| Simon Konianski |
| Scritto da Emanuele Rauco | |
| giovedì 08 aprile 2010 | |
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► Stralunata e insolita commedia on the road che indaga con sorriso sensibile la cultura ebrea e la sua contemporaneità.
Recensione
Simon Konianski è una delle non poche perle che, nel corso degli anni, la sezione Extra del festival del cinema di Roma ci ha regalato. Ma purtroppo è una delle poche a cui è stato concesso l’onore di un’uscita in sala. Per questo fa ancora più piacere poterne parlare. Il regista Micha Wald, col tono sbilenco tipico della cultura e dell’umorismo yiddish, parla della morte e della propria tradizione religiosa e culturale. Da uno scontro su questo tema parte la storia: Simon è il figlio sfaccendato, disoccupato e per giunta non osservante di Ernest, ebreo ortodosso che vuole toglierselo dai piedi. Ma quando il padre muore, Simon, accompagnato dal figlio e dagli zii, parte per l’Ucraina, terra dove Ernest vuole essere seppellito. Una commedia generazionale e culturale che nella sceneggiatura del regista diventa anche un road movie sospeso tra humour surreale e sottigliezza drammatica. Infatti il film cerca di rappresentare i vari stadi politici e religiosi che la tradizione ebraica ha passato negli anni, ritrovandosi con una polarizzazione delle posizioni: da un lato adulti e anziani che vivono nell’incubo della Shoah e nella sicurezza della tradizione (e di Israele); dall’altra giovani provocatori, che cercano di vivere in un mondo contemporaneo dove Israele è solo una nazione come le altre e non un faro politico-religioso (significative le magliette filo-arabe di Simon). Ma Wald, nel viaggio del protagonista, compie anche un viaggio personale all’interno di un sentire che, distante da lui, l’ha invece investito, anche se inconsapevolmente; e quindi l’umorismo e i riferimenti cine-letterari (soprattutto Ogni cosa è illuminata scritto da Foer e trasformato in film da Schreiber) non fanno altro che condurre un’epica ebraica dentro se stessi. Wald ha gioco facile nel pescare dalla proprie esperienze, dalla famiglia, dai racconti bizzarri per dipingere la galleria di personaggi e situazioni comiche del film, ma dimostra ancora più abilità nel costruire un proprio stile, dove si segnala soprattutto il gioco tra musica diegetica ed extra – il samba e il cha cha, soprattutto – e l’uso straniante del piano frontale. Un espediente formidabile per concentrare e gestire i volti di un cast perfetto, diverte anche nei dettagli: gli occhiali rotti di Jonathan Zaccai e Nassim Ben Abdelmoumen, le bustine da tè di Popeck, i trolley rosa di Irène Herz. (Emanuele Rauco)
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