| Smile |
| Scritto da Emanuele Rauco | |||
| lunedì 24 agosto 2009 | |||
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► Pessimo horror italiano dalle idee annacquate che, più che al rilancio del genere italiano, guarda al declino dei maestri nella serie B televisiva degli anni ’80.
Recensione
Della rinascita o dei tentativi del cinema di genere in una nazione che, sotterraneamente, ha dato vita proprio al thriller, al giallo, all’horror, si parla spesso, poiché spesso escono film di produzione e concezione italiana che cercano di rilanciare i fasti di maestri come Bava, Argento, Freda eccetera. Fatto sta che quei tentativi raramente raggiungono il loro obiettivo, magari fallendo miseramente, come dimostra l’esordio nel cinema di un musicista, scienziato, scrittore come Francesco Gasperoni. La trama ruota attorno a una macchina fotografica, acquistata da Clarissa durante un viaggio avventuroso e movimentato in Marocco: le foto scattate da questa Polaroid indicano la morte di chi vi è ritratto trasformando il viaggio in un incubo. Una trama semplice, scontata e già vista (Final Destination 3 ad esempio) scritta dallo stesso regista per questo horror dalle aspirazioni internazionali, co-prodotto col Marocco e interpretato da un cast mezzo americano che però sembra pura serie B da tv anni ’80. Proprio come fecero Fulci, Deodato e altri artigiani dell’orrore nostrano per le reti Fininvest, Gasperoni prende tre idee e presume di tirarci fuori un film: la situazione più banale del mondo (gruppo di amici in vacanza), un’ambientazione tanto affascinate da poter essere sfruttata dalle “pro loco” finanziatrici del film e un pretesto sciocco sul quale però si poteva trarre qualche accenno di riflessione benché meramente filmica (come in Imago Mortis). Invece Gasperoni si guarda bene dall’arricchire il racconto con qualche trovata o idea, lascia tutto scorrere in modo sciatto e prevedibile, aggravando il risultato con un lavoro di messinscena davvero penoso (anche se, a onore della cronaca, va segnalato che in sala correva la voce fosse ancora un montaggio provvisorio). La sceneggiatura è dilettantesca nell’intreccio, nei personaggi (muoiono i non-bianchi e i promiscui, ovviamente), negli inascoltabili dialoghi, a cui si aggiunge una regia inadeguata a ogni livello, incapace di creare atmosfera o sensazioni nello spettatore e spesso vittima d’insipienze tecniche ragguardevoli. E soprattutto vittima di un cast indecente, in cui Armand Assante giogioneggia senza ritegno mentre gli sciagurati vacanzieri fanno a gara a chi non becca un tono, una battuta, un’espressione azzeccata. L’unico pregio della pellicola è la durata inferiore ai 90 minuti; ma se è vera la voce della versione provvisorioa possiamo temere che anche questo sollievo verrà spazzato via dai produttori. (Emanuele Rauco)
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