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24 Torino GLBT
Scritto da Jacopo Coccia   
Thursday 30 April 2009

24° GLBT Film Festival: da Sodoma a Hollywood, passando per Torino. I film più interessanti visti da Bizzarro Cinema durante il festival e non solo...

 

IL FESTIVAL

Prossimo alle meritate ed agognate nozze d'argento, il GLBT Film Festival si conferma come uno degli avvenimenti cinematografici più interessanti, sperimentali e (perchè no?) provocatori della penisola. Una maratona sulle migliori produzioni contemporanee a tema omosessuale, che non lesina di certo anche preziosi omaggi: al cinema “emozionale” di Guy Gilles, all'irriverente artista e filmaker taiwanese Shu Lea Cheang (la cui poetica filmica dondola incessantemente tra il cyberpunk ed il pulp più estremo) e all'attore - e recentemente anche scrittore - Filippo Timi. In retrospettiva le migliori opere di due maestri indiscussi della settima arte: il madrileno Adorfo Arrieta (El crimen da la pirindola, La imitacion del angel) ed il nostro Giuseppe Patroni Griffi, vero intellettuale prestato cinema, scomparso nel 2005 ed autore di film di culto come Addio, fratello crudele (protagonista una indimenticabile Charlotte Rampling) e La Gabbia. Completa il quadro l'interessante “carta bianca” al regista Ferzan Ozpetek, che regala al pubblico del festival una divertita e personalissima selezione dei film più apprezzati, sentiti ed amati della sua vita. Tra i capolavori prescelti: La signora mia zia di Morton DaCosta, Narciso Nero di Michael Powell ed Emeric Pressburger e Leoni al sole di Vittorio Caprioli.

Il 24° GLBT Film Festival conferma quindi la sua natura di evento ricco ed appetitoso che, come sottolinea giustamente il diretto artistico Giovanni Minerba, porta ad imbestialirsi non poco quando qualcuno cerca di etichettarlo ancora come rassegna minore o “di nicchia”. Peggio per loro!

 

VISTI AL 24 GLBT FILM FESTIVAL

 

RUCKENWIND

Regia Jan Kruger Paese Germania
Con Sebastian Schlecht, Eric Golub, Iris Minich, Denis Alevi

On the road atipico, quasi “artaudiano” (come piacerebbe dire al caro Fulci) l'ultimo lungometraggio del talentuoso Jan Kruger.
La giovane coppia gay Johann e Robin decidono di fare una gita in campagna, le loro bici scompaiono e dopo giorni di vagabondaggio faranno la conoscenza di una donna e del giovane figlio, unici proprietari di una vecchia casa di campagna. I segreti dei quattro protagonisti segneranno un decisivo punto di non ritorno.
Girato interamente in digitale, segnato da brevi ma azzeccate incursioni musicali extradiegetiche (in fondo la quinta protagonista è madre natura), la vicenda narrata si fa puro pretesto per una lenta ma inarrestabile deriva dei contrasti: l'idilliaco equilibrio dei ruoli si incrina inevitabilmente, sarà quindi l'istinto ad avere la meglio all'interno sulla ragione. Una regia sicura ed un senso di straniamento che lascia davvero ben sperare per la futura carriera cinematografica dell'autore tedesco.

 


 

GHOSTED

Regia Monika Treut Paese Germania, Taiwan
Con Inga Busch, Yi-Ching Lu, Ting Ting Hu, Jack Kao

Senza alcun dubbio, uno dei film a tematica lesbica più coraggioso, affascinante e magico degli ultimi anni, opera di una delle più importanti registe del panorama contemporaneo.

L'irrisolto omicidio della sua giovane amante Ai-Ling lascia l'artista tedesca Sophie Schmitt (una perfetta e toccante Inga Bush) completamente disorientata. Le dedica una video-installazione che presenterà a Taipei. Durante l'inaugurazione viene avvicinata dalla bella e misteriosa Mei-Li...

