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Tutto Bene
Scritto da Stefano Coccia   
Thursday 23 February 2012

Un film di Daniele Maggioni

Genere Drammatico

In breve Atmosfere sospese e attenzione minimalista per gli ambienti, caratterizzano in positivo Tutto bene, vicenda famigliare raccontata con tonalità molto sobrie, impreziosita dal jazz di Bebo Ferra.

 

Genere: Drammatico Regia: Daniele Maggioni
Con: Anita Kravos, Ernesto D'Argenio, Mattia De Gasperis, Olga Durano, Emanuele Arrigazzi, Marika Quadri, Maurizio Lugano, Roberta Bonfiglio
Paese: Italia, 2011 Durata: 76 min

 

Recensione

La ventinovesima edizione del Sulmonacinema Film Festival, anche a distanza di diverse settimane dalla sua conclusione, continua ad offrirci spunti di riflessione e di analisi: pescando tra i film del concorso apprezzati durante una trasferta abruzzese breve ma estremamente intensa, abbiamo deciso di tornare un attimo su Tutto bene di Daniele Maggioni, non incluso nello speciale pubblicato a suo tempo, anche e soprattutto per sfruttare l’opportunità di confrontarci con Ernesto D’Argenio, uno dei protagonisti. La testimonianza di questo giovane attore di talento, che leggerete più avanti, è già significativa del tono delicato, intimista, ma all’occorrenza tagliente nel delineare rapporti umani sofferti e carichi di contraddizioni, che lui e gli altri interpreti del lungometraggio d’esordio di Daniele Maggioni sono riusciti a trasmettere.

Un esordio insolito, quello di Maggioni, considerando che si sta comunque parlando di un uomo di cinema la cui navigata esperienza, sia come produttore che come sceneggiatore, lo ha portato a collaborare con alcuni dei più importanti progetti cinematografici di Silvio Soldini, di Enrico Ghezzi e di figure rilevanti della produzione indipendente italiana come la regista Marina Spada. Proprio la poetica di Marina Spada, il cui film Come l’ombra ha beneficiato dell’apporto di Maggioni sia per lo script che per il versante produttivo, potrebbe essere un buon punto di riferimento per descrivere le atmosfere sospese e l’attenzione minimalista agli ambienti, che caratterizzano in positivo (talvolta anche in negativo, quando la traccia narrativa si fa troppo esile) Tutto bene, opera ben incastonata in un settentrione italiano dall’aria sempre smorta e impreziosita poi dalle sonorità jazz di Bebo Ferra, premiato non a caso per il suo lavoro di compositore a Sulmona. Questa vicenda famigliare raccontata con tonalità molto sobrie, anche quando si approccia il dramma, procede all’indietro nel tempo con un interessante procedimento narrativo ad incastri, che valorizza così l’interiorità inquieta e inappagata di personaggi come Marco, Aldo, Monica e Angela: oltre al più volte citato Ernesto D’Argenio, attori della bravura di Anita Kravos, Mattia De Gasperis e Olga Durano contribuiscono ad assicurare credibilità e, soprattutto, umanità allo scarno racconto. (Stefano Coccia)

 

Intervista a Ernesto D’Argenio, interprete di Tutto bene

 

Lo avevamo già incontrato a teatro, nella splendida versione del “cult” cinematografico Trainspotting messa in scena da Corso Codecasa e successivamente in Crollo! , testo dalle notevoli implicazioni drammatiche ma non privo di ironia e di trovate stranianti, per la regia di Giulio Stasi. Ernesto D’Argenio, ribattezzato amichevolmente “er genio” per sfruttare la rima, è quindi un giovane e promettentissimo attore che si sta facendo le ossa sui palcoscenici della scena romana, dove ha finora evidenziato una cifra interpretativa interessante e personale, ma che guarda anche ad altro. Ci ha fatto immensamente piacere, per esempio, ritrovarlo nel cast di un film delicato, atipico, come Tutto bene di Daniele Maggioni. Proprio a Sulmona, dove il film era presente in concorso, abbiamo approfittato della disponibilità di Ernesto per intavolare con lui una discussione sul suo personaggio, Marco, discussione che è poi scivolata su diversi altri argomenti.

