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Speciale Sulmona Cinema 2009
Scritto da Daniele 'Danno' Silipo, Alessandra Sciamanna   
Thursday 12 November 2009

Tutte le "visioni" del Sulmona Cinema 2009: Alveare, Pene d’amore, So che c’è un uomo, Ragazze la vita trema, La pivellina, Phantasm IV, Linee d'ombra e l'incredibile sezione Dei Muri.

 

IL FESTIVAL

Un’esperienza culturale quasi trentennale non può fermarsi davanti a nulla, neanche davanti alla devastazione del terremoto dello scorso 6 aprile: il ‘dovere’ viene prima dello sconforto. Perché, come afferma la sigla del festival, “nulla abbiamo noi che non sia mortale ad eccezione dei beni del cuore e del talento”. Il dovere di assecondare quell’immortalità dello spirito, inteso come spugna che assorbe gli stimoli dell’arte e dalla cultura, è stato fortemente avvertito dal presidente Patrizio Iavarone, dal direttore artistico Roberto Silvestri, e da tutto lo staff del Sulmona Cinema, espostosi in prima persona (senza la sicurezza di un ritorno) per far si che tutto andasse a buon fine.

Sono cose che di solito non succedono in altri festival, magari più ricchi nel portafoglio ma sicuramente più poveri nel cuore. Perché Sulmona Cinema non è un Festival come gli altri, è un’isola felice fatta di persone più che di personaggi, di passione ardente più che di apparenza ostentata. Un luogo sereno e accogliente in cui ci si può trovare a parlare di cinema seduti ai tavolini dei bar con ‘perfetti sconosciuti’, o si possono scoprire opere altrimenti invisibili in proiezioni che hanno tutto il sapore dei vecchi cineforum. Questi sono i tangibili beni del cuore proposti dal Sulmona Cinema.

Quanto a Talento – quello vero che tenta di spostare il normale corso delle cose attraverso la sperimentazione – se n’è visto tanto, specie nel concorso dedicato al giovane cinema italiano. Da Via della Croce di Serena Nono che sovrappone le testimonianze degli emarginati sociali con i tableaux vivants della vita di Cristo; a Una manciata di terra di Sahera Dirbas dove un pezzo di terreno, passando di mano in mano, diventa il pretesto per raccontare la situazione palestinese. Da Pietralata di Gianni Leacche, che omaggia il cinema italiano degli anni ‘50 e ’60 riflettendo sulla vacuità del mondo dello spettacolo odierno; a Grandi Speranze di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti che racconta l’Italia dei giovani imprenditori con un pizzico di ‘cattivi pensieri’; passando attraverso Et mondana ordinare di Daniela Persico con i suoi storici documenti d’emancipazione femminile messi in scena a cavallo tra medioevo e presente. E poi ancora Alveare di Tekla Taidelli, La pivellina di Tizza Covi e Rainer Frimmel, So che c’è un uomo di Gianclaudio Cappai, Pene d’amore di Alfredo Fiorillo e Ragazze la vita trema di Paola Sangiovanni, approfonditi più avanti assieme alle attivissime e imperdibili sezioni collaterali.

 

Sigla Sulmona Cinema 2009

 

TUTTI I PREMI

Ragazze la vita trema di Paola Sangiovanni: Miglior film, Miglior interpretazione femminile, Premio soundtrack-Miglior colonna sonora

So che c'è un uomo di Gianclaudio Cappai: Miglior Regia

Via della Croce di Serena Nono: Miglior interpretazione maschile, Menzione speciale "incidente di percorso"

 


 

I FILM

 

ALVEARE
(in concorso)

Regia Tecla Taidelli
Paese Italia, 2009 Durata: 30'