Tralasciando i molteplici rimandi autobiografici dell'autrice (la videoarte e soprattutto la perdita della persona amata) il film si sviluppa attraverso una personalissima poetica visiva e narrativa, onirica e sinuosa, che intrecciando antiche credenze cinesi e libere derive dei sentimenti elogia a voce alta le imprevedibili direzioni delle nostre esistenze. A cercare paragoni stilistici, in Ghosted le visoni di Lynch sembrano sposare le profondità emozionali di Jarmush. Un risultato tanto complesso e sincero che “resta dentro” lo spettatore e difficilmente intende svanire. Necessario.

 


 

GIORGIA/GIORGIO... STORIA DI UNA VOCE

Regia Gianfranco Mingozzi
Paese Italia

Mingozzi è un nome storico del cinema Italiano. Regista e sceneggiatore bolognese, basti soltanto dire che ha diretto la seconda unità de La Dolce Vita, è stato stretto collaboratore di Zavattini e autore del cult assoluto Flavia la monaca musulmana. Questo documentario avrebbe dovuto vedere la luce circa 40 anni fa, all'interno di un progetto “I misteri di Roma”, dove si affrontavano appunto tutte le numerose zone d'ombra che caratteriza(va)no la capitale. È la storia di Giorgia O'Brien (all'anagrafe Giorgio Montana), una delle più grandi dive del palcoscenico italiano degli anni '50 e '60, un fenomeno unico di trasformismo vocale e sessuale. Una voce limpida da soprano che può toccare anche tutti i registri del baritono. Entriamo nella casa museo di Giorgia e rimaniamo letteralmente sepolti dalle centinaia di oggetti e ricordi che hanno segnato la sua straordinaria vita (“casa mia dovrebbe essere un chateau”, sottolinea). Un'esistenza incredibile, che ha portato un uomo piuttosto brutto – a detta delle stesse persone che l'hanno conosciuto – a divenire quell'affascinante fenomeno vocale che ha fatto sognare migliaia di spettatori, nei principali locali notturni italiani ed europei. Un essere straordinario che, cercando di nascondersi dietro un'autoironia folgorante, racconta senza pudori personali successi e disavventure, senza rimproverarsi minimamente l'indole instabile o le continue debolezze della carne, sempre cosciente dello status di spartiacque sociale e culturale che la sua figura ha ricoperto. Un documentario realizzato con grande sensibilità e generosità da Mingozzi, privo di facili schematismi di sorta ed intervallato da azzeccati inserti cinematografici, volti a contestualizzare il periodo aureo dell'avanspettacolo nostrano. Citando direttamente le parole di Giorgia, “per fortuna che esistono le varianti".

 


 

I.K.U.

Regia Shu-Lea Cheang Paese Giappone
Con Takito Ayamu, Yumeno Maria, Susaki Yumeka, Ariga Miko

Dietro l'artista Shu Lea Cheang (nata a Taiwan nel 1954) troviamo l'ideatrice di sorprendenti opere concettuali, che spaziano dalla cosiddetta “net-art” ad installazioni multimediali interattive, passando attraverso provocatori esperimenti registici indipendenti. I suoi lavori sono unici nel saper valorizzare la partecipazione attiva dell'audience di riferimento. Tuttavia, è conosciuta al grande pubblico soprattutto per il suo personale approccio all’arte ed alla tecnologia. Le sue opere esplorano - come ama sottolineare lei stessa - “... stereotipi etnici, la natura e gli eccessi dei mezzi di comunicazione istituzionali (particolarmente quelli governativi), le relazioni interrazziali e le politiche sessuali”. Di recente è inaspettatamente passata, per la realizzazione dei suoi lungometraggi, dal supporto digitale all’utilizzo del tradizionale pellicola a 35mm.

