| Se sei così ti dico si |
| Scritto da Emanuele Rauco | |
| venerdì 22 aprile 2011 | |
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►Eugenio Cappuccio adatta un soggetto di Antonio Avati e ne trae un piccolo, delicato film di personaggi e atmosfere...
Recensione
Una vera factory cinematografica non produce e dirige per sé, ma anche per gli altri, mettendo in moto una sorta di mini industria: è ciò che hanno fatto i fratelli Avati, Pupi e Antonio, mettendo nelle mani di Eugenio Cappuccio (Volevo solo dormirle addosso) un soggetto apparentemente non nelle sue corde, ma efficace. Piero Cicala è un cantante che sfondò con una canzone negli anni '80 e poi è finito dimenticato nel ristorante dell'ex-moglie. Ora, la RAI lo vuole per una trasmissione di revival musicale: i sogni di gloria torneranno alla ribalta? Il soggetto del meno celebre dei fratelli Avati diventa sceneggiatura grazie al regista, a Claudio Piersanti e a Guia Soncini: scrivono una commedia che sembra un prequel del personaggio del playboy in Ti prendo e ti porto via di Ammaniti. Anche qui, il racconto mette al proprio centro una vecchia gloria che cerca di ritrovare dentro di sé la forza per andare avanti, diviso tra nuovi desideri e vecchi tramonti, ma il film in questo caso accende i riflettori sul mondo dello spettacolo, sui suoi compromessi, sui suoi meccanismi perfettamente oliati e quindi inumani: Cappuccio, anche se su commissione, realizza un quadro acuto e preciso dello showbusiness italiano, un piccolo film di personaggi che spesso sa trovare il tono e l'atmosfera giusti. La sceneggiatura, col passare dei minuti, acquista la spietatezza dei migliori esemplari della commedia nostrana e anche il finale di rinascita è giusto e delicato, mentre Cappuccio si prende le sue libertà girando con fotocamere digitali la cui grana contribuisce allo stile di densi primi piani e figure sugli sfondi: certo, la produzione “povera” rovina l'uso di fondali e trasparenti ma paradossalmente rende saggiamente ridicola la fiera del revival di RAI 1 e Carlo Conti, così come Cappuccio è intelligente nello sfruttare la generosa Belèn Rodriguez come mero specchio, come esplicita funziona morale (quasi mai come personaggio) nei confronti di un bravissimo Emilio Solfrizzi. Anche fare di necessità virtù è segno di talento. (Emanuele Rauco)
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