Un corto che doveva essere lungo ma che è rimasto corto (per ora) a causa dei soliti problemi finanziari. Alveare di Tekla Taidelli (regista già premiata a Sulmona nel 2005 con Fuori Vena) si ambienta ai margini di Milano, in un palazzone popolare dove si aggirano diversi personaggi borderline alle prese con vite grottesche di ordinaria desolazione. Si comincia con una esagitata storia malavitosa che sembra fare il verso al pulp tarantiniano, si continua con gli oscuri intrallazzi di un ristorante sporcaccione che “sistema” le portate a suon di piscio e sputi, si conclude con una vecchia malata che può permettersi le cura grazie soltanto allo spaccio d’erba. Un film sgraziato e pieno di eccessi che graffia e cambia tono continuamente: a volte musical (grazie agli interpreti che nella vita sono noti rapper), a volte parodia (come il ciccione affetto da fame compulsiva che vive nella doccia perché vi è rimasto incastrato), a volte commedia all’italiana dal risvolto amaro. Tekla Taidelli sa combinare pasticci incredibili ma saporitissimi, pieni di ingredienti eppure mai pesanti. Punk come i trascorsi della regista, bizzarro come piace a noi.

 


 

SO CHE C’È UN UOMO
(in concorso)

Regia Gianclaudio Cappai
Paese Italia, 2009 Durata 30'

Pochi elementi per un quadro inafferrabile che mette a disagio: uno squallido casale di campagna, il caldo oppressivo di una stagione secca e assolata, una famiglia squilibrata che puzza di marcio e sembra sull’orlo della catastrofe, mosche che si poggiano sui volti dei protagonisti e sui corpi dei galli da combattimento morti. Tutto corre più veloce della razionalità e, allo stesso tempo, resta fermo in attesa di una scintilla che faccia divampare le fiamme. So che c’è un uomo non è una storia ma una suggestione, dove ogni elemento imperscrutabile contribuisce a creare un senso di continua estraneità eppure di profondo coinvolgimento. Anche se un po’ troppo insistito in alcuni suoi elementi, la morbosità e il perturbante s’infilano sotto la pelle di chi osserva che non ha altra scelta se non continuare a guardare.

 


 

LA PIVELLINA
(in concorso)

Regia Tizza Covi e Rainer Frimmel
Paese Austria, Italia, 2009 Durata 100'

Patti vive in una roulotte insieme al marito, i due si guadagnano da vivere grazie a piccoli spettacoli circensi per le strade. La donna troverà, abbandonata in un parco, la piccola Asia, una bambina di circa due anni. In tasca ha un foglietto scritto da sua madre: chiede di tenere la piccola per qualche tempo e promette di tornare a prenderla molto presto. Patti decide di far fronte alla richiesta e, con l’aiuto di suo marito e di Tairo (un ragazzino che vive in camper assieme alla nonna), si prenderà cura di Asia. Esperimento molto particolare quello proposto da La pivellina: raccontare una storia di fiction attraverso il documentario, inserire scene di vita reale dei protagonisti in un flusso narrativo con un inizio e una fine ben precisi. In pratica, si entra in un mondo che vive ai margini della società, un mondo sconosciuto che, grazie alla piccola mina vagante Asia (formidabile meccanismo d’identificazione), si mette in moto risultando immediatamente familiare e tagliando fuori la freddezza del mero reportage.

 


 

PENE D’AMORE – AMO ERGO SUM
(in concorso)

Regia Alfredo Fiorillo
Paese Italia, 2008 Durata 23'

Protagonista della vicenda è Ciro, un camorrista che soffre le pene d’amore e sembra quasi impazzito: vive su una collinetta di fango ciondolandosi su un cavallo a dondolo e urlando ai quattro venti il nome di Sara. Santo, il suo fratello gemello, assieme ai due killer di “famiglia” Eliseo e Candy, le prova tutte pur di far tornare suo fratello alla normalità. Finale da risatona a denti stretti. Cattivello e scorretto, fumettoso e pulp, vicinissimo allo humour nero e schizoide di Alex De la Iglesia, Pene d’amore dimostra che parlare dei patemi di cuore, senza angosce o lacrimucce, non solo è possibile ma anche consigliato. Perché sottovalutare la comicità involontaria di chi soffre la passione mettendone in luce solo l’aspetto drammatico? Finalmente un po’ d’aria fresca sul versante dell’ammmore. Anche in questo caso, ci troviamo di fronte ad un corto “non per scelta”, pronto ad allungarsi non appena si presenterà l’occasione giusta. Lo aspettiamo con trepidazione.

