| La ragazza che giocava con il fuoco |
| Scritto da Emanuele Rauco | |||
| martedì 22 settembre 2009 | |||
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► seconda parte di un trilogia letteraria ancora più spenta e piatta della precedente. Fiction televisiva di mediocre fattura, senza nemmeno l’appiglio di una buona storia.
Recensione
Ormai il fenomeno è multimediale: dopo tre libri di imperiale successo, il primo film tratto dalla trilogia letteraria Millenium di Stieg Larsson, ha ottenuto notevoli riscontri al botteghino, in Scandinavia soprattutto, ma anche nel resto del mondo. Così, il secondo e terzo capitolo della seria sono stati girati insieme, back to back, come un unico film e programmati in patria a poche settimane di distanza l’uno dall’altro. In Italia - prima del capitolo conclusivo in primavera - esce il secondo film del progetto: attori identici, ma diverso regista, Daniel Alfredson. Il risultato: ciò che di buono c’era nel dignitoso primo film si perde in questo seguito. Mikael e Lisbeth si sono persi di vista, le loro strade e i loro caratteri sono su coordinate diverse: ma dovranno tornare in contatto quando Lisbeth è accusata di un triplice omicidio. Tra le vittime: un giornalista che stava seguendo un’inchiesta scottante per la rivista Millenium. Il thriller dai toni scabrosi e macabri che rendeva particolare il primo film, si accomoda in un più facile giallo investigativo – scritto da Jonas Fryberg – dai tratti hitchcockiani che però non trova mai il passo giusto. Aperto da un sorta di riassunto delle puntate precedenti - come a voler a rimarcare ancor di più la recondita natura televisiva dell’operazione - il film ristagna sui temi lanciati dal primo film, come il desiderio di vendetta femminile, il giornalismo come lento d’ingrandimento di verità impossibili, il rapporto difficile tra una donna forte ma fragile e il mondo contemporaneo (con tutto ciò che di psicoanalitico e familiare comporta). Il problema è che, pur riducendo la durata di quasi 30 minuti, il ritmo, il fascino visivo e il pathos della storia restano soltanto sulla carta, persi tra una messinscena tanto anonima quanto sciatta e un racconto di sorprendente banalità. La costruzione e lo sviluppo della sceneggiatura sono scontati, puntellati qua e là da buchi e improbabilità varie, oltre che di convenzionalità (padri e figli facili da trovare, una famiglia in cui nessuno si fa mai male); mentre la regia – che significativamente nel pressbook non è mai nominata – resta piatta e sonnolenta, conducendo il gioco come fosse una blanda puntata de Il maresciallo Rocca. Inoltre, la mono-espressività catatonica di Mikael Blomqvist è riscattata solo in parte dal personaggio (non più così affascinante) di Noomi Rapace. In definitiva, un prodotto che pare destinato alla fruizione dei soli fan del romanzo, per tutti gli altri resta solo un po’ di svogliato thrilling. (Emanuele Rauco)
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In sala dal 25/09/2009 Genere Thriller




















