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Una separazione
Scritto da Emanuele Rauco   
Sunday 23 October 2011

In sala dal 21/10/2011
Regia Asghar Farhadi Con Leila Hatami, Peyman Moaadi, Shahab Hosseini, Sareh Bayat, Sarina Farhadi
Paese Iran, 2011 Durata 123'
Distribuzione Sacher distribuzione

Orso d'oro a Berlino, il film di Asghar Farhadi è un tesissimo dramma della verità sotto cui scorrono tutte le contraddizioni dell'Iran.

 

Recensione

“Dovrei stare zitto e farmi calpestare?” si chiede uno dei personaggi di fronte al giudice: la domanda è retorica, ma in Iran la risposta è meno facile di quanto sembri. Una nazione dove quasi quotidianamente registi, operatori, scrittori invisi al regime vengono arrestati e esonerati dal poter svolgere il loro lavoro, come recentemente Jafar Panahi. E poi ci sono registi come Asghar Farhadi che sono riusciti a “guadagnarsi” la fiducia della censura e vincono premi in giro per il mondo: nel caso del suo ultimo film, il regista ha vinto l'Orso d'oro ed è il delegato iraniano per gli Oscar. Ma ciò non significa che il film sia conciliante, tutt'altro.

Simin e Nader si stanno separando perché lei vorrebbe partire in Europa e trasferirsi, lui invece non vuole abbandonare il padre malato di Alzheimer: questa separazione causerà a tutti loro e a chi gli sta accanto numerosi problemi, soprattutto legati a Razieh, una donna che aiuta Nader a prendersi cura del padre. Farhadi scrive e produce un dramma vivamente (neo)realista che diventa coi minuti e con la tensione della struttura una sorta di implacabile thriller del quotidiano.

Nel raccontare gli elementi quotidiani della vita in Iran, il film mostra come questi possano condurre senza evidenti forzature dall'esterno a quell'inferno di pressioni e ansie che è specchio di una dittatura. Farhadi mette al centro del film la verità e l'impossibilità di raccontarla in un paese in cui la politica, la morale, la religione e la società hanno più forza della volontà e del buon senso delle singole persone. Sotterraneamente, il regista parla dell'Iran, di come l'atmosfera di tutti i giorni sia frutto diretto, sebbene inconsapevole, delle condizioni politiche, del giogo (chiaro o celato) a cui ci si sottopone ogni giorno. Ne esce un film tesissimo, preciso come un rasoio nello scandire le sue due ore di lunghezza attraverso una suspense che non nasce dall'insolito, ma dalla consapevolezza della normalità.

La sceneggiatura in questo senso è a dir poco straordinaria, per come usa i temi del racconto – come la fiducia, le dinamiche di classe e di fede, il limite tra bugia e precauzione – e li rende temi di riflessione nazionale, finestre aperte sul dramma costante della dittatura irachena. Un racconto di esemplare drammaturgia, grande forza emotiva e durissima suspense esistenziale, accurato nel raccontare i personaggi, coraggioso nell'evitare di prendere facili posizioni. E Farhadi segue i suoi personaggi, li bracca, gli toglie il respiro e dimostra una capacità di narrazione sorprendente, oltre a una gestione della tensione esemplare e una direzione degli attori di miracolosa naturalezza (cast sopraffino, ma encomiabili Leila Hatami e Peyman Moaadi), non rovinata – altro miracolo – dal doppiaggio di Rodolfo Bianchi. (Emanuele Rauco)

 

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