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Monsieur Lazhar
Scritto da Emanuele Rauco   
Tuesday 28 August 2012

In sala dal 31/08/2012 Genere Drammatico
Regia Philippe Farladeau Con Fellag, Sophie Nélisse, Emilien Néron, Danielle Proulx, Brigitte Poupart
Paese Canada, 2011 Durata 94’
Distribuzione Officine Ubu

► Candidato all'Oscar come miglior film straniero, il quarto film di Falardeau è un racconto delicato sulla morte e sul modo di comunicarla, oltre a un'acuta riflessione sull'insegnamento...

 

Recensione

Insegnare è forse il mestiere più difficile del mondo, al di là di rivendicazioni sindacali di sorta, perché prevede un contatto talmente profondo tra esseri umani che conduce il sapere dall'uno all'altro. Su questo contatto umano e sulla sua negazione, ossia la morte, si basa Monsieur Lazhar, il notevole 4° film di Philippe Farladeau, regista canadese di successo che con questa pellicola ha raggiunto la sua 2^ nomination all'Oscar per il film straniero.

Il signore del titolo è un professore che si fa assumere in un istituto elementare per sostituire una collega suicidatasi in classe. Oltre a cercare di guidare gli alunni nel lutto, cercherà anche di costruire la propria vita in attesa dell'asilo politico. Scritto dal regista a partire dall'opera teatrale di Evelyne De la Chenelière, un dramma scolastico più interessante e fine rispetto all'omologo Detachment, conscio che la realtà, la rappresentazione del vero, passa dalle sfumature, dai grigi, più che dalle tragedie esemplari.

Monsieur Lazhar racconta un doppio rapporto: quello tra un insegnante “clandestino” e i suoi alunni sconvolti, ma soprattutto quello tra l'essere umano e la morte, destinazione finale ma – in senso emotivo – il nodo da cui passa la stessa vita. Al centro c'è un uomo che ha visto in faccia il dolore, per dirla con Finardi, e più che nasconderlo o esorcizzarlo cerca di farlo capire e comprendere: soprattutto un professore che sa unire la vocazione e la difficoltà.

Falardeau mette in scena un delicato percorso umano ed esistenziale, delicato nel tratteggio dei personaggi, sguardo sincero eppure pudico nel raccontare psicologie complesse, fluidità di racconto e stile sicuro senza fumo negli occhi, guardando sottilmente a La Schivata di Kechiche per il ruolo importante che il teatro, la cultura e la creatività hanno all'interno di un così complicato percorso come quello della vita. (Emanuele Rauco)

 

 

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