| London Boulevard |
| Scritto da Emanuele Rauco | |
| mercoledì 08 giugno 2011 | |
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►Lo sceneggiatore di The Departed dirige un noir urbano discreto, ma con poca grinta e coesione...
Recensione
Dici noir e pensi all'America, i più raffinati alla Francia, ma sono in pochi quelli il cui pensiero va alla Gran Bretagna, al noir inglese, alla variante suburbana e violentissima del genere: a quella variante guarda William Monahan, sceneggiatore premiato con l'Oscar per The Departed, per il suo esordio come regista. A cui però fa difetto ciò che caratterizzava il nero inglese: la grinta. Il personaggio principale è Mitchel, scagnozzo appena uscito dal carcere che cerca in ogni modo di tenersi fuori dal giro criminale, per esempio aiutando l'attrice Charlotte a tenersi lontani da paparazzi e notizie infondate; ma il suo amico Billy e il suo coinvolgimento col boss Gant non saranno facili da dribblare. Urbano, centrato sul confronto tra il proletariato del protagonista e la borghesia artistica della partner femminile (e del fratello Jordan), il noir scritto dal regista guarda agli anni '60 e '70, come i film di Hodges con Michael Caine. Su una tipica storia di fuga dal passato e riscatto, il film racconta più che altro il tentativo di un uomo di capire e conoscere l'altro da sé, sia come milieu sociale sia come sensazioni, cercando di trasferirsi da un “mondo di testosterone” a uno in cui le sensazioni e i sentimenti possano venire a galla senza dover fare i conti con la violenza: e in questo passaggio dal maschile al femminile di Mitchel, è interessante scoprire come l'ambiguo punto di congiunzione sia nel viscido e ambiguo Gant, boss durissimo che cela a tutti la sua omosessualità e che proprio Mitchel farà emergere. In questo senso, anche la scelta dei registri narrativi è curiosa, scavando solchi di commedia o dramma intimista lungo l'asse del genere: peccato che al film di Monahan manchi un forte collante, un'idea vincente che renda cinema un'intuizione. La sceneggiatura fatica a tenere insieme tre o quattro linee narrative, e dopo aver spiazzato lo spettatore si adagia sul cliché alla Carlito's Way, mentre la regia trova la grinta necessaria solo nel finale – con troppa musica –, ma Monahan ha occhio (anche grazie alla fotografia di Chris Menges) e una discreta classe pure nella violenza, tanto da dirigere senza troppi intoppi un prodotto più che dignitoso. E soprattutto riesce a tenere a freno lo smorfioso manierismo di Keira Knightley, meglio di quasi tutti i registi che finora l'hanno diretta, trascurando forse un po' Colin Farrell, non troppo distante dal ruolo che gli scrisse Woody Allen in Sogni e delitti. Che come questo metteva in luce una Londra insolita, umida, oscura. (Emanuele Rauco)
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