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Reality
Scritto da Emanuele Rauco   
Monday 22 October 2012

In sala dal 28/09/2012 Genere Drammatico
Regia Matteo Garrone Con Aniello Arena, Loredana Simioli, Nando Paone, Graziella Marina, Nello Iorio
Paese Italia, 2012 Durata 115’
Distribuzione 01 Distribution

► Matteo Garrone guarda alla società dello spettacolo e al concetto ontologico di realtà per realizzare una fiaba angosciosa e malinconica...

 

Recensione

Una fastosa carrozza dorata galoppa con cavoli, sposi, per entrare in un regno: non un castello, ma La sonrisa, rinomato ristorante kitsch del napoletano. In questa mescolanza di segni, tra la fiaba e il cattivo gusto contemporaneo, sta il gesto preciso di Matteo Garrone nel realizzare Reality, il suo nuovo film vincitore – come Gomorra – del Gran Premio del festival di Cannes.

Il protagonista è Luciano, pescivendolo dedito a piccole truffe che per accontentare i figli e sfogare la sua vena creativa partecipa a un provino per il Grande Fratello: i sogni di gloria e gli assaggi di un mondo pieno di lustrini gli fanno perdere il contatto con la realtà e la vita. Scritto da Garrone con Massimo Gaudioso, Maurizio Braucci e Ugo Chiti, Reality (il cui titolo è preciso segnale stilistico) è una fiaba che pare una commedia d'ambiente popolare ma che poco a poco diventa una parabola angosciata e straniante sull'impossibilità di capire cosa, come e dove sia la realtà.

Il film si disinteressa quasi subito del Grande Fratello, della tv come mezzo di comunicazione e distrazione di massa, per costruire una riflessione sull'ontologia del reale che passa per la sua distruzione, metodica, inquietante: tutto attorno a Luciano, passo dopo passo diventa meno stabile, meno vero, meno aggrappato a una società che si disintegra, come mostra il ruolo drammatico assunto dalla famiglia. Così Garrone, piuttosto che criticare un sistema spettacolare – operazione in sé sterile in sede cinematografica – mette in scena la deriva del sogno popolare, quello che da Visconti a Maria De Filippi ha segnato gli strati proletari della società italiana, mutuando da Gomorra la vicinanza estrema col mondo che racconta, almeno dal punto di vista filmico: il profumo di verità (paradossale, cinematografica, per cui del tutto ricostruita) emerge dalla messinscena della povertà come fosse teatro, stato mentale che guarda esplicitamente a Eduardo, dall'iconografia culturale fatta di religione e spirito posta come illusione arcaica a quella contemporanea, dal tratteggio di una popolanità priva di intelletto – non d'intelligenza – che diventa nuova forma intellettuale, ma anche gabbia (in)consapevole.

Si può accusare Garrone di essere in ritardo sul fenomeno Grande Fratello, ma è una scelta intelligente, rispetto a un talent show più à la page, perché gli permette di ridimensionare i fenomeni al livello di sottobosco, di riflettere criticamente sul suo cinema, e di mostrare allo spettatore il suo impressionante controllo (e coerenza) di stile: in un film che come un oggetto magico arriva dal cielo e torna al cielo, le inquadrature si fanno sempre più strette, il contesto e il reale spariscono a poco a poco dentro le focali lunghe che inquadrano l'incredibile Aniello Arena – vero Pinocchio dei nostri giorni – e sfocano l'intorno, la macchina da presa si pone nel preciso intermezzo tra improvvisazione e parossistico controllo della scena e torna ad aprirsi in uno dei finali più incantevoli degli ultimi anni di cinema italiano. Per uno dei film più belli che il nostro cinema recente ricordi. (Emanuele Rauco)

 

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