| Vanishing on 7th Street |
| Scritto da Emanuele Rauco | |
| lunedì 01 agosto 2011 | |
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►Il talentuoso Brad Anderson attua una riflessione su luce, buio e ombre. Film tesissimo nonostante qualche cedimento.
Recensione
Quante volte parlando di horror o affini si è espresso nostalgia per gli horror degli anni '40 e '50, senza mostri, con solo il contrasto tra luce e ombre a suggerire tensione (basti pensare al Bacio della pantera di Tourneur)? Ecco, Brad Anderson (Session 9, L'uomo senza sonno) ha realizzato il suo ultimo film – che arriva in sala col solito anno e qualcosa di ritardo – proprio lavorando sul contrasto tra luce, buio e il pericolo delle ombre. A Detroit, dopo un blackout la gente è scomparsa, lasciando al loro posto abiti e oggetti. E mentre la luce non torna più e il sole fa capolino sulla Terra sempre più brevemente, quattro persone cercano di sopravvivere alle ombre e al buio che avanza. Horror apocalittico e sottile scritto da Anthony Jaswinski che racconta – echeggiando l'Asimov di Notturno – la fine della civiltà parallelamente alla fine della luce. Con tutte le valenze simboliche, metaforiche e metalinguistiche che l'assunto porta con sé: il film comincia nella sala di un cinema, o meglio con la luce di un proiettore sui titoli di testa, e finisce in una chiesa, ambiguo tra la speranza di una rinascita e la constatazione della fine. In mezzo Anderson riflette sul senso dell'esistenza (“Io esisto” recitano le persone prima di essere ingoiate dall'ombra), su come essere significa apparire, essere percepiti, il che si ricollega perfettamente al livello filmico della pellicola, ma anche su come buio e luce siano concetti che vanno al di là dell'esistente per spalancare la porta al mistico, all'esoterico, all'oltremondo. Senza regole predefinite, lasciando allo spettatore il gusto dell'interpretazione, ma anche giocando con gli schemi, la sceneggiatura cede un po' nella parte centrale, in cui personaggi e situazioni faticano a reggere la suspense. Ma il regista è abile a condensare le informazioni nel minor numero di inquadrature (a volte solo una) in modo hitchcockiano, a dare spessore e profondità alla magnifica fotografia di Uta Briesewitz, a realizzare attimi di grandissima tensione, condensandola in un ottimo finale. Basso budget, tante idee e ambizioni: è questo il fulcro di ciò che qualcuno sprezzantemente chiama serie B (non capendo che la distinzione è meramente produttiva), ma che è solo cinema che preferisce parlare al pubblico, piuttosto che vendersi. (Emanuele Rauco)
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In sala dal 29/07/11 Genere Fantascienza, Horror



















