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Parola di filmaker: Bios
Scritto da Fabio Morichini   
Wednesday 11 February 2009

Fabio Morichini - regista del film autorpodotto Bios assieme a Matteo Sapio - ci racconta la sua esperienza nel cinema non assistito.

 

Introduzione:

Riportiamo di seguito uno sfogo/confessione/ricordo di Fabio Morichini che, assieme al compare Matteo Sapio, è uno dei più interessanti registi indipendenti italiani (ma indipendenti davvero). Il suo film Bios [recensione del film] ci ha folgorato e abbiamo chiesto a Fabio di raccontarcene la lavorazione. Il suo è un punto di vista senza limature che, molto probabilmente, non sarà condiviso da tutti ma ci auguriamo apra un dibattito. Un modo per riflettere sulle difficoltà del fare cinema in Italia e sulle nuove possibilità che si stanno aprendo. Buona lettura. (La Redazione)

 

LA NASCITA DI BIOS

Bios nasce nel maggio del 2006. Avevo una telecamera Hi8 vecchia come il cucco e avevo comprato un computer nuovo. Ho cominciato a divertirmi montando le immagini che giravo con il software basico di windows. Un po’ di esperimenti e poi la rottura di palle: quelle sequenze non portavano a nulla. Allora ho cominciato a rimuginare, avevo tutto quello che serviva per fare un film (certo, qualcuno riderà, ma io ero felice: avevo una telecamera e un programma di montaggio), ed ero libero di farlo.

Vengo dal teatro, mi sono sempre scritto da solo gli spettacoli che dirigevo ed ogni volta che andavo in scena pensavo ai limiti che mi imponeva il palcoscenico e mi ripetevo: pensa che cosa potrei fare se avessi i mezzi per realizzare un film! Adesso li avevo, ma rimanevo fermo, prigioniero di tanta libertà. Cercavo un'idea, ma non volevo il fatto di cronaca. Odio il cinema che si ispira alla cronaca, odio quegli avvoltoi (in buona fede e non) che fanno soldi sulle disgrazie altrui: mi è sempre parsa una vigliaccata enorme. Gli autori di questa specie si giustificano dicendo di dar voce a chi non ce l'ha, eppure non ho mai visto uno solo di questi devolvere il proprio cachet in favore di quelle minoranze oltraggiate e rappresentate.

Nonostante tale ripudio, l'idea di Bios, mi viene proprio da un giornale. Una mattina noto un trafiletto su un esperimento fatto da un’università americana: avevano ucciso tre cani per riportarli in vita tre ore dopo. Nel 2015 - proseguiva l'articolo - si comincerà a sperimentare sull'uomo. Cazzo, la morte, il grande spauracchio dell'umanità sarebbe stato sconfitto, quali le conseguenze? I nostri valori tradizionali dove sarebbero andati a finire? Si stava realizzando il sogno nietzschiano dell'oltreuomo, si sarebbe spopolato il cielo e l'uomo sarebbe diventato il padrone assoluto del proprio destino scavalcandosi?

Mentre fantasticavo su questi massimi sistemi mi cade il pensiero sul nostro cinemetto nazionale, temi del genere ce ne sono? Non essendo un cinefilo comincio a fare una piccola ricerca sui titoli nostrani, nulla di tutto questo, solo ‘ammmore’, famigliole sfigate, vedovi, immigrati, coppie che scoppiano, morte di figli, morte di mogli, morte di suocere, operai precari, ancora immigrati, cassintegrati, ragazze sfigate. Finalmente Amenabàr, ma è spagnolo. Poi mi viene in mente che il referendum sulla procreazione assistita è stato un affilarsi di lame per tutto il pre-voto ma che, alle urne, ci sono andati quattro gatti. In effetti, in un paese dove il budget per la ricerca è un' offesa alla civiltà cosa vuoi che interessino i temi legati al bios? E questi grandi intellettuali del nostro cinemetto perché tacciono? Perché non aprono il dibattito sui temi che ci troveremo ad affrontare nell'immediato futuro? Qual è questo loro tanto vantato impegno? Nei meandri del cervello, tra queste domande, si fa strada una donna, Lena: ha gli occhi chiusi e l'ovatta al naso, il segno inequivocabile della morte - quella vera, non quella cinematografica - apre gli occhi si toglie l'ovatta dal naso e dice: “fammi uscire”.

