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The Tree of Life
Scritto da Emanuele Rauco   
Tuesday 17 May 2011

In sala dal 18/05/2011 Genere Drammatico
Regia Terrence Malick Con Brad Pitt, Sean Penn, Jessica Chastain, Fiona Shaw, Hunter McCracken
Paese USA, 2011
Distribuzione 01 Distribution

Atteso oltre ogni dire, il nuovo film di Terrence Malick naviga tra immagini, musica e suoni alla ricerca di Dio e dell'uomo. E del cinema...

 

Recensione

Era molto tempo che non si attendeva un film come il quinto di Terrence Malick, a sei anni di distanza dal sottovalutato The New World: con questo The Tree of Life, il misterioso e gigantesco regista americano realizza il suo film più estremo, più sperimentale, più vicino a dimensioni filmiche “altre”, come quelle di Tarkovskij o Bergman.

Jack è un ragazzo cresciuto da un padre severo e militaresco e con un fratello che morirà in guerra; da adulto ricorda la sua infanzia, ma il suo percorso di vita lo porterà in un luogo imprevedibile. Un poema, o meglio una sinfonia per suoni, musiche e immagini scritta da Malick con occhio kubrickiano e lo spirito di Herzog.

Se la principale linea narrativa è quella dell'evoluzione psicologica e sentimentale di un ragazzo che conosce dapprima il risentimento, l'odio, la violenza indotta dal padre per arrivare all'amore e alla solidarietà materna, il cuore del film è talmente complesso e stratificato che è difficile non pensare alla sua costruzione come quella di un'opera musicale: il suo cuore è nel rapporto tra natura e grazia, tra vita e Dio, alla scoperta del centro dell'essere umano che non può non essere anche il centro dell'universo. Per farlo, Malick radicalizza il metodo de La sottile linea rossa, intesse una vera e propria partitura di voci fuori campo, immagini evocative (alcune catturate dalla natura, altre visionariamente costruite), stralci di racconto e inserti onirici, chiede allo spettatore di vivere ogni fotogramma come un atto d'invenzione artistica: e giunge, come il suo protagonista nel finale, a una sorta di paradiso (sognato o raggiunto? Dipende dai punti di vista) filmico che ricongiunge in modo religiosamente commovente l'infinitamente grande e l'infinitamente piccolo, come mostra il memorabile rapporto tra i fratelli.

È un film più grande della vita, che non vuole accontentare né compiacere tutti, fatto di poesia e immagini più che di prosa e racconto, ma che arriva alla radice di sé grazie alla forza del cinema: i dialoghi sostituiti da soliloqui, i primissimi piani e la macchina da presa mobile, che sta attaccata ai personaggi e ne reinventa lo spazio intorno, ci dicono di un film sull'isolamento dell'essere umano, sulla condizione di solitari naufraghi nel male (o semplicemente nei dubbi) del mondo. Che Malick regge con la statura dell'Atalante, componendo questo film-mondo con la video-arte, la musica – quella di Alexandre Desplat e le composizioni classiche – il montaggio (in cinque si sono messi, a definirne il sovrumano sforzo: Hank Corwin, Jay Rabinowitz, Daniel Rezende, Billy Weber, Mark Yoshikawa), le immagini di Emmanuel Lubezki. E con l'essere umano: Brad Pitt, anche produttore, e Sean Penn si lasciano trasportare dalla smodata ambizione dell'autore e ad emergerne è – oltre al giovane Hunter McCracken – Jessica Chastain, bella come Liv Ullmann, sole di un film che costeggia anche il ridicolo, ma riesce a raggiungere il sublime. (Emanuele Rauco)

 

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