| Offside |
| Scritto da Emanuele Rauco | |
| martedì 05 aprile 2011 | |
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►Con cinque anni di ritardo, arriva nelle sale l'ultimo lungometraggio di Jafar Panahi prima della reclusione e delle mobilitazioni. Impegno onesto e Orso d'argento a Berlino...
Recensione
Ecco un esempio lampante della poca lungimiranza della distribuzione italiana e di come la censura di mercato si sovrapponga alla censura di regime, specie per ciò che riguarda il cinema d'autore o d'essai: l'ultimo (si spera di no) lungometraggio di Jafar Panahi arriva nelle sale italiane con cinque anni di ritardo, nonostante abbia vinto un Orso d'argento al festival di Berlino e senza nemmeno sfruttare il clamore mediatico dell'anno scorso, quando il regista fu incarcerato dal regime iraniano provocando reazioni e petizioni. Il film racconta di alcune donne che tentano, contravvenendo alla legge iraniana, di andare allo stadio a vedere l'incontro decisivo per l'accesso dell'Iran ai campionati mondiali di Germania: ma vengono bloccate dall'autorità e dovranno vivere un pomeriggio particolare, tra calcio per interposta persona e solidarietà umana. Commedia, dramma civile, documentario e ricostruzione neo-realista: Panahi e l'altro sceneggiatore Shadmehr Rastin mescolano le carte e gli schemi filmici per realizzare un film sui confini e sul loro superamento. Girato durante la vera partita di qualificazione Iran-Giappone, il film si svolge quasi in tempo reale attraverso luoghi simbolici per l'Iran, che ribadiscono i confini imposti da leggi che non sono civili, ma distortamente religiose, come lo stadio – al quale le donne non possono accedere per non sentire improperi e bestemmie – o le transenne fuori dall'impianto sportivo in cui le ragazze catturate devono restare prima di essere trasferite per il giudizio; Panahi fatica a trasformare il calcio nello specchio del suo paese, ma riesce a riflettere sul potere dello sport, sullo stadio come luogo di sfogo di una civiltà repressa. E soprattutto, realizza una specie di saggio teorico sulla figura del regista che, posto in condizioni difficili dal regime in cui vive, non può creare il suo mondo (come la teoria del demiurgo afferma da un secolo) né riprenderlo da documentarista, ma deve adattarsi a ciò che lo circonda e usarlo per dare vita a una propria rinnovata versione del termine “finzione”. Operazione difficile e forse riuscita a metà, ma aiutata di sicuro dall'apporto di cinque ragazze appassionate e volenterose che non vogliono essere “confinate” al ruolo di donne, ma vogliono essere semplicemente persone. E che per esserlo, per infrangere quel confine, sono costrette a mascherarsi, a camuffare la realtà. (Emanuele Rauco)
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