 

INIZIO DELLE RIPRESE

Comincio a lavorare alla sceneggiatura consultando tutto ciò che avevo a disposizione sul pensiero transumanista, e poi Habermas, Nietzsche e un pizzico di Sartre. Finisco il plot e mi accorgo che è un po’ troppo teatrale. Ma troppo teatrale rispetto a cosa, mi domando? Rispetto al sentire comune, ai gusti imposti dalla e alla nostra cinematografia. Vedo su un manuale di sceneggiatura che è buona regola parlare con le immagini, le parole non servono a nulla, ma d'altra parte - penso - a forza di non usare parole i film non dicono più nulla.

Il giorno dopo comincio a girare alcune scene con gli attori Luca Sapio e Roberto Micarelli. Le immagini non sono un granché, ma la recitazione è credibile. Eppure qualcosa stona; c'è qualcosa di troppo amatoriale, qualcosa che stride, come in un film porno. Mi accorgo che è il suono, il presa diretta, che rende falsa anche la migliore interpretazione. Quelle poche immagini, però, creano l'entusiasmo necessario per far confluire intorno al progetto altre persone. Arriva infatti Matteo Sapio, un giovanotto capelluto che fa avanti e indietro dal Giappone e che ha un gran bagaglio d'informazioni sulle tecnologie. Parliamo del film e del cinema in generale, ci accorgiamo entrambi che siamo contro il cinema assistito e che gli autori italiani hanno un solo obiettivo: ottenere il nulla osta delle commissioni per farsi finanziare il film. Operano da soli una sorta di autocensura, o perlomeno così ci sembra. Ma cosa ce ne frega a noi? Se loro pensano sia giusto così che facciano pure quel che vogliono, noi faremo il nostro film da soli. In fondo, cosa serve? Una telecamera e un computer.

Decidiamo di investire due spiccioli per comprare una telecamera decente, ne troviamo una usata ad alta definizione. Giriamo qualche scena e ne siamo entusiasti, la qualità è buonissima. Intanto un mio amico, Sergio Vecchio, lo sceneggiatore di Sostiene Pereira, nonché traduttore di Tabucchi dal portoghese, legge la sceneggiatura di Bios e decide di lavorarci su per mettere a posto i tempi e dargli un taglio più cinematografico, lasciando però, l'impianto teatrale. Ogni due giorni ci dà una scena e noi (che intanto abbiamo guadagnato nel cast Sylvia De Fanti e Max Pica, che hanno deciso di lavorare a gratis, come tutti del resto), la giriamo e poi, la sera, me la monto. Intanto si incuriosiscono dei produttori, ci danno le loro referenze e ci chiedono di poter visionare la sceneggiatura poiché, un loro finanziatore privato, potrebbe essere interessato. Dopo tre giorni ci dicono che il finanziatore ha letto la sceneggiatura e ha dato l'ok per un tot. A noi sembra un patrimonio, ma i produttori ci dicono che non sono abbastanza e che quindi presenteranno domanda per il finanziamento statale, che significa rimandare il tutto ad ottobre. Eravamo in agosto e il set per girare era perfetto: Roma deserta. Ci siamo ripresi il copione, abbiamo ringraziato, e dopo mezz'ora eravamo di nuovo in strada a girare. Una produzione e i soldi ci avrebbero tolto la libertà creativa, il piacere di girare sperimentando, facendo cazzate, ridendo.

 

FINE DELLE RIPRESE

Finisce agosto, finiscono le riprese, inizia il montaggio definitivo. Il film lo vediamo intero per la prima volta su un televisore al plasma, dopo aver allenato l'occhio al monitor del computer: un disastro! Quel realismo dell'alta definizione, lo rendeva simile ad una fiction televisiva. Comincio a effettare in tutti i modi, ma quella orrenda pulizia da cinemetto fictionaro all'italiana non si toglie. Bios urla a gran voce un desiderio di sporcizia, vuole essere artefatto. Vuole slacciamenti d'immagine, nebbioline digitali, spixellamenti sfreggiativi, appiattimento visivo; rifiuta la tridimensionalità come l'arte bizantina, come Roy Linchtenstein, vuole essere fumetto e icona. Inoltre, occorre fare qualcosa per il presa diretta, tanto amato dai cineasti "realisti".