 


 

RAGAZZE LA VITA TREMA
(in concorso)

Regia Paola Sangiovanni
Paese Italia, 2009 Durata 85'

Un'opera sincera, ragionata, necessaria. Queste le parole che vengono in mente subito dopo la visione del documentraio Ragazze la vita trema. Perché nell'epoca della 'memoria perduta' e dei ridicoli eccessi, di opere così intelligenti e calibrate ce n'è davvero bisogno. Femminismo, oggi, è un concetto un po' vago, paradossalmente retrogrado rispetto al senso originario, accerchiato da un alone di ignoranza che, di generazione in generazione, si fa sempre più nitido. Il film, attraverso la voce e i racconti di quattro splendide personalità - Alessandra Vanzi, Liliana Ingargiola, Maria Paola Fiorensoli e Marina Pivetta - affiancate a immagini di repertorio, ci riporta alla nascita di questo movimento, sottolineando con estrema cura le reali problematiche che hanno fatto scaturire il contrasto politico e sociale delle donne, “ospiti” di una società pregna di barriere, mai pienamente superate. Violenza, aborto, diritti paritari, libertà, sono tutte questioni - e lotte - affrontate in prima persona da coraggiose ragazze, poco più che ventenni, a cavallo tra gli anni '60 e '70. Sarebbe il caso di interrogarsi tutti - uomini e donne senza distinzione alcuna – su dove saremmo oggi senza la loro forza e la loro volontà. Consigliato vivamente a tutti coloro che, di fronte alla parola “femminismo”, rabbrividiscono e girano pagina.

 


 

LINEE D'OMBRA
(fuori concorso)

Regia Francesco Crispino
Paese Italia, 2007 Durata 75'

Nato come elaborazione di un lutto, Linee d’ombra, è un documentario sul regista Armando Crispino (L’etrusco uccide ancora, Macchie solari, La badessa di Castro) realizzato dal figlio Francesco. L’opera ne ripercorre la vita, dagli inizi come redattore per L’Unità, passando attraverso la gavetta sul set come sceneggiatore e aiuto regista per Comencini, Germi, Pietrangeli e tanti altri. Ma a farla da padrone sono i suoi otto straripanti lungometraggi i cui frammenti, ben presto, invadono il film seguendo i commenti di Marco Giusti, Luca Rea, Lucio Battistrada, Dario Argento, Barbara Bouchet, Ninetto Davoli e del ‘nostro’ Nicola Roumeliotis. Un regista né propriamente autore né pianamente di genere che, a differenza di tantissimi altri anche più modesti, è ancora in cerca di una dovuta riscoperta. Forse proprio perché, come fa notare Marco Giusti, era troppo colto per essere di culto ma anche, viene da aggiungere, troppo ‘compromesso’ nei generi per essere considerato autore da chi ben pensa. Un documento preziosissimo.

 


 

UTOPIE SINTETICHE

“Utopie sintetiche”, vivace sezione del Sulmona Cinema a cura di Federico Ercole, ha omaggiato il cinema della putrefazione di un piccolo maestro dell’horror come Don Coscarelli proponendo due inediti (in Italia): Bubba ho-tep e Phantasm IV: oblivion. Un dittico incalzante che mette in luce tutta la carica ironica del regista e la sua particolarissima poetica del disfacimento corporeo.

