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Vincere
Scritto da Emanuele Rauco   
Saturday 23 May 2009

In sala dal 20 Maggio 2009 Genere Drammatico
Regia Marco Bellocchio Con Giovanna Mezzogiorno, Filippo Timi, Fausto Russo Alesi, Michela Cescon
Paese Italia/Francia, 2009 Durata 128'
Distribuzione 01 Distribution

Ricchissimo, cinematograficamente appassionato e riflessivo, dolorosamente epico e lontano dai contigui canoni della tv. Bellocchio fa ancora centro.

 

Recensione

Quando c’è di mezzo uno dei maggiori registi italiani ed europei, va da sé che ogni pellicola, ogni lavoro è atteso come un varco, una specie di forca caudina sotto la quale far passare le capacità e l’ispirazione del suddetto autore. Vale lo stesso, quindi, anche per Marco Bellocchio, da quasi 50 anni al vertice del cinema italiano che, con il suo ultimo film – unico italiano in concorso al Festival di Cannes - conferma il suo ostico e limpido talento e la potenza della sua narrazione per immagini.

Come si è detto, i protagonisti del film sono Benito Mussolini, colto negli otto anni prima dell’ascesa al governo del paese, e Ida Dalser, donna che gli ha dato il primo figlio e che ha sposato di nascosto, da Donna Rachele, che però viene lentamente fatta scomparire col raggiungimento del potere da parte dell’uomo amato. Ispirato a uno scandalo che è venuto alla luce solo di recente, tra libri e documentari, un film di testa che lascia poco spazio al cuore e all’anima, la sceneggiatura di Bellocchio e Daniela Ceselli mescola dramma storico, mélo e riflessione sul potere seguendo attentamente il contesto storico-filmico.

Il regista piacentino usa la straziante storia di una donna e di suo figlio, Benito Albino Mussolini, anche lui internato in manicomio, per riflettere e demolire il culto della personalità, il fascino vile e virile del Duce attraverso la sua immagine, ostentata e materiale fino alla presa di Roma e poi sostituita da immagini di repertorio e cinegiornali, come a suggerire la scomparsa dell’uomo e l’affermarsi fasullo del mito (gli sguardi e le parole di Ida ogni volta che vede la mistificazione del suo uomo); in questo modo Bellocchio, con la storia parallela dei Dalser, può riflettere sui meccanismi della dittatura, dell’uso del potere e del concetto di verità all’interno della vita quotidiana e delle istituzioni non politiche (come fa Eastwood in Changeling) usando coerentemente le immagini. L’autore infatti, nell’esaminare come l’immagine diventa pensiero unico, ripercorre a suo modo la storia del cinema italiano di quel periodo, dal futurismo ai telefoni bianchi al melodramma pre-matarazziano, adattandovi lo stile e il tono del racconto e della sua regia.

Impresa metalinguistica per nulla facile, che la sceneggiatura segue con sottile ironia (la rissa nel cinema, guerra in miniatura seguita dalle bombe vere) e finezza analitica (le suore che cambiano atteggiamento dopo i patti lateranensi, il parallelo tra le due donne di Mussolini alle prese con le galline) e la regia con raffinatezza per nulla spocchiosa, sospeso tra sperimentalismo (il montaggio ardito e le sovrimpressioni di Francesca Calvelli) e impatto popolare (la sontuosa fotografia di Daniele Ciprì, che raggiunge l’apice nella nevicata in controluce durante il lancio delle lettere). In questa straordinaria forza cinematografica sembra quasi passare in secondo piano il ruolo degli attori, con un Filippo Timi usato a mo’ di caricatura e una Mezzogiorno raramente così naturale. Cosa ne sarà sulla Croisette del film non ci è ancora dato saperlo, ma sappiamo che di film così complessi e anche faticosi, che chiedono l’attiva partecipazione del pubblico, il cinema europeo ha sempre più bisogno. (Emanuele Rauco)

 

 

Trailer:

 

 

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