| Perdona e dimentica |
| Scritto da Emanuele Rauco | |
| giovedì 15 aprile 2010 | |
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► Commedia dolente, dramma esilarante. L’agghiacciante universo filmico di Solondz continua a scavare dentro la realtà.
Recensione
La vita ai tempi della guerra, canta Joy per rilassarsi e superare le sue turbe psichiche: aspra, acida, cinica, bisognosa di affetti o sentimenti, di normalità. Forse è questo il fattore centrale dell’ultimo film di Todd Solondz, e di tutto il suo cinema: la ricerca di una stabilità e di una tranquillità che la vita costantemente nega. In questo suo ultimo lavoro, che segue da vicino i personaggi del suo film più famoso Happiness, la normalità è negata semplicemente da un rifiuto psicologico della normalità. Trovata forte e notevole. Le tre sorelle Joy, Trish e Helen cercano di tirare avanti contro i loro problemi interiori ed esteriori: la fragilità psicologica, il fantasma dei propri amori deceduti, la religione e i suoi cascami, il successo o i fallimenti, il bisogno d’amore. Una sorta di remake più cupo e grottesco di Hannah e le sorelle che Solondz, anche sceneggiatore, rende un viaggio quasi allucinato nelle pieghe dell’America a cavallo tra Bush e Obama, tra il bisogno di leadership e la necessità di solidarietà. Aperto da un prologo grottesco che esplicita la cifra stilistica di Solondz, il film – dopo quella cavalcata negli abissi oscuri del dolore che era Happiness – racconta quel che avviene dopo la sofferenza, la sensazione che lascia, la scia tracciata dalla morte, ma soprattutto i tentativi, disperati e sinceri, di avvicinarsi o riavvicinarsi alle persone e al mondo. Solondz si pone come al solito al limite tra raggelo e divertimento, fa ridere con situazioni che spaventerebbero chiunque e viceversa, ma sa anche usare l’assoluta devastazione del suo grottesco come mezzo per restituire filmicamente il sordo dolore del lutto. Solondz è abilissimo a usare gli sfondi visivi e sonori, le scenografie e le musiche, per tracciare un mondo e configurarne i personaggi e i loro rapporti, riuscendo a coinvolgere lo spettatore con la forza delle inquadrature più che con l’abilità nel muovere la macchina da presa. Il suo tocco, a un tempo delicato e tranciante, riesce a catturare il film nella sua totalità, lo spettatore e gli attori, capaci di straziare e far ridere con sguardi sbilenchi, ponendosi - proprio come Solondz – al confine tra il baratro e il suo contrario. E non c’è nulla che possa mostrare meglio il talento di un cineasta se non la capacità di riempire di sé, della propria visione del mondo, gli elementi del suo lavoro. (Emanuele Rauco)
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In sala dal 16/04/2010 Genere Drammatico



















