| Notorious |
| Scritto da Emanuele Rauco | |||
| mercoledì 15 luglio 2009 | |||
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► Biopic standard per un pubblico afro-americano standard che, non solo racconta piattamente la vita dell’artista, ma vorrebbe anche farne un santino.
Recensione
Uno degli eventi che turbarono la musica e la cronaca a metà degli anni ’90 fu la guerra tra rapper che lasciò, tra le sue vittime, due famosi rimatori come Tupac Shakur e Notorious B.I.G., vittime ma anche principali protagonisti (in quali vesti la magistratura non è ancora riuscito a chiarirlo) di una rivalità musicale e umana che infiammò i media dell’epoca. A quel periodo e soprattutto alla vita di B.I.G., è dedicato il nuovo film di George Tillman jr., esperto in ritratti all-black, che non riesce ad andare al di là di una piattezza basica da prodotto hollywoodiano pre-confezionato. Christopher Wallace ci viene raccontato dai tempi della scuola, in cui la sua grassezza lo rendeva zimbello, fino allo spacco di droga col quale riuscì a farsi rispettare nelle strade. Poi l’incontro con Puff Daddy, che ne intuì il talento da rapper e lo spronò a dedicarsi solo alla musica, con grandissimo successo, ma anche un grande prezzo da pagare. Le regole del film biografico sono tutte rispettate nella sceneggiatura di Reggie Rock Bythewood e Cheo Hodari Coker che, oltre a ricamare sulla vita, l’infanzia e gli amori del corpulento rapper, vorrebbe dire la sua sulle controversie legali e musicali che coinvolsero la scena hip-hop all’epoca. Infatti, oltre a raccontare vita e opere dell’artista, il film traccia un quadro del conflitto prima verbale, poi musicale e infine a fuoco, tra costa est e ovest, o meglio tra Bad Boy e Death Row, le etichette musicali che si contendevano il successo all’epoca. Tillman jr. ne fa lo specchio per raccontare anche la (sub)cultura nera - ancora oggi attuale - del gangsta rap, fatto di musica ossessiva e ripetitiva, melodica solo se c’è da fare soldi, piena di parolacce e violenza, emblema di una mentalità machista e razzista che colpisce parte del popolo afro-americano (come denuncia persino Spike Lee). Ma come può essere attendibile nei suoi assunti un film prodotto dallo stesso Daddy (accusato dell’omicidio di Tupac), dalla madre di Notorious e interpretato dal figlio? E mentre si fa un po’ di agiografia, appena macchiata da sesso e droga, il film procede ripetitivo, inerte, totalmente in mano alle ragioni produttive, più che a quelle narrative e artisitiche. E così a una regia totalmente assente, che dà tracce di sé solo nell’utilizzo di immagini e interviste di repertorio miste alla ricostruzione, si affianca uno script furbesco e truffaldino, in cui la mistificazione di alcuni fatti noti all’opinione pubblica si “nobilita” con saggezza e retorica sparse, culminando in una moralina finale scritta in sovrimpressione. Un film probabilmente fuori tempo massimo, doveva dirigerlo già Stallone come opera d’inchiesta, che diventa solo un modo per rilanciare figure non proprio sulla vetta come Faith Evans, Lil’ Kim o lo stesso Daddy, interpretati da attori che si curano più della somiglianza che della prova recitativa. Si spera solo che questo film riesca nel miracolo di allontanare il pubblico, almeno quello non americano, dalla pessima situazione culturale della musica black. (Emanuele Rauco)
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