| Lo stravagante mondo di Greenberg |
| Scritto da Emanuele Rauco | |
| martedì 05 aprile 2011 | |
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►Noah Baumbach dirige un sorprendente Ben Stiller in una commedia psicologica e intimista in salsa agrodolce...
Recensione
Quasi completamente dentro al filone del cinema indipendente che flirta col mainstream, Noah Baumbach (Il calamaro e la balena) si diverte a raccontare personaggi spostati, marginali ed emarginati, giocando sul filo della tragicommedia; col suo nuovo film, va ancora più a fondo nelle intenzioni e nella pratica di un cinema “laterale”, regalando un ruolo serio al ridanciano Ben Stiller. Il quale è Roger, un quarantenne mentalmente difficile che va a Los Angeles per tenere la casa del fratello in vacanza: qui, oltre a badare al cane, cerca di non fare assolutamente nulla come scelta di vita e conoscerà Florence, l'assistente della famiglia Greenberg. Scritto da Baumbach con la moglie (e attrice) Jennifer Jason Leigh, un film che racconta i tentativi di vita alternativi, le esistenze che cercano di ribellarsi, ma che - sulla scia del cinema anni '70 -non riescono, se non nelle imprese minime. Uno di quei film tutti giocati sulla relazione tra il personaggio e il mondo sociale che lo circonda, la borghesia losangelina di ex-talenti e nuovi falliti, dediti a droghe e rimpianti, in cui emerge la difficoltà contemporanea di confrontarsi col presente, con l'azione, con gli elementi della realtà, in sostanza coi rapporti. E Baumbach riesce a far fluire dal minimalismo alla base del racconto una visione del mondo diversa e onesta, disillusa ma mai cinica, che rifugge dalla mentalità del successo attraverso una sorta di inno all'inazione. La sceneggiatura, fatta di lunghi dialoghi e brevi scene, è sciolta e abile a giocare coi tempi morti della narrazione e Baumbach, senza edulcorare la sgradevolezza del personaggio, riesce a intenerire lo spettatore che riesce a superare la mescola di cliché e la loro derisione. Aiuta nella riuscita del non facile compito, la prova adulta, matura, convinta e convincente di Ben Stiller che, come il regista, gioca con la sua figura e i suoi stereotipi di nevrotico per tirare fuori un ritratto a un tempo contemporaneo e lontano dalle mode. Che avrebbe fatto felice un Hal Ashby, per esempio. (Emanuele Rauco)
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