| Transformers 3 |
| Scritto da Caterina Gangemi | |
| giovedì 30 giugno 2011 | |
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►Michael Bay allo stato puro: o lo si accetta e si entra a far parte del gioco, o è meglio stare alla larga da quella che potrebbe rivelarsi un’esperienza inutilmente estenuante...
Recensione
Se l'obiettivo era quello di far dimenticare il disastroso secondo episodio della trilogia, e tutta la sua inconcludente chiassosità, bisogna rendere atto a Michael Bay di esserci riuscito in pieno. Roboante, imponente, tamarro oltre misura, Transformers 3 (Dark of the moon) ha infatti dalla sua non solo il merito di annientare il predecessore sostituendosi quasi ad esso nel ruolo di sequel del primo, ma anche la capacità di completare la trilogia dedicata ai robottoni mutanti della Hasbro, enfatizzandone l'estetica all'insegna di una grandiosità che ridefinisce al rialzo ogni proporzione filmica, tanto sul piano narrativo quanto su quello visivo. La storia è quella ormai consueta, e vede l'ex ragazzino ormai adulto Sam Witwicky costretto ancora una volta a prestare soccorso all'amico Optimus Prime e al suo team di alieni mutanti Autobot, contro gli storici nemici Decepticon ai quali si aggiunge un nuovo, temibile avversario: il tiranno Shockwave. Il tutto sullo sfondo di un intrigo fanta-politico internazionale che affonda le sue radici niente meno che nel leggendario sbarco statunitense sulla luna del '69. Ad articolare il plot principale, provvede una miriade di sottotrame perlopiù pretestuose, il cui unico fine sembra quello di prestarsi all'introduzione di nuovi personaggi (il viscido dirigente John Malkovich, lo yuppie Patrick Dempsey, Frances McDormand versione virago e il nevrotico impiegato dell'irresistibile Ken Jeong) e riempire con un minimo di coesione la prima abbondante parte della pellicola. Peccato che l'unico colpo di scena sia "telefonato" fin dall'inizio, e sebbene almeno gli insopportabili siparietti comici con i genitori di Sam siano ridotti allo stretto indispensabile, alla stucchevolezza provvede una componente romantica affidata questa volta all'algida bellezza della modella britannica Rosie Huntington-Whiteley che, labbroni a canotto perennemente imbronciati e andatura da passerella, ce la mette tutta per far rimpiangere la sensualità ruspante di Megan Fox. Ma poco importa: alla fine ciò che conta non è tanto la raffinatezza narrativa, quanto l'esuberanza di una componente ludica e spettacolare qui spinta all'iperbole più spropositata in una sfida risolutiva di oltre un'ora, tra pirotecniche esplosioni, distruzioni di massa (senza una goccia di sangue) e acrobatici combattimenti, condotti con maestria da una regia agile ed effetti speciali funzionalmente supportati dal 3D. Il resto è Michael Bay allo stato puro, con tutto il suo retroterra machista e reazionario di esaltazione patriottica e glorificazione militarista dell'eroe-soldato muscolare che, in quanto tale, si presta ancora una volta a segnare il confine: o lo si accetta e si entra a far parte del gioco, o è meglio stare alla larga da quella che potrebbe rivelarsi un’esperienza inutilmente estenuante. (Caterina Gangemi)
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