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La principessa e il ranocchio
Scritto da Emanuele Rauco   
martedì 22 dicembre 2009

In sala dal 18/12/09 Genere Animazione
Regia Ron Clements, John Musker
Nazione Usa, 2009
Durata 97′
Distribuzione Walt Disney Pictures Italia

Tediosa favoletta che fa credere di ribaltare gli stereotipi e invece si mostra solo anacronistica, nella tecnica, ma soprattutto nei valori culturali.

 

Recensione

 

Celebrato come il ritorno della Disney all’animazione tradizionale, disegnata “a mano”, svincolata dalla Pixar, La principessa e il ranocchio si affida per la sua riuscita a un duo di veterani come John Musker e Ron Clements, autori - tra gli altri - dello splendido Aladdin. Ma nonostante le celebrazioni e il probabile successo, il risultato è un evidente fallimento.

Tiana è una cameriera di New Orleans che spera, col duro lavoro e coi risparmi, di poter aprire un suo ristorante, come sogno anche del padre; ma le questioni economiche e burocratiche, difficili per conto loro, saranno ancora più complicate dalle diaboliche macchinazioni dello stregone voodoo Facilier. Avventura fantasy, tra magia e folclore in cui lo script dei registi con Rob Edwards, oltre a rubare da moltissime altre produzioni della casa (da Ratatouille alla Sirenetta fino agli Aristogatti) inserisce tocchi di realismo descrittivo e politically correctness.

La scelta di ambientare il film nella città dell’uragano Katrina, la protagonista di colore e il protagonista indiano, lo sfruttamento dei cliché della città e del colore locale, però, non servono a mostrare il progressismo del film, ma anzi per distraggono lo spettatore dall’ennesima dimostrazione di ideologia disneyana e (neanche troppo sottilmente) di immobilismo culturale. Le differenze sociali dei vecchi film non sono azzerate (il rapporto tra un principe e una cameriera) ma sono state sostituite da quelle economiche per cui i due protagonisti sono poveri, e possono permettersi di coronare il loro sogno (d’amore e non solo) non col lavoro e la determinazione, ma grazie alla generosità di una ricca amica bianca. Per non parlare della risposta alla lotta di classe del maggiordomo sfruttato, tramutato in cattivo nel momento in cui si ribella o del modo “colonialistico” in cui si usa il colore della città della Louisiana.

L’anacronismo, accettato come valore anche culturale o peggio come condizione connaturata al genere umano, è il cuore dell’operazione, non solo come scelta – un po’ riveduta – tecnologica, ma soprattutto come costruzione, temi, personaggi, che raramente fanno ridere e ancora meno emozionano, che per mezzora non fanno altro che dire qual è la morale del film e che trovano un po’ di gratificazione visiva nelle derive psichedeliche dei risvolti magici (ma anche qui nulla di nuovo) e nel calore di un tocco che può riportare, a voler spegnere il cervello, alla nostra infanzia. E soprattutto, sapevamo di poter fare a meno delle canzoncine inutili in cui si ripeteva lo stesso concetto all’infinito; ma Musker e Clements forse no, e così si affidano al più didascalico dei cantautori Randy Newman per comporre la colonna sonora. E dare così conclusione completa alla debacle disneyana. (Emanuele Rauco)

 

Trailer:

 

 

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