Cosa c'è di reale nella recitazione in presa diretta? Soltanto il narcisismo liquido dell'attore che tra schizzi di bava e urla risulta meno credibile di qualsiasi fuori sincro, cosa che non accade al Franco Citti diretto da Pasolini, o al Mastroianni diretto da Fellini. Perché Accattone ci sembra vero e Guido quasi tangibile? La magia del doppiaggio? No, il lavoro di grandi maestri, che sapevano perfettamente che una cosa diventa vera solo se è totalmente rarefatta. Il doppiaggio rende vero un personaggio, il presa diretta rende visibile solo la bravura dell'attore: se nel buio della sala mi trovassi a pensare: “quanto è bravo questo”, sarebbe la fine del personaggio, il naufragio del film. Che fare? La sala doppiaggio, costa troppo. Ma con il computer si può fare tutto, basta attaccare un mixer e un microfono e il gioco è fatto. L'attore deve solo ripetere il ritmo della battuta dopo averla riascoltata e con due clic si mette tutto a sincro. Anche disegnare il paesaggio sonoro in cui erano immersi i personaggi, si è rivelato facile e divertente: esistono intere banche di suoni su internet dove puoi scaricare gratis quello che vuoi, oppure costruirli direttamente col microfono, rispolverando antichi e bellissimi mestieri ormai in disuso.

Abbiamo lavorato circa sei mesi in postproduzione, cioè al computer che ho al negozio, ci siamo fermati quando eravamo in pace con noi stessi. Cioè quando, quell'essere che abbiamo chiamato Bios, ci ha detto: “ok, per me va bene”.

La cosa bella di tutto il lavoro è che ognuno, dal protagonista all'amico che faceva la comparsa, si è sentito tutt'uno col progetto non facendo mai mancare la propria presenza ogni qualvolta ce n'è stato bisogno. Chiaramente, ora che il film è finito, qualsiasi professionista può tranquillamente sparargli contro tutta la sua acredine, ma questo non ci preoccupa né ci demoralizza, perché una cosa è certa: ci siamo veramente divertiti.

 

DISTRIBUZIONE

L'ultimo problema che dovevamo affrontare era la distribuzione. Ma cosa significa distribuire? Per molti significa l'ufficializzazione dell'opera. Finché il film non è in venti sale non esiste. Ma è veramente così? Io e Matteo ci siamo guardati e ci siamo chiesti: per cosa l’abbiamo fatto il film? Per diventare famosi e ricchi? Lo abbiamo fatto per guadagnarci una sorta di celebrità? No, lo abbiamo fatto per divertirci, prima di tutto e poi per dire a tutti i cortometraggiari che basta un po’ di pigrizia in meno per fare un lungometraggio. Anche perché solo questo è il metro di misura per distinguere un film dalla solita barzelletta videofilmata.

Ci sono ventimila festival per cortometraggi e proiettano tutti la stessa storia alla Tarantino, con tanto di pistoloni e sangue finto; oppure dieci minuti di stramberie ed effetti in cui il finale è sempre lo stesso: il protagonista si risveglia con un urlo. Insomma, i cortometraggi non sono niente, non dimostrano niente. Si possono fare carrelli, riprese con la steady, col dolly, ma alla fine non è un film, è solo un saggio. Si facevano una volta perché i costi per girare erano enormi, e potevano servire come biglietto da visita, ma vedere ancora oggi gente che si ostina a cercare soldi per fare dieci minuti di stronzate è veramente desolante. Come sapere che esiste gente che non gira la sua storia finché non passa il finanziamento dello stato.

Girate e fregatevene della fama e dei soldi, girate perché il momento è quello giusto e si creerà sicuramente a breve un mercato parallelo a quello mainstream. Lasciate perdere la torre d'avorio del 35mm e siate più democratici, venite tra noi e proiettate sul maxischermo della pizzeria sotto casa insieme ai vostri amici; piazzate la vostra storia su internet, giocate la carta festival e poi, se saremo tanti, un circuito alternativo per proiettare lo si inventa. Pensate quanti cineclub ci sono su tutto il territorio nazionale, stanchi della solita retrospettiva su Pasolini. Ma soprattutto, mollate la pellicola: è novecentesca e antidemocratica, è vecchiume. Forse sarà pure poesia, ma il mondo non si ferma. Come il cd ha sostituito il vinile, così il digitale affogherà la pellicola, è solo questione di tempo, quindi allenate l'occhio al nuovo linguaggio perché il futuro è a portata di mano e di tutte le tasche.

Il grano è maturo bisogna scegliere se coglierlo o lasciarlo marcire nei campi. (Fabio Morichini)

 

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