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Venere nera
Scritto da Emanuele Rauco   
Thursday 16 June 2011

In sala dal 17/06/11 Genere Drammatico
Regia Abdellatif Kechiche Con Yahima Torres, André Jacobs, Olivier Gourmet, Elina Lowensohn, François Marthouret
Paese Francia/Italia/Belgio, 2010 Durata 130'
Distribuzione Lucky Red

Abdel Kechiche racconta la vera storia della Venere ottentotta, cardine dell'imperialismo occidentale. Soprattutto quello dello sguardo...

 

Recensione

Girare un film dopo aver realizzato un capolavoro indimenticabile come Cous cous deve essere stato per Abdellatif Kechiche piuttosto impegnativo e arduo; ci ha impiegato tre anni e con Venere nera è tornato a Venezia in concorso, con meno fortuna. Forse perché ha girato un film meno bello, ma anche più difficile da “decifrare” per lo spettatore.

Venus noire racconta la storia (dolorosamente vera) di Saartjie Bartman, la donna conosciuta dal mondo come la Venere ottentotta, una donna dalle particolari caratteristiche fisiche portata dal Sudafrica a Londra per esibirsi come fenomeno da baraccone e poi a Parigi, dove sprofonderà nel baratro della prostituzione e della malattia. Scritto da Kechiche con Ghalya Lacroix, un dramma biografico cupo e doloroso, che racconta il colonialismo che per secoli ha colpito l'Africa attraverso le dinamiche dello sguardo.

O meglio, il film mette in scena la disumanità della società dello spettacolo – del 19° secolo, come quella attuale di Debord – attraverso cui il razzismo e il paternalismo si è perpetuato per secoli, ma soprattutto chiama in causa la complicità del pubblico (esplicitamente nella scena del processo) e riflette su come non esista uno sguardo neutro, nemmeno compassionevole, ma come ogni sguardo presupponga un giudizio, filtrato da un pregiudizio; Kechiche fonda il film sull'ambiguità morale, sul limite tra voyeurismo e distanza fermandosi un secondo prima della morbosità proprio per chiamare in causa lo spettatore, ma anche sul confine tra essere umano e rappresentazione (il finale straordinario in cui il corpo di Saartjie diventa un calco anatomico). E se è meno caldo e appassionante del precedente gioiello, ne risulta uno dei film più complessi degli ultimi anni.

La sceneggiatura ha l'idea straordinaria di chiamare in causa la connivenza della scienza con le più abiette forme di varietà (come fanno Il grande fratello o simili), riflette sul ruolo egoistico del denaro e su come i bianchi abbiano voluto togliere ai neri forme di umanità come l'arte, il pudore, la socialità; mentre alla regia, Kechiche prosegue nella sua idea romanzesca del cinema, fatta di sequenze lunghe come capitoli, di scene che veicolano sempre un'idea, di una narrazione che ha bisogno di tempi ampi per costruire la complessità del discorso. A fare da collante a un'opera di grande forza e intelligenza è Yahima Torres, che come Saartjie si offre generosa allo sguardo (e al tocco) inquieto del pubblico, tanto al di qua che al di là dello schermo e che Kechiche rende una sorta di gemella dell'Elephant Man di Lynch, cogliendo però l'aspetto viscidamente sessuale che si continua ad affibbiare a ogni variazione di genere. (Emanuele Rauco)

 

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