Scrive lo stesso Federico Ercole a riguardo: «Don Coscarelli, regista americano nato a Tripoli nel 1954, è un poeta della putrefazione, intesa come estinzione della cellula, come rovina di un corpo che perde il potere vitale su se stesso. La sua lirica “marcia” non è tuttavia priva di un rispetto amorevole ed etico per il corpo defunto o piagato dalla vecchiaia, che viene sempre esibito nella sua triste impotenza invece che con il disgusto necessario per creare ribrezzo negli adolescenti che frattanto si strafogano di popcorn. Diversamente dai morti viventi di Romero, i cadaveri di Coscarelli nella serie di Phantasm, sono vittime di un abuso gravissimo proprio perché morti e quindi senza più diritto. Diventano una proprietà, un oggetto su cui speculare e fare affari tra mercanti di schiavi di dimensioni parallele».

 

PHANTASM IV: OBLIVION

Regia Don Coscarelli
Paese Usa, 1997 Durata: 90'

Capitolo (momentaneamente) conclusivo di una delle più amate saghe del cinema horror, Phantasm IV - rispettando la tradizionale consequenzialità della serie - riprende esattamente dove termina il precedente e, in un certo qual modo, tenta anche di fare un riassunto delle puntate precedenti incastrandolo tra le piaghe del racconto (scelta intelligente che ci risparmia l’effetto “istruzioni per l’uso”). La storia, tra sfere rotanti, zombie poliziotti e donne formato playboy, ancora una volta, ruota intorno all’eterno scontro tra Mike e il malefico Tall Man (villain senza backgound che, in questa occasione, trova un passato) ma si articola in maniera anarchica, onirica e frammentata, spazzando via la linearità dei precedenti episodi. Un puzzle che, una volta completato, lascia più spiazzati di prima, dando origine a un soggetto ancora indefinito, tutt’altro che compiuto. Il più maturo e ribelle della serie.

 


 

DEL MURO, DEI MURI E DELLE NUOVE COMUNITÀ

Visioni oltre il muro, malgrado il muro e contro ogni muro, sia esso fisico o mentale. Questo il “campo d’azione” della sezione curata da Elfi Reiter, un turbinare di particolarissimi stimoli visivi che, tra surrealismi, cartoni animati, “cartoline” e incidenti sul tram, hanno fatto sorridere e incuriosire ma, soprattutto, pensare. Un “sentiero cinematografico” dovizioso, atto a stimolare il dibattito e il confronto.

IN PROGRAMMA
Redupers di Helke Sander (Germania, 1977). Una fotografa freelance vive da sola con la figlia piccola e collabora con un gruppo di donne, su commissione, documentando la città di Berlino frammentata dal muro. La riflessione sul muro diventa una riflessione sulla donna, sul suo ruolo negli affari pubblici e politici di uno stato, sulla realizzazione dei suoi sogni e/o ambizioni. Die andere Seite di Ellie Land (Gran Bretagna, 2007). Cosa c’è dall’altra parte del muro? A questa domanda rispondono diverse persone che hanno vissuto a Ovest e a Est. Sullo sfondo delicate animazioni a cura della stessa regista. Schwarzfahrer di Pepe Danquart (Germania, 1992/93). Incontro sul tram tra un ragazzo nero e una vecchia razzista che inizia a straparlare, insultare e lanciare anatemi. La situazione può degenerare da un momento all’altro ma, non appena sale il controllore, al ragazzo viene un’idea geniale per dare una piccola lezione alla vecchia. Gott und dieWelt di Julia Ocker (Germania, 2008). Corto d’animazione che potremmo definire bozzettiano in cui due uomini, illuminati da Dio, decidono di costruire ognuno una nuova chiesa. Ma i due la vedono in modo diverso e finirà a cannonate. Berliner Blau di Hartmut Jahn e Peter Wensierski (Germania, 1986). Surrealismi estetico-politici attorno e sopra il Muro di Berlino. Reale e immaginario si fondono assieme creando immagini di forte impatto. Ein-Blick di Gerd Conradt (Germania, 1986). L’assurdità del Muro in didici ore di ripresa ridotte a dieci minuti, guardando verso Est da una finestra dell’Ovest senza notare differenza alcuna. Fernsehgrüsse vonWest nach Ost di Gerd Conradt e Michaela Büscher (Germania, 1986). Cartoline postali televisive per comunicare da Est verso Ovest. Versione breve della trasmissione pilota: moderna, inaspettata, a volte buffa, a volte un po’ triste.