A Sulmona sei ci sei arrivato con un film, Tutto bene, in cui figuri tra i protagonisti. Come è stato lavorare col regista Daniele Maggioni e con la sua troupe?
Devo dire che mi sento molto fortunato ad aver fatto il mio debutto in un lungometraggio come questo, sotto la regia di Daniele, intanto perché senza saperlo avevo già apprezzato lavori nei quali il suo contributo è stato fondamentale: parlo di Pane e Tulipani di Soldini o Come L'Ombra di Marina Spada. Dover già solo stare in piedi e dimostrare che puoi portare un contributo importante, vitale per la buona realizzazione del film, all'uomo che hai difronte e che del cinema ha esperienza in ogni suo singolo aspetto e reparto da oltre 30 anni, rappresenta già di per sé una piccola sfida nonché un’esperienza formativa che, immagino, un professionista navigato sia ormai abituato a fronteggiare. Anche se poi penso che da qualche parte tale professionista deve aver cominciato, ed il mio battesimo seppur all'insegna del cinema "nascosto" non poteva essere migliore.

 



Il tuo personaggio ha un profilo psicologico alquanto difficile, minato da insicurezze e da rapporti deficitari con gli altri, sul piano affettivo. Come ti sei rapportato a questa interpretazione?
Solitamente un attore che cerca di dar vita a un personaggio in modo viscerale, credibile, profondo, organico, ama confrontarsi con personaggi lontani da lui. Diversi. Nella professione, ovviamente, come nel modo di vestire, di muoversi, di pensare, parlare, gesticolare, camminare e tutto quel mondo di cose che ci rende vivi e unici. Ora, come hai ben sottolineato tu, per questo personaggio ho dovuto in buona parte rinunciare a questa serie di "orpelli" che, se sviluppati a fondo, rendono il lavoro di un attore meraviglioso; e vi ho dovuto rinunciare proprio perché in questo caso non ce ne era bisogno. Non vi era la necessità. Avrei sovraccaricato il personaggio di Marco di elementi che nel suo caso sarebbero diventati quasi decorativi e non avrei rispettato la vera anima del film, che si prefigge di raccontare stati, eventi, momenti, situazioni difficili in modo semplice. Nonostante un primo approccio confuso, quasi un rifiuto a voler entrare in una vita così complessa ed ora così vicina alla mia, ho capito che l'unica maniera per far vivere questo Personaggio nel modo che la Sceneggiatura richiedeva, era andare a fondo. Entrare nella profondità degli stati emotivi, perdersi in quella zona d'ombra, nello stato più recondito che porta il personaggio a vivere quello che vive, a fare le scelte che fa. Tutto ciò, ovviamente, su un piano profondo (quante volte avrò detto la parola “profondo”? ) che non vuol dire mostrare prepotentemente lo stato emotivo del personaggio, ed è anzi il contrario: sentire quello che sente. Ma specialmente nel caso di Marco, mostrare altro, qualcosa di lontano da quelli che sono i suoi sentimenti per non dissolvere così la maschera che lo mantiene vivo e invulnerabile nei confronti di un mondo, che ha sempre meno tempo e pazienza di stabilire contatti autentici con gli esseri umani. Rinnovandosi solo in un continuo commercio di bisogni superficiali e nulla più. Senza la sua "Maschera", Marco non sopravviverebbe al mondo che lo circonda.

