un po' il racconto della mia avventura musicale, dal 1955 al 1969. Non è solo un libro in prosa, ma una specie di enciclopedia, poiché ricco di documenti e fotografie, lettere di Mario Riva e Giorgio Gaber: tutto materiale che ha attraversato la mia storia e il mio destino musicale. Volevo che Pupi leggesse il libro e considerasse la possibilità di tirarne fuori una sceneggiatura ma, del tutto onestamente, mi ha risposto: “non conosco abbastanza questo periodo, da buon amante del jazz la mia cultura musicale si è fermata agli inizi del rock'n'roll. Non rientra quindi nella mia sensibilità, non sarei adatto”. Credo che la persona più giusta per questo tipo di film, ovvero un affresco dell'Italia di allora, che racconti la storia del paese, attraverso le canzoni e tutti i fatti di cronaca accaduti durante la mia attività artistica, potrebbe essere proprio il Giuseppe Tornatore di Nuovo cinema paradiso o, se fosse ancora vivo, il Sergio Leone di C'era una volta in America. Nelle loro mani, verrebbe fuori un capolavoro.


(Sala Trevi: Gabrielle Lucantonio e Don Backy)


(Da sinistra: Lamberto Bava, Carlo Lizzani, Gabrielle Lucantonio, Don Backy, Fabrizio Cerqua)

 

Don Backy: attore (non) per caso.
Il programma della giornata.

ore 17.00
Satyricon(1969)
Regia: Gian Luigi Polidoro; soggetto: dal libro omonimo di Petronio Arbitro; sceneggiatura: Rodolfo Sonego; fotografia: Benito Romano Frattari; musica: Carlo Rustichelli; montaggio: Giancarlo Cappelli; interpreti: Don Backy, Franco Fabrizi, Mario Carotenuto, Ugo Tognazzi, Tina Aumont, Graziella Granata; origine: Italia; produzione: Arco Film, Cineriz Distributori Associati; durata: 110’
Le disavventure picaresche di Encolpio e Ascilto ai tempi di Nerone. Senza soldi e senza scrupoli vagano per l’Impero, attratti dal miraggio di un’improbabile villeggiatura (!), ma il loro viaggio è costellato da una serie di incontri più o meno fortunati, che cambieranno il corso della loro vita: dalla schiava Gitone, della quale entrambi si invaghiranno, salvo sorprese, al filosofo Eumolpo, che alla sua morte brama di essere divorato dai suoi allievi, al ricco Trimalcione, che tiene banco in cene luculliane a base di eros e morte. I vizi capitali secondo gli antichi romani: una caduta vertiginosa negli istinti più bassi dell’animo umano e la perdita d’innocenza in una società che sta crollando sotto i colpi dell’amoralità. Film nato per sfruttare l’onda del successo preannunciato del Satyricon felliniano, riuscì a batterlo sul filo di lana, uscendo prima nelle sale, ma non gli arrise il successo e cadde nel dimenticatoio. Sorte immeritata perché il film ben riproduce lo spirito del capolavoro di Petronio, coniugandolo con la propensione verso il basso del cinema commerciale, elevato però dalle straordinarie caratterizzazioni di Tognazzi (Trimalcione) e Carotenuto (Eumolpo), i quali riconducono l’intera operazione sui sentieri dell’arte (cinematografica). Don Backy è perfetto nella parte di Encolpio con la sua selvaggia vitalità, mentre Franco Fabrizi ritrova nei panni del furbo e fannullone Ascilto tratti di personaggi a lui cari.

ore 19.00
Banditi a Milano(1968)
Regia: Carlo Lizzani; soggetto: C. Lizzani; sceneggiatura: Massimo De Rita, Dino Maiuri, C. Lizzani; fotografia: Giuseppe Ruzzolini; musica: Riz Ortolani; montaggio: Franco Fraticelli; interpreti: Gian Maria Volonté, Tomas Milian, Margaret Lee, Don Backy, Ray Lovelock, Ezio Sancrotti; origine: Italia; produzione: Dino De Laurentiis Cinematografica; durata: 102’
La caduta della banda capitanata da Pietro Cavallero, che nella seconda metà degli anni Sessanta si rese protagonista di 17 rapine. «Banditi a Milanoesordisce con un’analisi della nuova malavita milanese, impostata sul racket all’americana che controlla la prostituzione, il gioco, i locali notturni. È una panoramica frettolosa e discutibile, ma il film migliora sensibilmente quando si concentra sulla cronaca. Ne deriva un resoconto moderno e grintoso, passato alla scuola del buon giornalismo televisivo. Il merito maggiore di Carlo Lizzani è di rappresentare i fatti a botta calda senza intrusioni romanzesche o appesantimenti polemici. L’assunto è di ricostruire, a grandi linee, ciò che è accaduto: ed è una testimonianza concreta che offre l’occasione di meditare sul mondo in cui viviamo. Nella parte del capo esaltato e vanitoso, Gian Maria Volontè è bravissimo come sempre capita ai nostri attori quando possono tornare al dialetto nativo. Tra i volti che circondano il protagonista ricordiamo Don Backy, un buon acquisto per il cinema, l’ottima Laura Solari e il musicista Giorgio Gaslini in veste di biscazziere» (Kezich).

ore 21.00
Incontro moderato da Gabrielle Lucantonio con Don Backy, Lamberto Bava, Fabrizio Cerqua, Carlo Lizzani.

a seguire
Cani arrabbiati (1974)
Regia: Mario Bava; soggetto e sceneggiatura: Alessandro Parenzo, Cesare Frugoni da un racconto di Ellery Queen; fotografia: M. Bava; musica: Stelvio Cipriani; montaggio: Carlo Reali; interpreti: Riccardo Cucciolla, Maurice Poli, George Eastman [Luigi Montefiori], Don Backy, Lea Lander [Lea Krüger]; origine: Italia; produzione: Loyola Films; durata: 95’
«Spesso sui gialli Mondadori apparivano queste storie con alla fine un completo ribaltamento di prospettiva, che lui amava molto. Tra questi, trovò un piccolo racconto e ne trasse la sceneggiatura. Era un film che si sviluppava in tempo reale, nel senso che l’ora e mezzo del film era un’ora e mezza delle avventure dei personaggi. Raccontava la storia di una rapina in banca andata male, per cui i banditi in fuga prendevano un ostaggio, fermando a casa una macchina in strada. L’ostaggio era interpretato da Riccardo Cucciolla, che aveva con sé un bambino. Durante il viaggio con i banditi ne succedono di tutti i colori ma poi, proprio in coda al film, si arriva ad una soluzione incredibile e sorprendente» (Lamberto Bava). «L’ossessione del coltello fu una mia invenzione. Mi divertivo a fare degli scherzi a Luigi Montefiori quando eravamo in macchina. Gli feci credere che da ragazzo mi avevano scartato dal servizio militare per un problema neurologico e che ero stato ricoverato all’ospedale Sangallo di Firenze, nella sezione dei “partiti di cervello”. Quando lui era seduto al mio fianco, mi facevo prendere dai raptus, armeggiando con il coltello. Montefiori allora andava da Bava e gli diceva: “Mario, questo qua è mezzo matto! Levamelo di torno!”. Il clima goliardico aiutava la lavorazione del film, e anche la creazione dei personaggi: il personaggio di “Bisturi” è frutto di questa mia sedicente follia» (Don Backy).

 

INTERVISTA A CURA DI ALESSANDRA SCIAMANNA, DANIELE 'DANNO' SILIPO
FOTO SALA TREVI DI JACOPO COCCIA

 
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