| New York Parigi per una condanna a morte |
| Scritto da Emanuele Rauco | |||
| martedì 05 gennaio 2010 | |||
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Genere Noir In breve Noir sensuale e quasi lisergico in cui la coppia trasgressiva Birkin-Gainsbourg prova a sovvertire le regole del genere spiazzando lo spettatore.
Regia Pierre Koralnik Paese Francia, 1970
Famosi per la canzone scandalo Je t’aime, moi non plus, la coppia Serge Gainsbourg e Jane Birkin è stata il simbolo della libertà sessuale tra gli anni ’60 e ’70. I due non si limitarono solo alla musica, ma si cimentarono in vari ambiti della cultura e dello spettacolo europeo; e non poteva di certo mancare il cinema, quello libero e indipendente, perfetto per accogliere le loro “trasgressioni”. Tra le pellicole cardine della loro unione sessual-cinematografica c’è questo New York Parigi per una condanna a morte che la coppia – virtuale autrice della pellicola – realizza quasi come appendice della loro love-story, con l’aiuto alla regia del mestierante Pierre Koralnik. Serge è un killer che da New York viene inviato a Parigi per risolvere i problemi del suo boss con una famiglia rivale; ferito in uno scontro a fuoco viene soccorso e accudito da Jane che cambierà la vita del killer, ma gliela complicherà pure. Tipico plot da gangster-movie con una sceneggiatura (scritta dal regista assieme a Franz-Andrè Burguet e tratta dal romanzo di F.S. Gilbert) pregna di erotismo, amore, digressioni, tocchi da commedia e slabbrature da cinema hippie. “Un polar (il noir-poliziesco detto alla francese, n.d.r.) barocco e sensuale”, così l’ha definito la stessa Birkin. In realtà è un polar solo in apparenza, dato che il lato criminale della vicenda non interessa a nessuno: quello che conta è che i due innamorati della contro-cultura europea si accoppino interpretando se stessi, fattore evidente fin dai nomi dei personaggi, ricalcati sulle personalità e soprattutto sulle esigenze “spettacolari” del duo. Così, a parte un inizio vagamente teso e un finale relativamente drammatico, il resto del film segue quasi provocatoriamente il procedere della relazione tra i due, prima erotica e poi sentimentale: congressi carnali, bar dove si fuma e ci si droga in allegria (il titolo originale, Cannabis, è piuttosto eloquente) e inseguimenti al suono di musichette pop. Proprio la colonna sonora è l’elemento migliore dell’intera pellicola, che si perde in una sceneggiatura casuale e in una regia che non ha il coraggio di seguire i protagonisti fino in fondo, come una versione maliziosa di Dillinger è morto, e si limita a qualche siparietto ironico o qualche poco credibile ripresa a mano. Certo, la spontaneità con cui i due protagonisti si mostrano e si mettono in scena, vale la visione, ma il film è appena più interessante di una ripresa dei due in camera da letto che si fanno gli affari loro. E con tutto il rispetto, non parliamo certo di John Lennon e Yoko Ono. (Emanuele Rauco)
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Regia Pierre Koralnik