 

INTERVISTA A ELFI REITER, CURATRICE DELLA SEZIONE

 

Muri di cemento e muri psicologici; barriere fisiche e barriere mentali. La sezione “dei Muri” è stata un importante momento di riflessione…
Mi sono chiesta quale fosse il modo più giusto per ricordare, oggi, la caduta del Muro, e mi sono venute in mente le parole di Eduardo Galeano, durante un incontro a Bologna. Il Muro di Berlino è stato il muro della vergogna e dell'infamia, e se n'è scritto tanto. Poi è caduto e non se ne è più parlato. Ma il silenzio, è stato allargato anche a tutti gli altri muri che sono stati costruiti e di cui non si parla mai. Beh, queste parole mi hanno fatta riflettere molto e mi hanno portata a pensare che, i muri, non sono soltanto quelli di pietra, ma anche e soprattutto quelli che abbiamo in testa. Sono cresciuta in un'ambiente bilingue, in Alto Adige, e lo scontro etnico l'ho vissuto in prima persona. Essere di madrelingua tedesca e non avere l'accento del luogo ma un'altro tipo di “parlata”, ha determinato un emarginazione doppia. Quando hai introiettato così tanto questa divisione - ho vissuto personalmente la ripartizione della classe in tedeschi e italiani a soli sei anni, e ho visto i fili spinati tra una scuola e l'altra - difficilmenti riesci a liberartene: sono degli shock veri e propri. Chi non ha vissuto una simile esperienza, sin da piccolo, non può capire a pieno. Quando combatti tanto per l'equiparazione, per l'integrazione e ti ritrovi coinvolto poi in un eterno conflitto, esteso a tutto il mondo che ti circonda, è inevitabile che ti chiedi: ma allora dove vado, dove posso scappare? Ogni persona ha diritto di esistere e di coltivare la propria tradizione, la propria lingua e le proprie idee, il che significa anche rispetto dell'altro. E qui scatta un altro punto che, a mio avviso, viene spesso a mancare, anche e soprattutto per una questione di termini. Spesso il rispetto viene scambiato per tolleranza: non c'è nulla di più sbagliato. Quando dici “io ti tollero”, significa che hai già preso una posizione di potere rispetto all'altro. Solo quando ci si trova sullo stesso livello, può scattare la convivenza. Io ho la mia utopia, la coltivo e non smetterò mai di combattere per la comunità. Il terremoto dello scorso 6 Aprile mi ha toccata molto, e molto da vicino. Sin da subito ho pensato che non si poteva parlare del Muro di Berlino, senza ricordare anche i tanti muri caduti a l'Aquila quel giorno. Il filo rosso della sezione ruota infatti attorno alla domanda: quando cade un muro, che cosa succede? A Berlino c'è stata la riunificazione, e abbiamo sentito parlare tanto anche di falsa riunificazione. C'è stata comunque la volontà di creare una nuova comunità, una nuova convivenza sociale, politica e culturale. Stessa cosa è accaduta a l'Aquila: sono caduti i muri ma si sono create anche nuove solidarietà e nuove situazioni di vita. Significa ripartire da zero e fare immediatamente qualcosa per la comunità. Io la politica la intendo nel suo senso originario, della polis, della convivenza, della dimensione pubblica. E non del politico che dice qualcosa, tra cui anche tante stronzate.