Al 24° GLBT Festival sono stati proiettati i due celebri lungometraggi Fresh Kill (1994) e I.K.U. (2000) oltre ad alcuni corti realizzati tra il 1995 e il 2008, in cui si intersecano varie tecnologie e tematiche a lei cari: la complessità nelle relazioni di potere, tra capitalismo e merce, lotte sociali e differenze sessuali, femminismo e diritti per gay e lesbiche.

Ma è sicuramente è I.K.U. (film apertamento ispirato a Blade Runner di cui vuole essere l'ideale sequel porno) a rappresentare il fiore all'occhiello della kermesse torinese: viaggio allucinato, eccessivo e dichiaratamente “pulp” in un ipercromatico e sfuggente contesto fantascientifico. Il mondo dei manga investe l'estetica del videoclip, per sfociare infine nell'hard più grottesco: non a caso “iku” in giapponese significa sto venendo e la stessa critica ha cercato di etichettare sbrigativamente l'opera come porno sperimentale. Afferma la regista: “Una volta ho detto che dopo la eco-cybernoia di Fresh Kill mi sono ricollocata nel cyberspazio. Ho realizzato I.K.U. su invito del produttore giapponese Asai Takashi di Uplink Co, una casa di distribuzione indipendente. Volevo rispondere all'immagine futuristica di Tokyo presente in Blade Runner”. Poi, alla domanda su quale siano le registe, le fotografe o le videoartiste che ammira particolarmente, risponde con candida determinazione: “Catherine Breillat, Virginie Despente, Nan Goldin. Insomma le ragazze a cui piace il porno”.

 


 

I CORTOMETRAGGI

Ricca selezione di corti, non priva di inestimabili pietre preziose e gradite sorprese, quella proposta quest'anno all'interno della manifestazione torinese. Lavori che denotano come comun denominatore una spiccata propensione per la complessità visiva (sempre ricercata, talvolta prossima ad ardite soluzioni surreali) ed il sincero spirito di (auto)analisi, quasi a voler travalicare con determinazione i facili manicheismi che potrebbero inficiare la politica deliberatamente queer.

Tra le numerose opere degne di particolare interesse, notevole Heiko (Foto 1) di David Bonneville, storia di una relazione feticista che guarda divertita, senza scadere mai nel ridicolo, al cinema pop dell'ultimo Jess Franco, sospeso com'è tra goliardia e humour macabro. Magnifico e generoso, come solo il cinema britannico sa fare, James del bravo Connor Clements, spaccato impietoso della tormentata lotta che angoscia un giovane ragazzo irlandese. Girata divinamente, interpretata da attori in stato di grazia e segnata da una fotografia asettica ed angosciante, l'opera prima del giovane Clements vanta già numerosi premi rastrellati in vari festival europei. Da tenere d'occhio.

Opere Speculari e profondamente affascinanti Clouded (Foto 2) dell'americano Ajae Clearway ed En Compagnie De La Pousserie del belga Jacques Molitor. Nella prima assistiamo alla scellerata vicenda del giovane Sean, ragazzo menomato non solo nella carne figlio, suo malgrado, di quell'America rurale ignorante e violenta, che dietro i suoi soleggiati paesaggi nasconde segreti terribili cui non si vorrebbe mai avere a che fare. En compagnie de la pousserie (Foto 3), storia di intrecci amorosi (non corrisposti) tra due amici ed un terzo inaspettato elemento femminile, rimanda all'estetica patinata tipica di molte produzioni anni '80 minandola con poetiche e riuscite sequenze oniriche, dove con uno sguardo o un semplice gesto è possibile percepire tutta l'intangibile complessità dei nostri sentimenti.

Dal gusto invece decisamente caramelloso e derivativo (Il favoloso mondo d'Amelie è sempre dietro l'angolo) 510 meter uber dem meer (Foto 4) di Kerstin Polte, dove un piccolo areoporto svizzero si fa crocevia delle esistenze smarrite di due giovani sognatrici, con molta probabilità anime gemelle di un mondo perfetto, eppure impossibile.

 

SPECIAL A CURA DI JACOPO COCCIA

 
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