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Pina
Scritto da Emanuele Rauco   
Sunday 06 November 2011

In sala dal 04/11/11 Genere Documentario
Regia Wim Wenders
Paese Germania, 2011 Durata 103’
Distribuzione BIM

Incantevole reinvenzione dello spazio, del corpo e delle immagini al cinema dedicata da Wim Wenders a Pina Bausch.

 

Recensione

Pina Bausch non si fidava del cinema e prima di convincerla a dargli il permesso per realizzare un film sulla sua arte, Wim Wenders ha dovuto faticare e non poco. C’è riuscito con un progetto giustamente spericolato e sperimentale, che purtroppo non ha potuto godere dell’apporto della stessa Bausch, morta all’inizio delle riprese. Ciò non toglie che l’opera sia un grande omaggio alla coreografa a ballerina. E un grande film.

L'opera mette in scena il Tannztheater Wuppertal, i suoi ballerini che parlano di loro e di Pina, le coreografie di Café Muller, Le sacre du printemps, Vollmond e Kontakthof scelte insieme all’autrice: il tutto reinventandole tramite la dimensione stereoscopica del 3D. Scritto e prodotto dallo stesso Wenders, il film è per Pina Bausch, e non solo su di lei, e infatti riesce nella sfida più difficile in assoluto: rendere il talento e la forza, l’essenza dei suoi balletti senza limitarsi alla rappresentazione, ma soprattutto attraverso la regia, strutturando il film come un’opera della coreografa.

Costruito lungo una marcia delle stagioni basata sulla Sagra della Primavera di Stravinski, il film rende la grandezza e la complessità delle opere dell’artista tedesca rompendo gli schemi e i limiti del cinema e del balletto, facendoli uscire dal palco e dal teatro – straordinari i duetti all’aria aperta – ma anche riscrivendo lo spazio plastico al cinema. Wenders riesce nel compito pressoché titanico di reinventare il cinema, o perlomeno una sua parte, tramite il balletto, fondandosi sulla dialettica interni/esterni (incredibili le scene sotto la pioggia) per far diventare materiale l’immagine, i corpi, gli spazi come in certi film di Rossellini, sperimentando un’impressionante continuità di luoghi, suoni, parti filmiche, in cui gli assoli diventano il contraltare estetico del montaggio di Toni Froschhammer.

Come i balletti di Bausch, Wenders fa un viaggio beckettiano nel ritmo, nella meccanica dell’uomo e del corpo, nella struttura essenziale dell’umorismo (incredibile Café Muller) e la terza dimensione di una stereoscopia che raggiunge vette impensate (eguagliate in senso artistico solo da Herzog) è il mezzo sorprendente con cui spostare l’attenzione dalla tecnica e dalla tecnologia, all’anima e all’essere umano. Capolavoro, puro e semplice: un film sperimentale e a suo modo epico, che se si lascia trasportare dalla forza delle immagini e della regia, dalla purezza del gesto artistico dei due registi, Bausch compresa, dalla grandezza trans-umana dei ballerini, diventa un’esperienza estetica ed emotiva anche per chi non è un’amante della danza e della sua più contemporanea eroina. (Emanuele Rauco)

 

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