| Passannante |
| Scritto da Emanuele Rauco | |
| giovedì 23 giugno 2011 | |
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►Sergio Colabona si basa sul teatro di Ulderico Pesce e su una storia vera per raccontare le ingiustizie: ma pasticcia coi linguaggi.
Recensione
È curioso che nello stesso weekend escano The Conspirator di Robert Redford e Passannante, primo film uscito in sala per Sergio Colabona: entrambe le opere raccontano di un'ingiustizia o meglio di un uso politico e vendicativo della giustizia, della ragione di stato, di un processo, in chiave storica. Ma se il film americano è un thriller legale in piena regola, il film di Colabona cerca una via moderna che non sa seguire fino in fondo. Ulderico, attore di teatro militante, Andrea, cantante di una band alternativa, e Marchitelli, giornalista, cercano di dare dopo decenni una sepoltura a Passannante, anarchico che tentò di uccidere il re nel 1910, e fu condannato all'ergastolo. Dopo la sua morte, il cranio e il cervello, vennero esposto al museo criminologico di Roma. La sceneggiatura del regista, Ulderico Pesce, Andrea Satta e Massimo Russo ricostruisce la vicenda storica, segue il tentativo dei tre protagonisti di “liberare” i resti dell'anarchico e si concentra sullo spettacolo teatrale di Pesce che questa storia sviscera. Tutto per mettere in luce come i Savoia, che durante le pratiche per la sepoltura tornarono in Italia dopo l'esilio, sfruttarono l'Unità d'Italia per ampliare il loro dominio e spensero i venti di rivolta meridionali attraverso la violenza contro un capro espiatorio. Una storia forte, dolorosa e intensa che Colabona racconta con indignazione e satira attraverso “l'evidenza” del teatro. Peccato che la ricostruzione sia enfatica e inutilmente melodrammatica e che l'interessante costruzione composita dell'inizio lasci spazio a insopportabili siparietti comici e a una messinscena spesso inadeguata. Si nota che il regista è stato più spesso in uno studio tv che in un teatro di posa. Si nota dai dialoghi e dalla teatralità piatta che assale il film, anche se l'apparizione di Passannante nella cella buia è degna degli orrori dei romanzi ottocenteschi. I professionisti gigioneggiano troppo oppure non riescono a trovare la giusta misura, lasciano spazio ai non professionisti. E il film – nonostante le intenzioni e le ambizioni – non riesce a colpire il bersaglio, che pure difficile non era. (Emanuele Rauco)
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