Hai selezionato delle opere molto particolari, che spesso arrivano dritte al sodo grazie anche a una forte carica ironica. Vuoi dirci qualcosa in merito a ognuna delle tue scelte?
Avendo poco spazio a disposizione ho scelto una serie di cortometraggi: danno un'immagine ampia in poco tempo. Ridendo, ironizzando e portando all'eccesso, il discorso diventa molto più incisivo: emerge tutta la demezialità. In Ein-Blick per esempio, l'accelerazione dei movimenti (ogni secondo un'immagine) all'interno dello 'spazio del muro', rende tutta la situazione assurda: vediamo dall'alto il famoso Muro, che non sembra poi così invalicabile e minaccioso, e dei soldati in movimento che ci appaiono come giocattolini. E ti trovi a pensare: quello è stato il famoso muro invalicabile, quella è stata la cortina di ferro che ha tenuto in pugno due superpotenze per tanti anni determinando la Guerra fredda? Redupers di Helke Sander, è un altro film che amo molto: riesce a dare un ritratto della città, ma anche il ritratto della vita di una donna all'interno della società capitalista. Ruota intorno al concetto di frammentazione: la divisione in due della città, ma anche la frammentazione di una personalità, in questo caso femminile, suddivisa tra i vari impegni lavorativi, di mamma e di donna. E ancora una riflessione sul significato del muro, come simbolo di potere, ma anche come simbolo di fragilità: le onde sonore, i bacilli, le mosche riescono comunque a oltrepassare la barriera. Tutto questo mette in forte evidenza il ridicolo che c'è dietro al concetto “muro”. Anche a livello sonoro è molto incisivo: i brani passati delle varie emittenti radiofonoiche che c'erano a Berlino, arrivavano nell'est come nell'ovest, stessa cosa accadeva con le trasmissioni televisive. Concetto che si ricollega anche all'idea di Gerd Conradt e dei suoi saluti televisivi in Fernsehgrusse Von West Nach Ost. Infine i contributi sui muri mentali, come Schwarzfahrer, meraviglioso corto che ha vinto il Premio Oscar nel '94. Qui si pone l'accento sul razzismo: attraverso un risvolto assurdo viene risolta una situazione che sarebbe potuta sfociare nella violenza. Un'altro punto importante per me, era proprio quello di non presentare al pubblico dei contributi violenti: ne vediamo già troppi, cerco altre strade e non mi interessa la violenza.

Se qualcuno volesse continuare “dei Muri” a casa, quali opere consiglieresti di reperire?
È rimasto fuori dalla sezione un film che ha avuto la sua prima proiezione proprio il 9 Novembre '89 al Cinema Babylon, Berlino est: Coming out di Heiner Carow che tratta di un altro muro, quello dell'omosessualità. Nella Germania est questa questione è rimasta un taboo per tanto tempo, e paradossalmente sono state proprio le chiese le prime ad accogliere gli omosessuali. Un film meraviglioso, sotto tutti i punti di vista. Nel programma originale c'era anche un concerto performance di un coreografo d'origine americana che vive in Francia, intitolato Kings and Queens. Attraverso dieci canzoni molto note mette in scena la trasformazione di un personaggio: da donna, diventa uomo. Ma un uomo della peggior specie. Si parte dalla canzone di David Byrne, Heaven, con tanto di classica discesa da grande rock star. Il tutto si svolge in un ambiente quasi casalingo: all'inizio vediamo un vestito maschile poggiato sul divano, poi a ogni canzone, il protagonista sveste un indumento femminile e ne indossa uno maschile. Finisce con lui che si mette la parrucca, i baffetti e canta My Way di Frank Sinatra: “I did it on my way”!.

 


 

SULMONA

 

CINEMA PACIFICO

 

Speciale a cura di Daniele 'Danno' Silipo, Alessandra Sciamanna

 

 

 
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