Sempre riguardo al giovane attore di fiction televisive che interpreti, c'è forse un po' di auto-ironia nell'aver affrontato un personaggio simile, abituato ormai alla superficialità dell'ambiente che lo circonda, considerando che il tuo background personale è pieno di ruoli impegnativi e per niente scontati a teatro?
Credo che l'auto-ironia sia stata una felice epifania per sbloccare del tutto questo personaggio. Ho capito che il fardello di Marco non solo era quello di dover vivere situazioni delle quali avrebbe felicemente fatto a meno e viceversa, ma anche quella di rappresentare attraverso la scrittura di Daniele Maggioni e Maria Grazia Perria l'indifferenza presente spesso nei giovani, ed ancor più in noi giovani attori che pur di ottenere quello di cui abbiamo bisogno e che spesso sono le cose più lontane dai nostri veri bisogni, siamo disposti a fare qualsiasi cosa. Per noi attori, poi, solo l'idea di calcare un palcoscenico o avere un ruolo in un qualsiasi Film ci rende disposti a tutto, innescando dei meccanismi alle volte spietati perché' così è l'ambiente e la concorrenza. Spietata. Non abbiamo più grandi ideali comuni, ma ciondoliamo da una scrittura all'altra in attesa che il nostro giorno venga, senza davvero scegliere che cosa ci rappresenta veramente e senza fare quello e quello soltanto, pur di aderire ad un pensiero, ad un identità. Marco questa identità non la ha e forse una volta non l'avevo neanche io. In fondo il dono più grande che questo lavoro può fare a te e agli altri è questo. Se sai ascoltare, ti insegna.

 

 

Parlaci più in generale della tua formazione come attore.
La mia formazione, senza che ci si addentri troppo nella storia dell'anima, inizia in Inghilterra, dove per due anni mi sono unito ad un gruppo di allievi attori e registi della Rada in maniera del tutto casuale. Fra l'altro amo il modo che gli inglesi hanno di affrontare un testo e i suoi personaggi, ma dopo successivi pellegrinaggi in Inghilterra ho deciso di approfondire i maggiori aspetti del lavoro dell'attore, tra cui il lavoro sul corpo e sulla voce, dalla biomeccanica alla commedia dell'arte, passando per i miei buoni corsi di dizione finendo poi all'approfondimento dei metodi Costa e Stanislavskij. Non voglio entrare nello specifico perché non credo che dire di aver studiato con tale persona piuttosto che un’altra abbia portato un beneficio maggiore. Certo, ho incontrato grandi maestri, ma il metodo migliore per approcciare il lavoro sul personaggio non c'è, al di fuori del tuo proprio metodo.

Ci puoi raccontare qualcosa dell'esperienza, iniziata da poco, con la scuola intitolata a Gian Maria Volontè? Come è nata questa struttura?
La scuola d'arte cinematografica Gian Maria Volontè penso sia nata per il bisogno e la voglia di creare un nuovo movimento di resurrezione di questo sistema cinema, che troviamo spesso corrotto e piegato dalle politiche di un mercato che non è governato dalle scelte dei cittadini, dalle persone, dalle menti che vanno al cinema e pagano il biglietto, diffondendo poi la cultura. Sempre che il prodotto benefici di qualche qualità, invece di essere vittima di scelte troppo caute da parte di chi ha il potere decisionale, come se ci volessero preservare da shock troppo forti influendo nettamente sulle scelte narrative, di sceneggiatura, sulle scene che si possono o non possono vedere, ed ovviamente sugli attori e attrici che richiamano un pubblico sempre più livellato verso il basso. Così ci impediscono di avere il mondo di possibilità e storie che si possono e devono far vedere ad un popolo capace di sognare e raccontare, trovando facce, idee, racconti, storie, tecniche che differiscono da quello che ci abituano a vedere, sostenendo e proponendo una spinta innovativa del cinema italiano, “nouvelle vague” del cinema italiano, o forse piu' semplicemente un ritorno alle nostre grandi origini.

Quali sono i tuoi prossimi progetti artistici?
I miei progetti per il futuro sono far parte di questa rinascita.

 

Intervista a cura di Stefano Coccia

 

 

 

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