| Midnight in Paris |
| Scritto da Martina Calcabrini | |
| sabato 10 dicembre 2011 | |
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Recensione
Succede, a volte, che la realtà sia troppo dura da accettare e che si decida di fuggire in un altro mondo, immaginario o immaginato, e in un altro tempo, passato o futuro, per vivere un’altra vita, vera o presunta. In questo modo, tutte le cose assumono un aspetto differente, migliore forse, e i problemi del mondo reale sembrano lontani, appannati. Ma è solo un’illusione, un castello di sabbia destinato a sparire con il primo soffio di vento, un piacere momentaneo che perde consistenza a contatto con la realtà. Woody Allen, allontanandosi dalle frettolose riflessioni espresse nei suoi ultimi film, prende in mano le redini della propria carriera artistica, arresta il passo e torna con la mente (e la telecamera) ai tempi de La rosa purpurea del Cairo, realizzando Midnight in Paris, una favola moderna in cui scompaiono i confini tra realtà e finzione, passato e presente, sogno e realtà. Gil e Inez sono due giovani innamorati prossimi alle nozze che si concedono un viaggio di lavoro a Parigi. Il primo è uno scrittore che vorrebbe saper scrivere come Hemingway e avere idee rivoluzionarie come Dalì; la seconda è una donna naif e viziata che ha comprato una villa a Malibu per abbandonarsi a una vita mondana piena di feste e balli. La bellezza notturna della città dell’amore, però, rapisce l’anima e il corpo di Gil trasportandolo, ogni notte allo scoccare della mezzanotte, nella Francia degli anni ’20 a contatto con Hemingway, Scott e Zelda Fitzgerald, Gertrude Stein, Picasso, Dalì, Bunuel e Man Ray. Il confine tra realtà e immaginazione, dunque, svanisce giorno dopo giorno, aiutando Gil a scoprire tutte le sue insoddisfazioni (palesi o latenti) e a trovare il coraggio di mettere tutto in discussione. Dopo il poco riuscito Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, Allen torna in pista e ricomincia a parlare al pubblico con il cuore. Se i sogni, infatti, sono la medicina adatta a curare l’anima di un uomo in crisi, non bisogna dimenticare che, proprio come tutti i medicinali, hanno un uso limitato. I sogni costituiscono una fuga dalla realtà, un porto sicuro, un’ancora di salvezza, ma sono anche illusioni, utopie, abbagli. Un sogno rimarrà tale solo se non si avvererà mai: per questo, quando Gil realizza il suo, si accorge che non è tutto oro quello che luccica e che, prima o poi, un altro sogno si affaccerà all’orizzonte e cancellerà il ricordo di quello precedente. Ecco dunque che il protagonista, uno strepitoso Owen Wilson - alter ego del suo regista – trova il coraggio per (tornare a) vivere nel presente e affrontare le paure. Un applauso ad Allen, dunque, capace di confezionare una pellicola romantica e malinconica in cui ogni fotogramma sembra vivere di vita propria, con l’aria e i profumi di Parigi, con le sue luci e le sue ombre, con le sue strade affollate o deserte, con i suoi rumori e i suoi silenzi, con i suoi abitanti presenti e passati, con le sue illusioni e le sue realtà. (Martina Calcabrini)
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